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Lo spirito di Byron, tra dannazione e redenzione

   
 Il regista Marco Filiberti costruisce su due testi del poeta inglese un magnifico affresco della nostra epoca, con Caino e Manfred errabondi in un Occidente alle soglie del collasso Giuseppe Distefano 
 
Lo spirito di Byron, tra dannazione e redenzione
pubblicato

È un viaggio dell’anima. In luoghi insondabili. In terre inesplorate. In paesaggi dello spirito. A compierlo, attraversando terre di mezzo per giungere all’approdo finale dal quale ripartire per nuovi lidi e nuove conoscenze di sé e del mondo, è la parola poetica, il verso amato, masticato, irrobustito, scolpito, nutrito di vita. Quello che abita il corpo dell'attore. Modellato, rigenerato, trasfigurato dalla forza della poesia. Che né la voce, né la postura, né il movimento, può restituire se non abitato dal suo dèmone, la passione che agita il cuore dell’uomo. Conversation pieces è teatro esperienziale – che ingloba recitazione, danza, musica e arte visiva –, luminoso modello di una pratica teatrale esemplare per dedizione, passione, e, oserei dire, abnegazione. Quella che anima il suo artefice, Marco Filiberti, regista di raffinata e sensibile fattura, che, ad ogni messinscena, alza l'asticella della bellezza, da restituire generosamente a quanti se ne lasciano rapire senza preclusione di filtri estetici o intellettuali. Bellezza alla quale non si può sottrarsi, sedotti da un abbandono del cuore e della mente.
Prima stazione della trilogia Il pianto delle Muse, Conversation pieces ha avuto un primo indimenticabile allestimento open air nel 2013, e ora riscritto per una nuova versione al chiuso e con tre nuovi esemplari interpreti (al Teatro Poliziano per il 43° Cantiere Internazionale d’arte di Montepulciano). Del poema Manfred e della tragedia in versi Cain di George Gordon Byron, Filiberti ha tessuto una riscrittura originale drammatizzata in un unico arco narrativo; ha chiamato a raccolta altri poeti – Leopardi, Rilke, Schiller, Goethe, Rousseau, Keats, Baudelaire e molti altri, nella scena in cui piovono dall'alto, sulla platea, pagine vergate di versi che li ricordano –, e musicisti – Debussy, Mahler, Stravinskij, Wagner, Verdi e Dario Marianelli tra i contemporanei –. E ancora, nella sua ispirata e visionaria messinscena, ha evocato un atlante pittorico e scultoreo che richiama, fra il resto, La morte di Marat nella tinozza, lo Spinario in quel gesto plastico del togliersi la spina dal piede, il Fauno, nella classica postura da pittura egizia, e la Pietà, abbraccio infinito riconoscibile in tutta l'arte. Di Stravinskij, Le sacre du printemps, è la musica iniziale che accompagna la danza dei due fratelli, Caino e Abele, usciti lentamente da una vasca e avvinghiati in innocente simbiosi sulle note di un valzer. Quel risveglio primordiale, una nascita che il suono d’acqua rimanda al liquido amniotico, sarà subito segnato dal conflitto e dalla divisione. L’apollineo e il dionisiaco si manifesteranno nelle due entità. 

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Conversation pieces Photo Giuseppe Distefano

La messinscena parte dall’uomo biblico animato da incertezze e dubbi, ed è centrata sul rapporto tra Caino, rivoltoso e stanco dell’ubbidienza a un Dio severo e insondabile, e Lucifero, voce sobillatrice di una ragione che inneggia alle miserie dell’esistenza umana. Sedotto dallo spirito del Male, apparso come un angelo dalle nere gambe piumate, immerso in un fascio di luce abbagliante, e poi assimilatosi a Pan, Caino visiterà insieme a lui, sua guida e suo Virgilio, altri mondi e altri tempi. Attraversando la platea, tra suoni cosmici ed esplosioni lontane, visioni di stelle e pianeti, all’iniziale meraviglia subentrerà un inquietante buio e un raggelante silenzio scoprendo i misteri della morte e le conseguenze provocate dalla sua stirpe. Atterrito dall’oscura e spaventosa visione del degrado umano e volendo fuggire finirà per anticipare il "male oggettivo” uccidendo il fratello amato, facendo così entrare la Morte nella storia. Sotto il peso della propria colpa lo ritroviamo alle soglie della Modernità con il nome di Manfred il cui tormento è la vita, il dolore di esserci e un oscuro delitto che gli pesa sul cuore come la morte della bellezza e dell’amore. Amleto romantico, fragile e visionario, eroe faustiano, malinconico e tormentato, Manfred scende agli inferi della sua anima per scontare la colpa di un amore incestuoso e si autocondanna a morte cercando l’oblio. Egli vive in una terra lontana in cui è ancora possibile evocare i morti, gli spiriti, chiedere loro cosa vale, e scoprire che non "un giorno in più” è la risposta, ma il silenzio, l’oblio, la morte: quelli che, insieme alla libertà e all’assoluto, per un maleficio a lui sono negati. 

