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Giulia Cantarutti, Langue verte, la nuova mostra di Alveare Culturale Studio
Mostre
La mostra personale di Giulia Cantarutti, dal titolo Langue verte, curata da Sharon Marini e Marcella Minutillo con exhibition design di Pietro Cusi, prende il titolo da un’espressione francese che rimanda alla “lingua verde”, la cosiddetta “lingua degli uccelli”. Codice primordiale e segreto, proprio del pensiero esoterico e alchemico, attraverso esso sarebbe possibile accedere ai misteri della natura e della materia. È già in questa soglia linguistica, sospesa tra traduzione e occultamento, che si innesta il progetto espositivo, concepito come un dispositivo di attraversamento più che come semplice sequenza di opere. Cantarutti usa il proprio linguaggio visivo come veicolo di trasformazione interiore, dando forma a un percorso che intreccia suggestioni della filosofia orientale e occidentale e che si struttura come esplorazione del rapporto tra immagine, simbolo e conoscenza. Non a caso, come afferma l’artista, il suo lavoro si muove “sul parallelo che esiste tra la favola e il mistero della natura”.

Il progetto da Alveare Culturale si articola come un racconto alchemico, in cui la figura animale assume una funzione centrale e strutturante, vettore simbolico di un processo di trasmutazione dell’io. La mostra si presenta così come un “caleidoscopio di immagini frammentate”, dove la narrazione segue la logica della Grande Opera e delle sue fasi di dissoluzione e ricomposizione. Il riferimento esplicito alla tradizione alchemica diventa chiave di lettura di un percorso che si sposta progressivamente dal piano materiale a quello interiore. La dissoluzione del piombo, in questa prospettiva, non è altro che la disgregazione dell’Ego, condizione necessaria per l’emersione del Sé. Il fine ultimo del processo risiede dunque non tanto nella trasformazione della materia quanto nel superamento della condizione umana ordinaria in direzione di una dimensione spirituale. In questo quadro, gli animali occupano una posizione privilegiata, mediatori simbolici tra mondi. Gli uccelli, in particolare, incarnano il punto di contatto tra terra e cielo in quanto figure di passaggio, interpreti di un linguaggio liminale. Il percorso espositivo si struttura quindi come una vera e propria sequenza iniziatica, articolata secondo le fasi della Grande Opera: Nigredo, Albedo e Rubedo. Lo spazio viene modulato in due ambienti distinti, che corrispondono rispettivamente al momento della dissoluzione e a quello della progressiva chiarificazione.

Nella prima sala, la Nigredo si manifesta come immersione nel nero originario, nella zona di crisi e disgregazione dell’identità. Qui trova posto il ciclo Caput Corvi, in cui la figura del corvo diventa emblema della fase iniziale del processo alchemico, composto da morte simbolica, disfacimento dell’ego, apertura del ciclo trasformativo. Il supporto esagonale sospeso accentua la dimensione rituale e sospesa dell’intervento, come se le opere appartenessero a un sistema in equilibrio instabile. Accanto, la serie Percorsi introduce la figura della scimmia, creatura ambivalente che nella tradizione iconografica oscilla tra imitazione e auto-riflessione. Il suo valore allegorico si radica nella prossimità all’umano ma anche nella sua distanza, un’identità ancora in via di definizione. Sulla soglia della seconda sala si colloca invece Vittime Carnefici – Nuovi Boschi, dove la figura della pecora introduce una riflessione sulla costruzione dell’identità collettiva e sulla sua fragilità. Qui la metafora del “bosco di io frammentati” suggerisce una condizione di instabilità percettiva, in cui l’individuo si moltiplica e si disperde, sospeso tra innocenza e violenza latente. Il passaggio verso la seconda sala segna l’ingresso nella fase dell’Albedo, momento di purificazione e progressiva chiarificazione. Lo spazio cambia radicalmente registro quando la dimensione oscura lascia il posto a una luminosità più intensa, quasi catartica. È qui che il processo di trasmutazione inizia a rendersi percepibile come trasformazione sensibile oltre che simbolica.

L’apparizione dell’Agnus Dei sancisce l’avvio di questa fase intermedia, in cui la crisi si trasforma in possibilità di rigenerazione. A seguire, le figure del lupo (Ombra-lupo), dell’orsa (Orsa) e della volpe (Riposo) articolano una grammatica della soglia, in cui istinto, protezione e intelligenza si dispongono come tappe successive di un processo di decantazione interiore. Il cervo e gli uccelli (Cervus-servus, La Guida) introducono invece una dimensione di transito più esplicita, in cui il pensiero si fa mobile, attraversato da flussi che rimandano alla condizione stessa della coscienza in trasformazione. Il gufo, il barbagianni e il cervo invernale, disposti in sequenza, costruiscono una triade simbolica che articola solitudine, conoscenza e visione. Il percorso si avvia così verso la sua conclusione con l’emergere progressivo della Rubedo, fase finale della Grande Opera, in cui la materia spirituale raggiunge il proprio grado di compimento. La tartaruga (Microcosmo) introduce il tema della continuità tra microcosmo e macrocosmo, mentre il pavone (Apparenze) riporta alla dimensione della trasformazione cromatica come segno della materia ormai purificata.
Nella parte conclusiva del percorso, il falco (Vestito su una sedia) diventa figura della presenza e della lucidità percettiva, mentre il cervo e il barbagianni (In quiete) articolano una nuova forma di equilibrio tra movimento e contemplazione. Il pellicano (Pellicano), con la sua iconografia sacrificale, introduce esplicitamente il tema della dissoluzione come atto generativo, mentre il capovaccaio (Capovaccaio) richiama il ciclo di morte e rigenerazione come principio ecologico e simbolico insieme. L’ultima opera, Torre del silenzio, chiude il percorso con una riflessione radicale sulla necessità della dissoluzione come condizione per la trasformazione. Il cerchio si chiude così in una dinamica che non è mai puramente narrativa ma soprattutto processuale. Dalla decomposizione alla ricomposizione, dalla frammentazione alla possibilità di una nuova unità.














