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Murano Illumina il Mondo: il linguaggio del vetro in Piazza San Marco
Mostre
A Venezia, la luce porta con sé una stratificazione simbolica che mette in relazione spazio, memoria e rappresentazione. In questo senso, Murano Illumina il Mondo, alla sua terza edizione, è al contempo progetto espositivo e operazione che interviene su uno dei nodi più delicati dell’identità veneziana contemporanea, il ruolo del vetro di Murano e la sua capacità di parlare al presente senza ridursi a immagine consolatoria.
Dal 21 novembre 2025 al 1 marzo 2026, dodici lampadari d’artista abitano le volte delle Procuratie Vecchie trasformando Piazza San Marco in una galleria a cielo aperto. Ma qui la questione non riguarda semplicemente esporre il vetro, quanto chiedersi che cosa Murano possa ancora dire e a chi. In uno spazio come questo, il confine tra valorizzazione e monumentalizzazione resta sottile; il vetro può diventare icona ma anche perdere la sua capacità di resistenza.

Murano Illumina il Mondo lavora proprio su questa linea di instabilità senza risolverla del tutto. Piuttosto che neutralizzare il peso simbolico del luogo, il progetto lo assume come dato, affidando ad artisti e designer internazionali il compito di misurarsi con un archetipo fortemente codificato, quello del lampadario, e con una tradizione che a Venezia è insieme risorsa e vincolo.
È in questo spazio di attrito che il vetro muranese torna a essere materia attiva, capace di assorbire visioni esterne senza perdere la propria specificità tecnica e culturale. Le collaborazioni con le fornaci storiche non funzionano come semplice traduzione formale, bensì come negoziazione continua tra gesto artigiano e progetto contemporaneo, tra sapere trasmesso e sperimentazione.

Il lampadario, oggetto domestico carico di storia decorativa e di sedimentazioni sociali, viene qui incrinato nella sua dimensione originaria. Alcune opere lavorano per sottrazione, riducendo la forma a struttura essenziale, quasi diagrammatica, e interrogando il peso stesso della tradizione; altre si affidano a una narrazione più esplicita che trasforma il vetro in organismo, paesaggio, simbolo emotivo. C’è chi guarda alla laguna come matrice formale interiorizzandone i moti e i riflessi, e chi spinge il materiale verso una sfera più concettuale o sociopolitica, interrogando temi come libertà, trasformazione o il ciclo della vita.
Su questo sfondo, la costellazione di artisti e designer coinvolti traccia una mappa volutamente non omogenea. Alla precisione progettuale di Luca Nichetto, che con Barovier&Toso lavora sul profilo e sulla memoria strutturale del lampadario, si affiancano le sperimentazioni di Simone Crestani e Joana Vasconcelos con Berengo Studio, dove il vetro si espande in una presenza organica, quasi corporea. Mentre Chahan Minassian lavora su un’idea di forma misurata e ritmica, F. Taylor Colantonio guarda alla luce come elemento strutturale e memoria composita. Christian Pellizzari, insieme a Salviati, innesta elementi tecnologici in un immaginario fragile e metamorfico, e Massimo Micheluzzi, con Vetreria Anfora, lascia che la materia assuma forme fluide, ispirate a un mondo sommerso e in costante mutazione.

Più legate a una dimensione narrativa risultano le ricerche di Lucio Bubacco e di Ru Xiao Fan, che utilizzano il lampadario come dispositivo simbolico, mentre Michela Cattai e Irene Cattaneo lavorano su una tensione fatta di cadenza, stratificazione e osservazione del tempo. In questo panorama articolato, il vetro muranese non si presenta come stile unitario, ma come campo di possibilità capace di accogliere approcci anche distanti senza perdere densità tecnica e culturale.
Fondamentale è il ruolo delle fornaci muranesi coinvolte, chiamate a partecipare attivamente al processo progettuale. Il vetro emerge così come linguaggio complesso, fatto di resistenze tecniche, opportunità e limiti, che porta gli artisti a confrontarsi con una materia tutt’altro che neutra. Il progetto è promosso dal Comune di Venezia e The Venice Glass Week, con il sostegno di Pentagram Stiftung e della Camera di Commercio di Venezia Rovigo, all’interno di una struttura curatoriale che affianca ricerca storica e sperimentazione contemporanea, collocando il progetto in un orizzonte che supera l’evento e si misura con una riflessione più ampia sul patrimonio.

In questa direzione va anche il coinvolgimento della Scuola Abate Zanetti, con il maestro Eros Raffael, sia nella produzione che nella mediazione culturale. Affidare agli studenti il racconto delle opere significa restituire al vetro un campo di trasmissione e di futuro, sottraendolo alla sola logica celebrativa. Un gesto che riporta Murano a essere luogo di formazione oltre che di competenza produttiva.
Murano Illumina il Mondo non si limita così a riaffermare un valore acquisito, ma mette in scena il passaggio di una tradizione che per continuare a esistere deve esporsi, accettare lo sguardo dell’altro e confrontarsi con forme che non le appartengono ancora del tutto. Sotto le architetture monumentali della piazza, il vetro di Murano si trova sospeso tra ciò che è stato e ciò che può ancora diventare, chiamato non tanto a rappresentare un’identità, quanto a renderla nuovamente permeabile continuando a riflettere il tempo.















