15 aprile 2026

Nelle fotografie di Cate Colapietro, il corpo sfugge oltre il ritratto

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La riflessione visiva di Cate Colapietro sul corpo nell’era digitale, tra contatto, assenza e disturbo: le fotografie sono in mostra negli spazi dello shop CVO di Bari

Con Breath Not Found, mostra fotografica di Cate Colapietro realizzata in collaborazione con lo shop CVO, il ritratto viene sottratto alla sua funzione più canonica: quella di restituire un volto, una fisionomia, una presenza riconoscibile per diventare invece campo di pressione, cedimento e interferenza. Al centro del progetto c’è infatti l’uso dello scanner, dispositivo tecnico e impersonale che, nel lavoro dell’artista, perde il proprio statuto neutrale per trasformarsi in una superficie di contatto quasi carnale. Il vetro non è più soltanto supporto ottico, ma una sorta di pelle artificiale contro cui il corpo si schiaccia, si deforma, lascia impronte e residui. Ne deriva un’immagine che non documenta ma trattiene il segno di un attraversamento: non la stabilità del soggetto, bensì la sua vulnerabilità.

È qui che Breath Not Found trova la sua intuizione più intensa: spostare il ritratto dal regime della rappresentazione a quello della traccia. Il respiro, elemento primario, intimo, invisibile, nel progetto non si manifesta come evidenza ma come sottrazione, come dato mancante, come presenza che sfugge alla registrazione. L’assenza evocata dal titolo non riguarda soltanto il fiato ma investe il corpo contemporaneo nella sua interezza: un corpo frammentato, sottoposto a compressione, continuamente tradotto in immagine e ridotto a flusso, dato, superficie. I soggetti fotografati appaiono così in bilico tra riconoscibilità e dissoluzione; i loro contorni si perdono, si sovrappongono a materiali, tessuti e oggetti, generando una materia visiva instabile in cui l’intimità sembra compattarsi in glitch, disturbo, attrito digitale. Più che mostrarsi, il corpo lascia una ferita dell’immagine.

Il progetto si inserisce con lucidità dentro una riflessione più ampia sulla condizione iconica del presente. In un tempo in cui l’immagine è continuamente prodotta, compressa, smaterializzata e consumata, Colapietro sembra chiedersi che cosa resti davvero del contatto. La risposta coincide con la messa in scena di una sua impossibilità. In Breath Not Found non c’è alcuna illusione di trasparenza: il corpo appare come archivio emotivo distorto, deposito di pressioni, slittamenti, schiacciamenti. È un corpo che sopravvive nell’interfaccia e che proprio nell’interfaccia si incrina. Lo scanner, in questo senso, funziona come perfetta metafora del nostro rapporto contemporaneo con la presenza: registra e insieme altera, avvicina e insieme separa, tocca senza davvero restituire il calore del contatto.

Con Breath Not Found, il dialogo tra immagine, corpo e superficie si estende anche al luogo che le accoglie. A ospitare la mostra è infatti CVO, in Piazza Umberto I a Gioia del Colle, nel barese, uno spazio che, più che semplice negozio, entra nel progetto come presenza coerente, capace di tenere insieme ricerca visiva, moda contemporanea e costruzione di un immaginario. È proprio questa natura ibrida a rendere significativa la scelta del contesto: un ambiente che accompagna e amplifica la riflessione di Cate Colapietro sul corpo nell’epoca dell’interfaccia. Anche la presentazione della nuova collezione CVO durante l’apertura della mostra, svoltasi il 4 aprile, rafforza la sovrapposizione tra pratica artistica e linguaggio del prodotto, tra costruzione dell’immagine e presenza materiale del corpo.

In questa prospettiva, il lavoro di Colapietro evita tanto la seduzione puramente formale quanto la rigidità del discorso teorico. Le immagini mantengono una forte qualità sensoriale: mani, bocche, porzioni di pelle, trasparenze e oggetti plastici emergono come frammenti di una prossimità negata, mentre la superficie graffiata e compressa dello scanner trasforma ogni apparizione in un episodio quasi tattile. La fotografia si fa membrana; non apre uno spazio illusorio, bensì oppone resistenza. Anche le ipotesi installative presenti nel progetto, con l’uso di luci rosse, grandi formati e una dimensione ambientale immersiva, sembrano amplificare questa tensione tra attrazione e soffocamento, tra desiderio di vicinanza e impossibilità del pieno accesso all’altro.

Più che produrre immagini del corpo, Breath Not Found mette in scena le condizioni della sua apparizione oggi: la compressione, la dispersione, la continua negoziazione tra materia e schermo, tra impronta e sparizione. In questo senso il progetto ridefinisce l’idea stessa di presenza fotografica. Ciò che resta è il passaggio del soggetto, una traccia disturbata, un contatto interrotto, l’eco di un respiro che non è stato registrato. Ed è proprio in questa soglia instabile, dove immagine, corpo e interfaccia si sovrappongono senza mai coincidere del tutto, che il lavoro di Cate Colapietro trova la sua forza più contemporanea.

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