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Gli artisti possono disarmare la guerra? Riflessioni a margine di una mostra oltre la retorica
Arte contemporanea
A un primo bilancio della mostra disarmArti, visitabile fino al 28 febbraio al Museo Broggi di Melegnano, in provincia di Milano, mi pare possa essere utile evidenziare alcune peculiarità meritevoli di pur brevi addentramenti e sottolineature. Partendo dalla tematica in oggetto, il focus della mostra, ad esempio, non richiedeva agli otto artisti invitati un generico e retorico rappresentare il proprio ripudio alla guerra ma qualcosa di più e di diverso. Porre cioè la propria sensibilità artistica al servizio di un lavorio introspettivo che indagasse le ragioni profonde dell’aggressività umana, a partire anche dalla propria esperienza di vita e dunque di artista. Ricordo, d’altronde, che la titolazione della mostra – che forse ambirebbe a trasmutarsi in finalità – scaturisce dalla lettura di un carteggio Einstein-Freud in cui ciascuno dei due intellettuali ha inteso scandagliare le cause più recondite circa una presunta ineluttabilità di tutto il genere umano a esercitare violenza nei confronti dei propri simili.
Se anche la cultura, nella sua accezione maggiormente speculativa, oggi, lungi dal rappresentare chiavi interpretative di una qualche funzionalità, mostra – aimè – tutta la propria dappocaggine, fino a rendersi soggetto, oramai, di mera presa d’atto di tanta inumana aberrazione, forse soltanto l’arte, in quanto soggetto che proprio dalle crisi può attingere alimento valoriale, potrebbe esperire a una qualche, ancora non precisata, funzione riparatrice.

Scriveva Antonio Banfi: «L’arte vuol vivere e la vita è una cosa sola con la libertà: libertà intima di sviluppo, possibilità di dare a se stessa le proprie norme, i propri problemi, i propri contenuti e le proprie forme. Da questa libertà assoluta dell’arte dipende la possibilità di scoprire e consacrare in lei la poeticità della nostra vita, che è insieme certezza gioconda e fede creatrice».
La mostra disarmArti, ancor prima che mettere in visione delle opere, ha messo in gioco degli artisti con tutta la loro spietata sincerità, anche non dissimulando la propria impotenza di fronte ad un tema tanto lacerante e oscuro.
Diceva Gombrich che «Non esiste in sé una cosa chiamata arte» ma esistono gli artisti, con tutta la loro struggente intenzionalità espressiva. Dunque otto artisti – sette uomini e una donna per la precisione -, un ottangolo di creatività, ovvero dissonanti angolature che, anziché racchiudersi in segmenti di senso “disarmantizzanti”, hanno offerto alle nostre appisolate coscienze l’impazzimento di simboli, di funzioni, di usi, di segni, di forme, di materiali, la volontà di ossimoriche narrazioni.

Otto artisti, per dirla con Amedeo Anelli, direttore scientifico della mostra da me curata, che hanno voluto porre l’interrogazione di fondo della mostra «In un orizzonte veritativo che sa mettere a frutto ogni risorsa, anche della retorica e dell’ironia, del mutamento delle forme in movimento…che, con poetica e tensioni anche diverse, hanno saputo interpretare il disarmArti come incipit all’interiorità della pittura, della scultura, dell’opera che si fa architettura e spazio, che lo sommuove o lo fa mutare in processi di transmorfosi, di battimenti dello spazio e del tempo reali e immaginativi».
Arrivando alle opere in mostra e nell’assoluta consapevolezza che nessuna parola può sostituirsi alla visione partecipata del fruitore, nel tentativo di comunicare quantomeno talune suggestioni da me introiettate, accosterò a ciascuna opera – o gruppo di opere di uno stesso artista – brevissimi frammenti poetici.
Rigenerazione di Bertozzi & Casoni: sono carezze compassionevoli queste zampette; prendere il volo sarebbe stato più saggio per affrancarsi da questa disumana compressione decapitante. Al contrario, racchiuse le ali attendono.
Nove elementi di Giulio Calegari: ci osservano, raccontano storie, a volte si specchiano, iconiche figure della notte. Dell’oro, solo il colore di fondo, “nell’immobilità del mutamento”.
Metalskin di Michelangelo Galliani: spento, il mento, a terra, riposa, nel piombo. Di Simo Hayha, la Morte Bianca, sia ammonimento.
Apocalisse di Omar Galliani: agnello ucciso e vivo, questo buio di luce, le mani nel cielo sprofondano a Gaza.
Grande Zattera e Superpianto di Ernesto Jannini: d’acciaio, siamo intelligenze, e l’oceano ribolle di acuminati spilli. In un Bip, senza fondo, tuffarsi.
Orror Mirror di Giordano Montorsi: respira il braciere di sangue, crea ordine e diventa bersaglio, infingardo trasmuta color fuliggine.
El/metti pace di Marco Nereo Rotelli: speranza del blu, non ingannevole, forse. Dove la Poesia si adagia nel ferro e piano piano la Parola si allarga, fino a bagnare la terra.
Radiografica su turbina di Feuei Tola: ci attraversa la carne, la taglia, la divide, la scruta. Ci attraversa e passa la luce. Sanguinamento in foto è finzione.