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Conversation pieces Photo Giuseppe Distefano

Parlerà con lo Spirito, che gli apparirà nelle fattezze di una conturbante figura femminile; poi di un pastore dell’Arcadia – "Qualunque sia il tuo male, si può sopravvivere”, gli dirà il giovane anch’esso con la voce e i tratti gentili di Abele –; poi di un monaco – "Non vorrei indagare il segreto del vostro animo, ma… riconciliatevi, non può mai essere troppo tardi”, è la sua esortazione –; per giungere infine all’appuntamento con il duplice volto della sua ossessione: quello di Abele e di Lucifero, ambiguamente liminali. Sarà Manfred/Caino che, infine, stringendo il fratello – "Prega, anche solo col pensiero, ma non morire così”, sono le ultime parole di Abele mentre il fratello si accascia compiendo lo stesso gesto che egli aveva compiuto nel momento della morte –, spirerà tra le sue braccia. Nell'abbraccio della sua vittima, affidandosi per la prima volta all’Amore, troverà finalmente la sua riconciliazione. Il frastuono cederà il posto ai suoni della natura, in una ritrovata armonia del creato mentre le note del Requiem avvolgono le voci dei poeti che sembrano accogliere lo spirito di Manfred in un luogo in cui la poesia è ancora possibile. 

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Conversation pieces Photo Giuseppe Distefano

Filiberti ha il dono di unire, in un afflato densamente lirico, teatralmente visionario, letterariamente immaginifico e concreto, diversi linguaggi espressivi con una sapienza autoriale e registica davvero rara. Lo prova la messinscena che in una grande stanza maculata, con tre porte sfumate nel colore della parete, una grande vasca in proscenio densa di vapori per le apparizioni degli spiriti, e una più piccola quale unico arredo scenico, condensa la storia dell’uomo di ieri e di oggi, del Bene e del Male, dell'unità e della divisione, della dannazione e della redenzione. Dentro questo spazio mentale e dell'anima, che ingloba anche la platea, le parole elaborate dalla riscrittura di Filiberti, così pregne ed evocative da meritare una lettura a parte, prendono corpo nelle immagini totali in proiezione – il grande albero della conoscenza, l'angelo luciferino dalle enormi ali, l'abbraccio voluttuoso nell'acqua –; nelle atmosfere cupe o luminose, rarefatte e terrigne, create dai colori del sangue o della luce abbagliante; nei suoni e nelle musiche segnate da voci suadenti o distorte, da melodie o clangori (il trillo crescente di un cellulare che diventa musica compulsiva). E ci sono visioni struggenti, tra tutte l'apparizione del fantasma di Abele e il dialogo con Manfred che cerca di afferrarlo per non lasciarlo andare via: "Tu mi amasti troppo come io ti amai. Dimmi che non mi odi, che io sopporto questa punizione per entrambi, che tu sarai salvato e io, finalmente morirò”. Solo tre gli interpreti, Stefano Guerrieri, Matteo Tanganelli, Diletta Masetti, attori in stato di grazia, capaci per adesione fisica e restituzione emotiva, di trasformarsi in più ruoli (Guerrieri è Caino/Manfred; Tanganelli è Abele/Lucifero, pastore e monaco; Masetti è lo Spirito della Bellezza e quello della Conoscenza); recitare con toni lirici, modulati, quasi da oratorio, vicino alla cantata e all'opera; e danzare con intensità di gesti e movimenti (le coreografie sono di Emanuele Burrafato), tenendo sempre alta la tensione senza interrompere l’incantato flusso di un racconto senza tempo orchestrato come un concerto con sfumature e pennellate dalle forti tinte. Un teatro d’altri tempi. E per questo moderno, potente, necessario. Che rapisce.

Giuseppe Distefano
 


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