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Esiste un punto in cui l’interno e l’esterno smettono di essere opposti e diventano un unico campo di esperienza. È una linea sottile in cui lo sguardo oscilla tra ciò che ci circonda e ciò che accade dentro di noi. È proprio questa soglia a orientare la ricerca di Giovanni Ozzola (Firenze, 1982), che nella mostra Il cielo dentro – allestita alla Galleria Continua di Roma fino al 9 maggio 2026 – costruisce un percorso in cui immagini, architetture abbandonate e orizzonti lontani diventano strumenti per interrogare la nostra posizione nel mondo.

L’opera che accoglie il visitatore, Appunti senza parole – con gli occhi chiusi (2026), introduce subito questa dimensione liminale. Nasce dall’accumulo di frammenti visivi – prove di stampa e immagini stratificate – che, ricomposte manualmente, assumono una consistenza quasi scultorea. Tutti gli elementi di cui si compone devono essere letti come superfici in cui il tempo si deposita come materia.
Il cuore del percorso si apre nella grande sala della galleria, dove il trittico Light and the inevitable urge to lean over the edge #2 (2026) mette in scena un’evidente tensione tra la protezione dello spazio interno e l’attrazione dell’orizzonte. L’immagine è costruita dall’interno di un bunker abbandonato, la cui apertura rettangolare incornicia il mare al crepuscolo. L’architettura di cemento, segnata dal tempo e da graffiti, si contrappone alla distesa luminosa del paesaggio, mentre la tripartizione fotografica moltiplica la soglia visiva trasformandola in una sequenza di varchi.

La luce diventa qui il vero dispositivo dell’opera. «Attraverso la luce non c’è più niente di separato: tutto si fonde e tutto si tocca», afferma l’artista. È una dichiarazione che chiarisce la logica del lavoro: la fotografia non documenta un luogo ma mette anche in relazione due dimensioni che normalmente percepiamo come distinte. L’interno oscuro del bunker e la vastità del mare diventano parti di un unico sistema percettivo.
Accanto al trittico si trova Monica (2023), immagine realizzata all’interno della villa costruita nel 1970 in Sardegna dall’architetto Dante Bini per Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, oggi in stato di abbandono. Anche qui l’architettura si trasforma in una soglia: un ambiente svuotato che però continua a conservare la traccia di una presenza passata.

La stessa attenzione alle tracce umane emerge nella fotografia Sharing faith (2026), realizzata a Ibiza, dove l’interno di un altro edificio abbandonato è ricoperto di graffiti e segni sovrapposti. I graffiti sono elementi assai ricorrenti nella ricerca di Ozzola ma non in quanto espressione artistica prediletta. È lo stesso artista a rivelare il perché: «Mi interessa l’azione dell’individuo che sente la necessità di lasciare il proprio segno, di dire: io sono passato di qui». Le scritte diventano così una mappa collettiva, una stratificazione di presenze che trasforma il muro in una parete che registra il passaggio dell’uomo nel tempo.

In una sala più raccolta compare Solo stelle (2025), una fotografia piccola ma densa realizzata sul Teide, il vulcano di Tenerife, dove Ozzola vive e lavora da parecchi anni. L’immagine nasce da una serie di escursioni notturne compiute durante il 2020, quando l’artista ha raggiunto i 3800 metri del vulcano per fotografare il cielo stellato vicino agli osservatori astronomici internazionali presenti sull’isola. In questa prospettiva lo sguardo si sposta dalla Terra all’universo, introducendo un nuovo orizzonte. «Il cielo stellato ci ricorda che siamo parte di qualcosa di immensamente più grande», osserva Ozzola, suggerendo come la coscienza individuale a un certo punto debba necessariamente confrontarsi con la vastità del cosmo.

Il titolo della mostra, Il cielo dentro, sintetizza proprio questa tensione tra interiorità e infinito. L’essere umano appare come una superficie sensibile compressa tra due orizzonti: quello del mondo esterno e quello dell’esperienza interiore. In questa zona di contatto – che attraversa bunker, architetture abbandonate e paesaggi naturali – l’immagine diventa uno strumento di orientamento.

Infine, la mostra arriva in un momento simbolico del percorso dell’artista: il 23 marzo sono ricorsi, infatti, i 20 anni dall’inizio della collaborazione tra Ozzola e la galleria, un rapporto che ha accompagnato e determinato la sua evoluzione in termini professionali.










