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Other Identity #195, altre forme di identità culturali e pubbliche: Marco Rufini
Fotografia
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Marco Rufini.

OTHER IDENTITY: Marco Rufini
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Inizierei dicendo che quando sento il bisogno di rappresentare qualcosa nella realtà che mi circonda e che in qualche modo attira la mia attenzione, mi distacco dai tanti pensieri che travolgono tutti noi senza sosta e mi immergo in un momento privato, ed è allora che vedo la forza creativa dell’arte, è come respirare naturalmente senza che ci sia una costruzione ideativa alle spalle. Per me l’arte in ogni sua forma è una medicina per l’anima di un’artista che vive e vede un mondo che interpreta tramite le proprie emozioni private lavorando tanto con il proprio inconscio.
La mia rappresentazione d’arte non è pensata o ragionata affinché passi un determinato messaggio a chi osserva il mio privato che, quando diviene pubblico, viene inevitabilmente interpretato da occhi e mentalità diverse e questa è per me una cosa importante. Ma sta di fatto che, pur essendo ormai diventata pubblica, la mia rappresentazione d’arte per me rimane un’espressione ed un linguaggio puramente privati».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«In realtà credo di essere sempre alla ricerca di una vera e propria personalità artistica e creativa. Essendo la contemporaneità così volubile e fugace indicare un’identità specifica diventa alquanto difficile ed oserei direi illusorio. Penso più che altro che l’essenza della mia identità sia in continuo sviluppo, varia con il passare del tempo, è in uno stato di maturazione ed elaborazione perenne perché da ciò si crea, si capisce e si allargano i propri orizzonti, che mi porteranno sempre a qualcosa di differente. Credo che identificarsi sia limitante per la nostra creatività, rimane una lotta continua tra mente ed anima».

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«Sta a noi decidere cosa mostrare e la modalità da utilizzare per ottenere il miglior risultato. Soprattutto nel mondo in cui viviamo, bisogna saper bilanciare con cura la propria personalità e le proprie motivazioni essendo l’apparenza sociale e pubblica a dir poco (per fortuna o purtroppo) fondamentali. Oggi è di vitale importanza saper porre una maschera (il che è sempre stato un mio grande limite) senza andare a forzare la propria arte che per esistere ha un estremo bisogno di rimanere coerente e fedele a sé stessa. Per me è e sarà sempre una fuga dalla realtà, un mio rifugio personale prima di tutto. Allo stesso tempo sono consapevole del fatto che il pubblico vedrà una rappresentazione probabilmente differente dalla mia personale e certamente mi fa piacere che la mia arte venga apprezzata, ma non mi esprimo per compiacere qualcun altro, non è quello che delinea il mio piacere personale».

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Il nostro bagaglio umano, diverso per ognuno, non può che riflettersi sulla nostra visione artistica ed espressiva. Sin dalla scuola mi sono sempre interessati gli aspetti segreti e nascosti nei ritratti delle persone. Mi sono cimentato nella moda (una maniera per “giocare alle bambole”, cosa che da piccolo non potevo certo fare come disegnare o vestirmi in modo non uniforme agli altri) soddisfacendo così la mia voglia e curiosità di ritratto ed estetica del bello. Andare a studiare il passato che è la nostra formazione personale non ragionata e indispensabile ma che ci ha influenzato (film, opere d’arte, musica, etc…) ci spinge a trovare una nuova unicità, metterci sempre alla prova per trovare ogni volta un’identificazione del sé che metta in discussione anche nuovi valori e metodi di rappresentazione.
Bisognerebbe andare avanti per la propria strada, consapevoli del passato e senza ascoltare il continuo brusio che inevitabilmente ci circonda, anche con il rischio di andare a schiantarsi. Sicuramente è necessario tentare di esprimersi artisticamente come siamo qui ed ora, andando sempre a braccetto con il passato».

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Dicono che chi si autodefinisce “artista” alla fine sia l’ultimo ad esserlo. Ecco, questo mi pare un po’ estremo da affermare ma in fondo credo ci sia del vero. Mi è sempre stato molto difficile parlare di me, di come lavoro e di come mi considero. Sono sicuramente un “outsider”, non riesco a giocare e danzare con la vita come vorrei, mi sento un po’ un’anima smarrita e sofferente che vorrebbe salire sulla giostra. La sensazione è quella di non riuscire a fare vedere chi sei senza uscire dalla gabbia, lasciando giudicare gli altri.
Gli artisti ci sono e tanti, ma considero arrogante e molto poco umile andare a gridarlo ai quattro venti. Dovrebbero dirlo gli altri nel caso, il pubblico, non noi, almeno così penso.
Io mi ritengo una persona semplice e molto empatica, sono alla ricerca di una risposta di tale valore e di certo non so se mai riuscirò a trovarla, per ora piuttosto mi limito a considerarmi un creativo».

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Da quando ho pensato veramente al mio futuro fin da subito la mia mente si è rivolta alla fotografia, come fuga da ciò che mi ha bloccato e limitato per molto tempo. In realtà fin da bambino mi sono viato in qualche modo in un mondo come questo, non avendo ancora realizzato i segnali che c’erano tutti. Quindi per rispondere credo proprio che avrei optato in ogni caso per l’ambiente artistico».

Biografia
Nato a Roma, lascia gli studi universitari per trasferirsi a Milano, dove ancora vive, per dedicarsi alla fotografia. Si specializza in fotografia dei moda e comincia a collaborare con varie riviste italiane e straniere. (Marie Claire Italia, Marie Claire Turkey, D la repubblica delle Donne, Vogue Bambini, Sportswear International, Dealer de luxe, Cosmopolitan Italia, L’ Officiel Singapore, tra le altre …). Collaborazione negli anni anche con diversi brand di moda per la realizzazione di cataloghi, lookbook e campagne pubblicitarie. (Hermes, Laura Urbinati, Reebok, Miss Sixty, K-way, Superga, etc). Appassionato di arte, moda e cinema. Il suo stile? Moderno!










