07 maggio 2026

La danza di Olympiade: il corpo in scena che si fa memoria viva

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In Olympiade, messo in scenda dal Ballet de l’Opéra Grand Avignon a Verona e ad Ancona, il movimento sportivo si dilata in una scrittura coreografica che attraversa epoche e forme del corpo

Olympiade Ph. Mickaël Cédric Studio Delestrade

Con quell’acuto finale «All’alba vincerò!» dall’aria Nessun dorma della Tosca di Puccini, che risuona potente nel teatro, inizia, a sipario chiuso, lo spettacolo Olympiade del Ballet de l’Opéra Grand Avignon (compagnia diretta da Martin Harriague). Ed è subito chiaro, considerando il titolo, che non è più un canto d’amore ad una donna, bensì un incitamento al risultato finale del gareggiare nello sport.

Olympiade Ph. Mickaël Cédric Studio Delestrade

La scena si apre su una pista di atletica con le linee delle corsie disegnate sul palcoscenico, e una parata di atleti nei tipici esercizi solitari di riscaldamento. Intenti nei preparativi che preludono ad una gara, accennano a scatti improvvisi, arresti, ripartenze, mentre – tra echi di telecronaca – un giornalista con macchina da presa si aggira intorno intervistando un’atleta. Azioni reiterate, veloci o al ralenti, si susseguono; divengono danza, azioni coreografiche, traiettorie e pose scultoree in movimento.

Olympiade Ph. Mickaël Cédric Studio Delestrade

Firmata dalla coppia di coreografi Mattia Russo e Antonio De Rosa del collettivo Kor’sia, Olympiade (debutto al Teatro Ristori di Verona, poi al Teatro delle Muse di Ancona) prende a prestito il linguaggio dello sport, della corsa, per farne una metafora universale delle relazioni umane, rappresentate non tanto nella dinamica della competizione, ma nel mutare da singoli a comunità. È un passaggio che fa della pista una linea del tempo da attraversare tra memoria e futuro, tra passato e presente senza soluzione di continuità. Se l’inizio dello spettacolo sembrerebbe ripetere all’infinito la stessa sequenza di scatti, balzi, riscaldamenti, accelerazioni e ritorni, il seguito evolve con una singolare bellezza compositiva facendo della staffetta l’oggetto simbolo di un passaggio, non solo di mano, bensì della storia dello sport all’origine, dove la grammatica sportiva si contamina, stratificandosi, col linguaggio coreografico contemporaneo.

Olympiade Ph. Mickaël Cédric Studio Delestrade

Il mutare della luce sullo schermo bianco, poi giallo-ocra, che domina lo sfondo, disegna la continua trasformazione in danza – sulla partitura sonora elettronica di Alejandro de Rocha con inserti vocali e musicali – di gesti e movimenti che, lontano dalla didascalica riproduzione figurativa, rimandano, in forme stilizzate, alle diverse discipline sportive: dalla lotta libera – come le due donne in un intreccio plastico a terra, o il vigoroso duetto maschile – al tennis, al nuoto, al remare in canoa posizionati sopra una lunga panca, e così via.

Battaglie stilizzate e salti acrobatici, tableaux vivant di corpi statuari e di creature mitologiche, suggestive sfilate in dissolvenza di eroi, dèi e animali che ricordano i dipinti vascolari della classicità, silhouette dinamiche, corse al ralenti e accelerazioni, respiri ansimanti, assoli e duetti energici confluiscono in una coralità di grande afflato che ci riporta – con una bella idea drammaturgica – a ritroso, alla Grecia, dove i Giochi olimpici hanno avuto inizio.

Olympiade Ph. Mickaël Cédric Studio Delestrade

E arrivare così al presente col gran finale che vede tutto il gruppo in tuta grigia e azzurra – i costumi sono firmati da Luca Guarini – muoversi all’unisono tra incitamenti vocali e percussivi, in una danza ginnica sincronizzata e multiforme di grande effetto corale.

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