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La tragedia greca diventa una danza di parole: le Fenicie di Michela Lucenti
Danza
C’è una coralità esemplare in quella passerella dolente, silenziosa, di un gruppo di uomini e donne in fila che percorrono la scena in lungo e in largo. C’è un senso di comunità nei loro volti severi, furtivi, spauriti, e in quel tenersi, lasciarsi e riprendersi per mano come per proteggersi. C’è una fisicità d’impatto, e allo stesso tempo di struggente empatia, nel definirsi dei legami che s’intrecceranno, nella violenza come nella tenerezza che li muove. C’è l’affanno del respiro nel trattenere e poi esprimere i tumulti del corpo e dell’anima di quanti tessono gesti, canti e parole. E ci sono parole che feriscono, che uccidono, altre che alleviano, altre che arrivano da molto lontano e il cui eco risuona ancora oggi per dirci la follia della guerra. E c’è una danza, molte danze, che dicono ciò che le parole non riescono a proferire. È un encomiabile approccio, di stampo contemporaneo, alla tragedia greca e alla saga di un’ordinaria follia famigliare raccontata da Euripide nelle Fenicie, in questa poetica, rigorosa, ammaliante esposizione collettiva a opera della coreografa e regista Michela Lucenti e del suo Balletto Civile (debutto al Teatro Storchi di Modena, produzione ERT Emilia-Romagna Teatri).

La straordinaria capacità della tragedia greca di attraversare i secoli, parlandoci, attraverso il mito con la lingua della ragione, Lucenti la traduce col “danzare una partitura di parole”, con l’immaginazione del cuore, e con la fiamma della poesia del corpo: quella corporeità tesa e mutevole che negozia costantemente andature e posture, voci e lamenti, suoni e silenzi, cercando le radici della sofferenza che, nelle Fenicie, sconvolge la città di Tebe, per «Sentire le assonanze con le guerre che sono alle porte dei nostri confini odierni, guerre fratricide che affondano in radici antichissime», scrive Lucenti.

Le Fenicie – dal nome delle schiave fenicie che compongono il coro che assiste alle drammatiche vicende – è una tragedia dinamica e di grande efficacia descrittiva, affollata di personaggi: fra questi si staglia Giocasta, madre dei due fratelli Eteocle e Polinice che nella prima parte ripercorre l’orribile destino di Edipo, parricida inconsapevole, figlio e sposo suo a un tempo, per poi cercare invano di fermare i due contendenti – fratello contro fratello per il patto sul potere -, in uno struggente confronto; e poi l’indovino Tiresia, che profetizza la caduta di Tebe; Antigone e Ismene nel loro pianto senza consolazione, con la prima che accompagnerà in esilio il cieco padre Edipo – atroce e sublime metafora di colui che si rese tale per avere troppo visto -, annunciando la sua resistenza all’ordine tirannico di Creonte, in una scena che lascia solo desolazione.

Le sventure di una città dilaniata da una guerra fratricida ci risuona oggi famigliare, insieme a quei temi cari al grande teatro greco: dalla tracotanza del potere e della cieca ambizione, alla capacità tutta femminile di sacrificio, dalla misera condizione dell’esule alla sfida alla violenza di oscure regole. Li attraversa tutti, questi temi, lo spettacolo, con una esemplare riscrittura a quadri della tragedia euripidea (drammaturgia della stessa Lucenti, di Emanuela Serra e Maurizio Camilli) modellando una partitura gestuale che contempla assoli, duetti, insiemi, mentre le parole e i dialoghi riecheggiano e muovono i corpi immersi tra suoni, clangori metallici, silenzi, note pop e melodie canore (una Fenicia con abito di paillettes, davanti ad un microfono ad asta, commenta, vocalizzando, in più momenti le sequenze, e cantando Purple rain di Prince).

Corpi che descrivono azioni; evocano immagini (fra tutte il ricorrente gruppo in fila, in cerchio, e di profilo che rimanda alle pitture vascolari greche); prendono forme plastiche, dinamiche, e di senso, dentro una scena spoglia e di luci essenziali. Sono epifanie coreografiche e teatrali di grande forza visionaria, culminanti nel bellissimo quadro finale che vede, circonfusi da una luce, Creonte (Maurizio Camilli, d’intensa fisicità espressiva) tenere a terra tra le braccia e piangere, come in una sacra Deposizione, il corpo morto del figlio Meneceo (Giovanni Fasser, camaleontico performer dal gesto atletico, e in più ruoli), mentre la musica La Grande Folie, del gruppo occitano San Salvador, chiude la coreografia dello spettacolo. Da citare tutti gli altri generosi performer, undici in tutto: oltre alla stessa Lucenti, Fabio Bergaglio, Antonio Carta, Ambra Chiarello, Francesco Collavino, Cecilia Francesca Croce, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Mirco Tosches.

Lo spettacolo sarà in scena al teatro della Tosse di Genova il 10 aprile.






