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Georg Baselitz in mostra a Firenze: 5 cose da sapere sul grande artista tedesco
Arte contemporanea
di redazione
Apre oggi al pubblico, al Museo Novecento di Firenze, Baselitz. AVANTI!, grande mostra realizzata in collaborazione con lo studio dell’artista, curata da Sergio Risaliti e visitabile fino al 13 settembre 2026. Distribuito sui tre piani del museo, il progetto espositivo riunisce circa 170 opere tra incisioni, dipinti e sculture, mettendo al centro un aspetto decisivo ma meno frequentato della sua ricerca: la grafica. Per leggere meglio una figura che ha attraversato più di 60 anni di storia dell’arte, ecco cinque cose da sapere su Georg Baselitz.

Baselitz è un artista nato tra le rovine del Novecento
Nato nel 1938 in Sassonia come Hans-Georg Kern, Georg Baselitz cresce in Germania tra la guerra e le sue conseguenze. Questa dato biografico agisce come una matrice profonda del suo lavoro. Più volte l’artista ha ricordato di essere nato in un Ordine distrutto», tra paesaggi, persone e strutture sociali devastate, e di non avere mai voluto ricostruire un sistema stabile o rassicurante. Da qui deriva la sua attitudine costante a mettere in crisi ogni struttura considerata affidabile, a diffidare delle forme chiuse, a sabotare la composizione e l’idea stessa di armonia. La sua arte nasce da una frattura e continua a lavorare dentro quella frattura.
Il suo nome d’arte è una dichiarazione
Nel 1961 Hans-Georg Kern sceglie di chiamarsi Georg Baselitz, prendendo il nome dal proprio paese natale, Deutschbaselitz. Anche questo passaggio è significativo: la scelta di uno pseudonimo che rivela un gesto di costruzione di sé. In quegli anni Baselitz studia prima a Berlino Est, da cui viene espulso per «Immaturità sociopolitica», e poi a Berlino Ovest, dove conclude la sua formazione in un ambiente attraversato dall’Arte Informale, dal Tachisme e dall’Astrazione gestuale. Nello stesso periodo guarda all’eredità di Kandinsky, Malevič, Munch, ma anche al Manierismo italiano, all’arte africana e alla tradizione espressionista tedesca. Il suo linguaggio si forma così, in maniera disorganica, più che come un sistema coerente.

I quadri capovolti come chiave concettuale
L’immagine rovesciata è il tratto per cui Baselitz è diventato universalmente riconoscibile ma ridurla a una trovata formale sarebbe fuorviante. A partire dal 1969, con opere come Der Wald auf dem Kopf, il capovolgimento diventa una modalità concettuale per sottrarre il soggetto alla lettura narrativa e costringere lo spettatore a guardare la pittura come pittura, ovvero forma, colore, superficie, costruzione. Invertendo la figura, Baselitz vuole affermare il soggetto attraverso l’instabilità. Lo spostamento ne interrompe la funzione illustrativa. È un gesto contro l’accademia, contro l’abitudine visiva, contro ogni immagine che si lasci consumare troppo rapidamente. In questo senso, il rovesciamento agisce sul pensiero e sulla percezione, obbligando a ricominciare da capo.

Prima dello scandalo e del successo c’è una lunga lotta con la figura
Negli anni Sessanta Baselitz diventa noto per dipinti figurativi violenti, deformati, volutamente disturbanti. La sua prima personale alla Galerie Werner & Katz di Berlino Ovest, nel 1963, provoca scandalo e due opere vengono sequestrate per oscenità. Ma quella provocazione non è mai gratuita. L’artista sta già lavorando su una figura ferita, compromessa, spezzata dalla storia. Lo si vede con particolare evidenza nella serie degli Eroi del 1965-66, dove i personaggi appaiono isolati, esausti, privi di retorica, lontanissimi da qualsiasi idea monumentale o trionfale. L’eroe di Baselitz emerge dalle macerie, portando addosso i segni del collasso storico e morale della Germania. È una figurazione che va oltre la rappresentazione, per contraddirla.

A Firenze arriva una mostra che insiste su un aspetto decisivo: l’incisione
La novità di Baselitz. AVANTI! sta soprattutto qui. Pur includendo dipinti e sculture, la mostra del Museo Novecento mette in primo piano l’incisione, che per Baselitz non è affatto una pratica secondaria. Già a metà anni Sessanta l’artista si misura con la grafica ma è soprattutto dagli anni Settanta e Ottanta che questo linguaggio assume un ruolo centrale, anche su grande formato. L’incisione gli consente di radicalizzare il segno, di lavorare sulla pressione, sull’urto, sul rapporto diretto tra gesto e materia..
La mostra fiorentina aggiunge poi un elemento ulteriore: il rapporto di Baselitz con la città. Il suo soggiorno a Firenze nel 1965, grazie alla borsa di studio di Villa Romana, è stato un momento decisivo. Qui entra in contatto con Rosso Fiorentino, Pontormo, Beccafumi, quindi con tutta quella linea anticlassica, instabile, espressiva che ha attraversato l’arte italiana e che avrebbe lasciato tracce profonde nella sua formazione. E proprio Firenze oggi accoglie una mostra che, più che riassumere un percorso, lo riapre da un punto specifico e sostanziale: la stampa come gesto radicale, la grafica come linguaggio in cui la ricerca continua a mostrarsi nella forma più nuda e incisiva.












