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Tra green screen, luci LED, dispositivi di ripresa, marker di tracciamento e immagini generate digitalmente, la realtà sembra continuamente slittare verso una dimensione altra. È all’interno di questo territorio ambiguo, tra cinema, CGI e percezione, che si muove Sense of Agency, la mostra personale di Valentin Gillet, a cura di Elisabetta Pagella, visitabile dal 21 al 25 maggio da Espace Parallele, a Parigi.

L’esposizione costruisce un ambiente che assume la forma di un set cinematografico scomposto, una sorta di backstage dell’immagine contemporanea dove gli strumenti della rappresentazione smettono di essere invisibili e diventano essi stessi materia narrativa. Lo spettatore entra così in una “Dream House” digitale in cui l’artificio viene continuamente esibito, esasperato e messo in crisi.
Nato a Poissy nel 1994 e oggi attivo a Parigi, Gillet proviene proprio dal mondo degli effetti speciali e della modellazione 3D. Dopo un primo percorso in arti applicate all’ESAG di Parigi, ha lavorato come autodidatta nel campo degli effetti visivi prima di diplomarsi all’École des Beaux-Arts di Parigi nel 2024. Questo passaggio tra industria dell’immagine e ricerca artistica attraversa tutta la sua pratica, che combina film, installazione e immagini generate al computer per interrogare i meccanismi contemporanei della visione.

In Sense of Agency il pubblico cammina fisicamente sopra i marker utilizzati nel cinema per costruire ambienti virtuali e green screen. La mostra rielabora così il linguaggio tecnico della simulazione in esperienza. Luci blu, verdi e rosse scandiscono lo spazio in maniera asincrona, evocando un ecosistema digitale in costante elaborazione. Le opere esposte nascono da immagini trovate successivamente ricostruite attraverso modellazione 3D e intelligenza artificiale. Occhi e bocche deformati, protesi in silicone, elementi facciali privati della loro funzione espressiva diventano interfacce ibride, sospese tra umano e artificiale. Significativo è il modo in cui la mostra mette in tensione effetti speciali pratici e tecnologie digitali. Le protesi oculari e dentali utilizzate nel cinema horror o nella CGI analogica vengono qui isolate e trasformate in oggetti perturbanti, capaci di produrre una sensazione di alienazione e “disturbo percettivo”.

Al centro del progetto, una riflessione sull’autonomia dell’immagine contemporanea. Come suggerisce il titolo stesso, Gillet lavora sul concetto di “agency” dell’immagine digitale: la rappresentazione non si limita più a imitare il reale ma partecipa attivamente alla produzione di senso, influenzando il modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza al suo interno.

Secondo la lettura curatoriale di Elisabetta Pagella, ciò che emerge è un nuovo “velo di Maya” tecnologico: non più un’illusione metafisica, ma una rappresentazione digitale che riorganizza continuamente le condizioni della visibilità contemporanea. L’immagine non nasconde il reale ma ne ridefinisce incessantemente la struttura. In questo scenario, l’essere umano non appare più come autore assoluto della rappresentazione ma come co-autore immerso in sistemi visivi governati da apparati tecnici, algoritmi e infrastrutture mediali sempre più pervasive.

















