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Il rapporto tra arte e scacchi è di lunga data, attraversa la storia e, nel Novecento, trova come figura simbolica un personaggio emblematico di entrambe le discipline: Marcel Duchamp. A partire dagli Anni Venti, Duchamp riduce drasticamente la propria produzione artistica per dedicarsi quasi esclusivamente al gioco, partecipando a tornei internazionali e raggiungendo un livello competitivo di rilievo. Può sembrare un legame distante ma per Duchamp tutto si svolgeva in continuità, gli scacchi incarnavano una forma di creazione puramente mentale, svincolata dall’oggetto e fondata su un sistema di regole arbitrarie, non diversamente dai ready made o dalle sue sperimentazioni concettuali.

Dunque, non solo gioco, quanto dispositivo concettuale: con la mostra Un siècle d’échecs, la galleria Perrotin di Parigi dedica un’ampia ricognizione a questo profondo dialogo tra arte e scacchi, ripercorrendo oltre un secolo di intersezioni tra pratica creativa e logica strategica. La mostra parigina si basa su un’idea di R. Jonathan Lambert e, tra i tanti lavori in esposizione, vi è anche un pezzo del grande maestro dadaista: un set tascabile realizzato nel 1944.

A queste opere storiche, la mostra presentata da Perrotin accosta però tutta una serie di lavori più recenti, a dimostrazione di come l’interesse per gli scacchi, da parte degli artisti, continui tutt’ora. Oltre ai lavori di Duchamp, Man Ray, Maria Helena Vieira da Silva e Jean Cocteau, il visitatore può dunque confrontarsi, tra gli altri, con la fotografia di Martin Parr, un grosso bronzo di Gregor Hildebrandt e una scacchiera decorata in madreperla di Stéphanie Saadé.


Arte e scacchi: una lunga storia d’amore
Ma che cosa, esattamente, attrae così tanti artisti al gioco degli scacchi? Come già accennato, l’interesse degli artisti per gli scacchi attraversa tutta la storia, a partire dalla prima rappresentazione di una partita, una pittura a tempera su legno, risalente al 1143, nella Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni a Palermo. Nel corso del Quattrocento, il gioco degli scacchi compare in numerose opere, associato ora all’intelletto e alla strategia, ora all’ozio aristocratico o alla dimensione allegorica del conflitto.

Nel Novecento si configura una significativo punto di convergenza tra astrazione e simbolismo. Già nelle Avanguardie storiche, la scacchiera viene percepita come una forma paradigmatica della modernità: una griglia modulare che organizza lo spazio secondo una logica razionale e ripetitiva. Artisti come Man Ray, stretto collaboratore di Duchamp, progettano set di scacchi che traducono i principi del surrealismo in forme geometriche essenziali, trasformando i pezzi in elementi scultorei autonomi.
Parallelamente, il gioco assume una forte valenza simbolica. I surrealisti vi riconoscono una struttura ambivalente, sospesa tra razionalità e inconscio, mentre per molti artisti astratti la scacchiera diventa un modello compositivo, una superficie regolata che riflette l’interesse per sistemi e sequenze. Più che rappresentare il mondo, essa ne propone una versione ridotta e formalizzata, un campo di forze in cui ogni elemento acquisisce significato solo in relazione agli altri.

Gli scacchi emergono perciò come una forma paradigmatica del pensiero moderno: un dispositivo che, proprio attraverso la limitazione, rende possibile l’invenzione. Una condizione che rispecchia, in fondo, quella dell’arte stessa.










