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Arte Fiera Bologna 49: intervista al nuovo direttore Davide Ferri
Fiere e manifestazioni
Cosa sarà. È questo il titolo della nuova edizione di Arte Fiera che sottende uno slancio verso il futuro, un grado di imponderabilità, un rimando a quella componente di mistero che tiene collezionisti e appassionati legati alle opere d’arte del presente. La visione della nuova direzione, in sinergia con Enea Righi e tutto lo staff, trasforma i mitici padiglioni 25 e 26 in una partitura dove le proposte che affondano nel Novecento storico dialogano con il contemporaneo e le ricerche delle ultime generazioni. Cosa sarà ce lo racconta Davide Ferri.

Dopo cinque anni alla guida della sezione Pittura XXI, è in procinto di inaugurare la nuova edizione di Arte Fiera da Direttore Artistico. Come si sente?
«Emozionato e naturalmente orgoglioso. Curando una sezione all’interno di Arte Fiera ho potuto vedere passo a passo il percorso della precedente direzione. Ho avuto l’occasione di capire dall’interno come funziona la macchina fieristica, e questo mi ha permesso di affrontare l’anno con più strumenti. E soprattutto, non essendo mai stato un curatore mordi e fuggi, di camminare la fiera di continuo, accompagnare quante più persone riuscivo a intercettare e rendermi disponibile alle necessità. Ho imparato qualcosa che ritengo fondamentale, ovvero che chi è all’interno di una fiera con un ruolo di responsabilità non deve mai esimersi dall’esserci, dall’essere insieme ai galleristi, dall’essere intercettabile, fisicamente dico.
Come vivrà la fiera?
«Credo sarò un direttore che camminerà molto per i corridoi, sento una grande euforia. Certo, c’è anche preoccupazione, mossa dalla consapevolezza che un anno di lavoro si gioca in quattro giorni. Ma è proprio il lato eccitante e anche performativo delle fiere».
La sua nomina è arrivata un anno fa. Come si è preparato alla sua “prima”?
«In tanti modi. Frequento Arte Fiera fin da adolescente, provo una grande familiarità. Insieme a questo senso di affetto, ho cercato ogni giorno di capire fino in fondo dove mi trovassi. Arte Fiera ha una storia lunghissima, è nata nel 1974, è la terza in Europa e la prima in Italia ed è proprio da qui che sono partito. Quando la mattina mi reco in ufficio attraverso tutta questa storia ricapitolata dagli edifici che ho davanti agli occhi. E così fanno i visitatori che raggiungono la fiera. Vedo le Torri di Kenzo Tange, l’ex Galleria d’Arte Moderna, l’edificio di Leone Pancaldi dove ha avuto sede la galleria dal 1975 al 2007, il Padiglione dell’Esprit Nouveau, costruito nel 1977 sul modello fedelissimo dell’edificio progettato da Le Courbisier. Credo che dirigere Arte Fiera significhi agire per ricordare questo passato e portarlo nel presente. Altrettanto fondamentale è stato mettermi in sintonia con lo staff, a cominciare dalla project manager Alessandra Delvino, insieme a tutta l’area che si occupa dei rapporti con i collezionisti, e ovviamente con Enea Righi, che investe nella fiera la sua competenza manageriale, appartiene alla sua storia professionale, ma anche alla sua autorevolezza di collezionista».

Il titolo della nuova edizione della fiera è “Cosa sarà”. Cosa sarà, allora, la nuova Arte Fiera?
«Si tratta di un titolo, condiviso con tutto lo staff, che indica le linee progettuali, di percorso, atmosferiche, lungo le quali lavorare. Ha cominciato a frullarmi in testa l’idea di questo Cosa sarà, che è anche una canzone di Lucio Dalla del 1979, inevitabilmente un omaggio al grande cantautore bolognese. Ho imparato che, pur essendo motivato e spinto da una necessità di migliorare e rinnovare come stiamo facendo, non si deve mai contraddire questo lato pop, nazional-popolare, aderente al tipo di pubblico che frequenta Arte Fiera e in qualche modo la caratterizza: viene dal centro-sud, dalla provincia, dalle zone periferiche, componendo un panorama variegato. Fa di Bologna un anello di congiunzione, un crocevia capace di mettere in comunicazione diversi lati del nostro Paese. Cosa sarà però non è solo questo».
Cos’altro?
«È un rimando al nuovo ciclo che comincia con la mia direzione artistica, è un invito a farsi altre domande. Quando si parla delle fiere d’arte tutti ne sottolineano il lato obsoleto, fanno riferimento alla difficoltà di modificarle, dicono ‘Vabbè, le fiere d’arte sono quelle, devono funzionare in quel modo, devono avere ottime gallerie, ottimi collezionisti, sono macchine con le stesse modalità’. Eppure tutti costruiamo le nostre agende, il nostro calendario annuale, attorno alle fiere principali. Sono un passaggio obbligatorio, che visitiamo con una certa euforia. Significa che c’è un lato umano oltre che commerciale, e stanno molto vicini: le fiere sono diventate un luogo di scambi e relazioni imprescindibile, dove ci incontriamo, ci parliamo. Questa dimensione è il versante dal quale penso si possa partire per migliorare la fiera. Cosa sarà allora è porsi delle domande semplici. Che cos’è che ci tiene legati così visceralmente, cos’è che fa ruotare tutta la nostra vita attorno a ciò che gli artisti fanno e ci mostrano? È difficile rispondere a questa domanda… Cosa sarà».

