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Per Alessandro Aprile, la pittura è lo spazio dell’invisibile: la mostra da MATTA
Mostre
C’è un’essenza densa e bruna nella sostanza abissale, uno spessore quasi impenetrabile dove la luce viene assorbita, si attenua. Abissura – titolo della prima personale di Alessandro Aprile (Modica, 1999), ospitata negli spazi di MATTA, a Milano, fino al 28 marzo – è un neologismo che sfugge a una definizione linguistica univoca. Eppure, suggerisce un richiamo inevitabile a un’idea di profondità estrema: una dimensione che non è solo spaziale, ma profondamente individuale e psicologica.

Varcata la soglia della galleria, l’impatto iniziale è di profonda quiete, complice la luce naturale che filtra dalle finestre e dal lucernario. Tuttavia, avvicinandosi alle tele, si innesca un magnetismo crescente che conduce verso la penombra. L’opera catalizza lo sguardo, isolandolo dal resto. Ogni rumore ambientale sembra dissiparsi per lasciare spazio a un silenzio meditativo.

Le figure che torreggiano nelle composizioni si fanno portatrici di un peso interiore manifesto, eppure preservato in un’intimità inaccessibile. Sono presenze livide, ceree, che abitano lo spazio pittorico con una staticità monumentale. È soprattutto nel grande formato che questa ricerca si fa più palpabile. Qui la tecnica di Aprile rivela la compresenza di più elementi strutturali: il processo procede per sovrapposizioni successive, partendo dall’impronta del monotipo fino ai passaggi finali a olio. Questa sedimentazione crea un contrasto visivo in cui porzioni di colore più sottili convivono con nuclei di materia granulare, testimoniando un fare pittorico preciso e stratificato.

Nell’opera Blu, quasi solitario (2025), ad esempio, questa resa materica viene declinata in modo differenziato per ciascuna delle due presenze che abitano la tela, attribuendo loro un peso specifico e un valore distinti. La figura a destra appare dotata di una maggiore concretezza pittorica rispetto a quella di sinistra, nonostante presenti sembianze del tutto indefinite, quasi irreali. Quest’ultima, al contrario, pur mantenendo una propria integrità visiva, sembra svanire in una dimensione attenuata. Tale contrapposizione accentua il senso di isolamento e la distanza psicologica tra le presenze, nonostante la loro vicinanza fisica sulla tela.

Questa intimità invalicabile trova una differente, e forse più chiara, espressione nell’opera La fine della Linea (2025). Qui la tela è occupata da un’unica figura, la quale appare custodita all’interno di una sorta di bozzolo leggero e semitrasparente. Si tratta di un involucro impalpabile che, pur lasciando intuire la sagoma contenuta al suo interno, agisce come un diaframma insuperabile: un nero ventre, un nocciolo primordiale dove la luce non può penetrare. In questo passaggio, la stratificazione pittorica sulla tela sembra velare una fragilità, confermando come sia, in ultima analisi, un luogo chiuso e inviolabile.

Le tele presenti in Abissura riescono dunque a instaurare un dialogo muto con lo spettatore, costringendolo a misurarsi con la propria profondità. In questa prima personale di Alessandro Aprile, la pittura si spoglia della sua componente narrativa per farsi puro spazio di introspezione, mostrando come l’abisso non sia un vuoto da colmare, ma una dimensione abitabile connaturata all’essere.








