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Giacomo Balla: l’artista totale, oltre il Futurismo. Al Mart di Rovereto
Mostre
Inizia e termina con due ritratti di Giacomo Balla la meravigliosa e ricchissima mostra che il Mart di Rovereto dedica all’artista, presentando per la prima volta in Italia la collezione della Fondazione Biagiotti Cigna e della Collezione Laura Biagiotti, in dialogo con le opere e i materiali d’archivio del museo. Una gigantografia in bianco e nero accoglie i visitatori e li invita a entrare nel mondo dinamico, vorticoso, panico, spirituale, elettrizzante e sensibilissimo di Giacomo Balla. Un mondo che riflette la creatività di un artista nella sua più vera completezza e versatilità. Se si immagina Balla circoscritto al solo periodo futurista, ci sono molte ragioni per sorprendersi di quanto altro fosse. Un futurista atipico, “l’anima più rosa del Futurismo”, come scrive, citando Depero, Federico Zanoner. E proprio il porre i ritratti all’inizio e alla fine della mostra sembra evocare questo: il genio di Giacomo Balla non era riconducibile a una corrente artistica o a uno stile preciso. Certamente firmò nel 1915 il Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo, ma i suoi interessi e i suoi elementi stilistici erano “eterogenei rispetto a quelli di altri elementi del gruppo come Boccioni, Severini o Carrà”, scrive Fabio Benzi, curatore della mostra assieme a Beatrice Avanzi. Balla si interessa alla moda, alla teosofia e, paradossalmente, meno alle compenetrazioni cubiste; frequenta società dove avvengono sedute spiritiche, e si interessa alle teorie psichiche, come raccontano gli scritti della figlia Elica Balla.

È una mostra che colpisce e sorprende per diverse ragioni: prima di tutto per l’ampiezza con cui restituisce Balla, dagli esordi divisionisti fino alle ultime sperimentazioni. Tra le opere più intense emerge il meraviglioso dipinto Autospalla, del 1903, dove si percepisce già l’interesse per la fotografia attraverso il taglio fotografico dell’immagine. È un autoritratto sfuggente, costruito con la tecnica divisionista, con lievi fili di colore e una ricerca attentissima della luce, che lascia emergere una tenerezza nascosta, come se gli spettatori osservassero il giovane Balla di nascosto, nell’intimità della sua stanza. Accanto a questo, opere come Fallimento, del 1902, raccontano e denunciano le difficili condizioni sociali dei ceti più fragili, quasi con lo sguardo di un photoreporter.
Poi l’esordio Futurista, con gli studi sulle compenetrazioni della luce e sulla velocità, con analisi che dialogano con il nascente linguaggio cinematografico. Fino alla fase più matura e autonoma, segnata dal Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo, dove forme sinuose e geometrizzanti inseguono quell’idea di arte totale che, come ricorda la direttrice Micol Forti, invade “artisticamente ogni piega della vita e della realtà”. Balla colora con il suo genio creativo foulard, arredi, paralumi, cornici, abiti, cravatte, motivi per ricami e “maiolicati”, che riprendono le geometrie delle cementine e delle maioliche del primo Novecento. È di questa stagione, l’opera Genio Futurista, del 1925, l’opera più grande prodotta dall’artista torinese.

All’interno della mostra, colpisce anche il grande amore per la natura che non lo abbandonerà mai. Balla costruisce un Futurismo tutto suo, personale, che abbraccia sì il progresso e la velocità, ma senza rinunciare all’osservazione del mare, del sole, degli animali, delle farfalle, dei pesci, dei cipressi, per riportarli e farli suoi, sulla tela. Non si concentrpiù di tanto sul dinamismo urbano, come fece per esempio Boccioni, ma pone lo sguardo in un’ottica quasi panteista, sulla traduzione degli stati d’animo e delle forze cosmiche della natura. I Futurcipressi, del 1925, richiamano inevitabilmente il sentimento panico dannunziano: “E immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi”. Sino all’ultimo Balla, con aperture più realistiche e influenze cinematografiche e fotografiche, come racconta Avanzi, che sembrano persino dialogare con il linguaggio della fotografia di moda di quegli anni.

Colpisce infine l’estrema cura con cui Laura Biagiotti collezionò nel tempo Balla, e con cui oggi Lavinia Biagiotti Cigna continua questo lavoro. Tutto iniziò esattamente quarant’anni fa, nel 1986, quando Laura Biagiotti visitò una mostra alla Galleria Chimera di Roma dedicata a Giacomo Balla e alle figlie Elica e Luce. Da quel momento, fino alla sua scomparsa nel 2017, la stilista e imprenditrice acquisì e valorizzò con continuità e passione le opere dell’artista, diventando insieme al marito Gianni Cigna la sua maggiore collezionista privata. Le opere raccolte fino al 1996 appartengono oggi alla Fondazione Biagiotti Cigna, che custodisce l’integrità e la memoria di un collezionismo illuminato e di un mecenatismo generoso.
E allora quei ritratti posti all’inizio e alla fine della mostra diventano il simbolo più chiaro di tutto il percorso: Giacomo Balla non era riducibile a una definizione unica, a una sola corrente, a un solo linguaggio. Era un artista atipico, libero, era Futurballa.














