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Otto artisti per mappare il nostro tempo: la mostra da Thomas Dane a Napoli
Mostre
di Chiara Reale
Più che una collettiva, un dispositivo critico. La mostra Atlante, ospitata presso la sede napoletana della Thomas Dane Gallery fino al 2 maggio, a cura di James Lingwood, è un laboratorio visivo in cui la cartografia – reale, simbolica e mentale – diventa lo strumento privilegiato per interrogare il presente. L’esposizione riunisce opere di Igshaan Adams, Teju Cole, Luigi Ghirri, Emma McNally, Claudio Parmiggiani, Anri Sala, Tatiana Trouvè e Akram Zaatari, artiste e artisti che riflettono sul concetto di mappa superando la rappresentazione neutra per approdare alla costruzione ideologica, storica e, soprattutto, politica.

Nel leitmotiv dell’esposizione, al riferimento classico all’Atlante mitologico – che a Napoli rimanda quasi automaticamente all’Atlante Farnese, l’imponente scultura custodita nel Museo Archeologico Nazionale -, si associa l’idea di atlante geografico come strumento di potere e controllo. Questa ambivalenza attraversa l’intero percorso espositivo in un continuo slittamento temporale fra passato e presente, mentre il gesto del “mappare” diventa atto creativo ma anche politico.

Uno degli elementi più significativi della mostra è la riflessione sull’idea di confine. Installazioni, fotografie e sculture suggeriscono che i confini contemporanei non coincidono più con quelli tracciati sulle carte ufficiali ma, al contrario, emergono geografie fluide, segnate da migrazioni, conflitti, crisi climatiche e trasformazioni economiche globali. In questo senso, l’arte contemporanea si rivela capace di anticipare e visualizzare cortocircuiti geopolitici che spesso sfuggono al discorso istituzionale o mediatico.
Particolarmente emblematico è il dialogo con la tradizione artistica italiana evocata indirettamente da figure come Luigi Ghirri, la cui riflessione sul paesaggio come costruzione culturale risuona nelle opere esposte, e da Claudio Parmiggiani, presente con lavori che interrogano la fragilità e l’astrazione del globo terrestre. Qui il mondo non è più una superficie da dominare, ma un oggetto instabile, quasi destinato a dissolversi.

La forza di Atlante risiede proprio in questa capacità di ridefinire la funzione dell’arte: non più mera rappresentazione del reale ma pratica conoscitiva che contribuisce attivamente a “ridisegnarlo”. Gli artisti in mostra operano come cartografi alternativi, producendo mappe emotive, politiche e speculative che mettono in discussione le narrazioni dominanti. In un’epoca segnata da guerre ibride, crisi ambientali e ridefinizioni degli equilibri globali, l’arte contemporanea emerge così come uno spazio critico in cui immaginare nuove configurazioni del mondo.
Chi cerca risposte o soluzioni attraverso questa mostra rimarrà ovviamente deluso. Atlante apre un campo di possibilità: suggerisce che ogni mappa è una scelta. Che ci piaccia o meno, siamo semplici pedine in una partita a Risiko e in palio c’è, né più né meno, che il futuro del pianeta.





