Rispetto alle precedenti edizioni, cosa ha mantenuto?
«È rimasta l’idea di lavorare su un’identità italiana, ospitando gallerie del nostro paese e l’arte italiana e internazionale che sanno veicolare. Molte gallerie hanno confermato la partecipazione, altre tornano, come Alfonso Artiaco, e altre ancora fanno il proprio ingresso per la prima volta arricchendo la proposta, come Kaufman Repetto ma anche Fanta-MLN, Artnoble, Barbati, Martina Simeti. Penso che Arte Fiera debba essere sempre più la festa delle gallerie italiane, stringendo con loro un legame appassionato e forte; credo che sia un elemento distintivo anche rispetto alle altre due fiere principali italiane».
Cosa cambia, invece?
«Cambiano tantissime cose, intensificando la fiera da molti punti di vista. Ho ereditato delle sezioni e se ne aggiunge una per il moderno, Ventesimo +, a cura di Alberto Salvadori. Riflette sul collezionismo e sulle sue potenzialità attraverso una partitura di libere associazioni e accostamenti, anche rischiosi, negli stand delle gallerie che partecipano. Mi sembrava che ce ne fosse bisogno per il padiglione 26, che ospita anche Multipli affidato a Lorenzo Gigotti, cofondatore assieme a Luca Lopinto di Nero Magazine. Questa sezione include grafica d’arte, libri d’artista, oggetti di design, tutte le opere che sono edizioni – anche film, video, perfino musica, copertine di dischi – parlando in modo democratico al collezionismo, avvicinandone di nuovi tipi e di più giovani. Nell’altro padiglione ci sono poi Fotografia e dintorni, che Marta Papini ha costruito facendola somigliare a una mostra; Prospettiva, che cura Michele D’Aurizio e raccoglie la proposta di gallerie più recenti o che, pur storiche, fanno un lavoro di ricerca; infine Pittura XXI: è Ilaria Gianni ad aver ereditato il delicato compito di costruire delle proposte sulla pittura in una stagione come quella che stiamo vivendo. Per me era importante dare continuità a questi due padiglioni lunghi e stretti, bellissimi».

Cosa comportano questi spazi?
«La loro lunghezza rende forse difficile che tutti li percorrano dall’inizio alla fine, e allora ho voluto scaldare alcuni punti, scandire i momenti per far sì che accompagnino sempre il visitatore».
Tornando alle novità…
«Nuova, forse per un diverso modo di usarla, è la commissione d’artista, affidata a Marcello Maloberti e intitolata Preludio. È una sorta di prima immagine che accoglie il visitatore in Piazza della Costituzione, rilanciando le sollecitazioni del titolo. Resta molto forte il legame con la performance, che la fiera sviluppa insieme a Fondazione Furla con la curatela di Bruna Roccasalva, e che quest’anno vede protagonista nel Padiglione dell’Esprit Nouveau l’artista franco-iraniana Chalisée Naamani. Ci sono tante altre grandi e piccole cose, e talvolta sono proprio queste a fare la differenza. Come il testo in lingua facile che lo spettatore potrà prendere insieme alla mappa, un modo discorsivo e inclusivo di tradurre la pianta, raccontando non solo ai collezionisti ma a tutte le tipologie di pubblico cosa c’è fuori, cosa si vede prima di entrare in fiera, e cosa c’è dentro. La novità principale, per concludere, è atmosferica: vogliamo una fiera calda, accogliete, possibilmente anche simpatica e assolutamente non noiosa».
Anche se il pubblico leggerà la sua intervista quando saremo nel vivo della kermesse, se potesse accompagnarli uno a uno nella visita, quali consigli o suggerimenti di sguardo darebbe?
«La fiera, anche se ci sono dei fili che la percorrono naturalmente, è un luogo caotico, chiaramente eterogeneo, pieno di sollecitazioni. Contrariamente alla norma gli direi di percorrerla tutta, anche abbastanza rapidamente. A cominciare dalla sezione editoria, che avrà un cuore pulsante: il Book Talk, a cura di Guendalina Piselli, una proposta di dialoghi legati ai libri che coinvolge autori e artisti a cui sono dedicati. Gli direi proseguire verso il primo padiglione con un buon passo, cercando di mettersi in sintonia con il carattere della fiera e la sua atmosfera, senza preoccuparsi di perdere qualcosa e senza imporsi una disciplina. È importante mettersi nelle condizioni di essere aperti alla sorpresa e all’imprevisto».














