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A Venezia aprirà un’ampia mostra di Joseph Kosuth sulla crisi del linguaggio
Arte contemporanea
di redazione
In un momento storico segnato dalla proliferazione di discorsi e immagini, riflettere sulla crisi dei linguaggi e sulla responsabilità nell’utilizzarli come dispositivi critici è un atto fondamentale di consapevolezza. Su questo argomento ha sempre lavorato Joseph Kosuth, tra i protagonisti storici dell’arte concettuale. Nato nel 1945, fin dagli anni Sessanta ha posto il linguaggio come fulcro di interesse del proprio lavoro, come strumento descrittivo e come oggetto stesso dell’indagine artistica. La sua ricerca sarà raccontata da una mostra visitabile dal 28 marzo al 22 novembre 2026 alla Casa dei Tre Oci di Venezia, promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli. Un titolo programmatico, The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero,“Il valore di scambio del linguaggio è sceso a zero”, che suona come una lettura icastica dell’attualità e, insieme, una provocazione intellettuale, aprendo una questione centrale tutta la pratica del grande artista statunitense: il linguaggio come materia dell’arte e come campo di conflitto simbolico.

Alla Casa dei Tre Oci, The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero si configurerà dunque come una rilettura stratificata della sua ricerca, scandendo un percorso che mette in tensione opere storiche e nuovi interventi. A Venezia, Kosuth presenterà una nuova opera su larga scala, A Chain of Resemblance (2026), installata all’ingresso principale dei Tre Oci. L’intervento, basato su un testo di Michel Foucault, riflette su come il significato sia prodotto dall’intreccio tra testo e contesto, sottolineando che nessun enunciato è neutrale ma sempre inscritto in un sistema di relazioni storiche e culturali.

Il primo piano dell’edificio riunirà alcune opere degli anni Sessanta, tra cui One and Three Mirrors (1965), lavoro paradigmatico in cui immagine, oggetto e testo coesistono come tre modalità di definizione dello stesso referente. Qui il riflesso dello spettatore diventa parte dell’opera, attivando quella dinamica che Kosuth ha mutuato dalla teoria di Ludwig Wittgenstein: il significato risiede nell’uso. Lo specchio è un dispositivo concettuale quotidiano, che mette in discussione identità, rappresentazione e percezione.
Tre sale adiacenti approfondiranno la dimensione critica del suo lavoro attraverso opere come The Fifth Investigation (1969), Text/Context (1978-1979) e Where Are You Standing? (1976), poster realizzato per la Biennale di Venezia del 1976 nell’ambito del collettivo International Local con Sarah Charlesworth e Anthony McCall. Il manifesto storico The Seventh Investigation (1970) verrà inoltre reinstallato in uno spazio pubblico veneziano, riattivando il dialogo tra arte e città.

Il rapporto tra Kosuth e Venezia è di lunga data. Ha partecipato a otto edizioni della Biennale Arte, rappresentando il Padiglione Ungheria nel 1993 – anno in cui ha ricevuto una Menzione d’Onore – e ha lasciato in città opere permanenti come The Material of Ornament alla Fondazione Querini Stampalia (1997). Più recentemente, To Invent Relations (For Carlo Scarpa) è stata commissionata per la Biennale Architettura 2016 e installata nell’Aula Magna Mario Baratto di Ca’ Foscari. Tra il 2021 e il 2025 ha vissuto e lavorato a Venezia, rafforzando un legame che la nuova mostra rende nuovamente esplicito.
In oltre 50 anni di attività, Kosuth ha attraversato musei, spazi pubblici e contesti istituzionali in Europa, Americhe e Asia, ricevendo riconoscimenti internazionali – dalla Laurea Honoris Causa dell’Università di Bologna al titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia – e contribuendo in modo determinante a ridefinire il ruolo dell’opera come luogo di produzione di pensiero.












