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La ceramica, nella cultura sarda, è da sempre stata, e continua anche oggi a essere, un linguaggio primario. La mostra Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000), allestita presso Palazzetto Tito a Venezia, offre una sintesi rigorosa di questa produzione centrale nella cultura dell’isola, presentando al pubblico ottanta opere provenienti dalla collezione del Museo della Ceramica di Nuoro. Il progetto, promosso dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE) in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, si configura come un’operazione di analisi storica su un patrimonio che, per lungo tempo, è stato confinato in una dimensione prettamente locale.
La mostra si inserisce in un programma di internazionalizzazione fortemente voluto dall’ISRE, volto a integrare il patrimonio materiale dell’isola all’interno dei circuiti artistici contemporanei. In questo senso, la scelta di Venezia non appare casuale: Palazzetto Tito, sede di una tra le più antiche istituzioni italiane per la promozione dell’arte emergente, funge da scenario ideale per innescare un confronto tra la persistenza della tradizione sarda e la vocazione sperimentale del contesto veneziano.

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L’esposizione ripercorre ben cento anni di attività, documentando come la produzione ceramica dell’isola si sia evoluta da una dimensione puramente funzionale, legata alla vita quotidiana e agricola, verso una consapevolezza estetica che si è aperta, nel secondo dopoguerra, ai nuovi linguaggi del design e delle arti applicate. Il merito dell’allestimento, curato dall’architetto Giovanni Filindeu, è quello di aver sottratto le opere alla musealizzazione classica, privilegiando una lettura che mette in rilievo le caratteristiche morfologiche e simboliche di ciascun manufatto. La disposizione degli oggetti permette infatti di comprendere la varietà delle scuole tecniche locali, le differenze negli impasti e la costante ricerca formale che ha caratterizzato gli artigiani-artisti sardi nel corso del Novecento.
Il racconto cronologico prende avvio dai manufatti legati alla vita quotidiana, per poi snodarsi attraverso il decisivo rinnovamento avviato negli anni Venti da figure come Francesco Ciusa, pioniere nel portare la ceramica dall’ambito funzionale a quello artistico. Da questa premessa si sviluppa una genealogia di maestri: da Ciriaco Piras e la scuola di Dorgali fino all’apporto fondamentale dei fratelli Federico e Melkiorre Melis, che seppero coniugare qualità tecnica e ricerca stilistica.

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Un capitolo centrale dell’analisi riguarda il consolidamento del rapporto tra ceramica e scultura nel secondo dopoguerra. Artisti come Maria Lai, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola hanno interpretato la materia con approcci distanti ma complementari: Nivola attraverso l’incisione di segni primordiali, Sciola sottraendo materia per avvicinarsi alla scultura lapidea. Accanto a loro, figure come Paola Dessy, Giuseppe Silecchia e Gavino Tilocca hanno saputo orientare la produzione verso astrazioni formali, aprendo un dialogo proficuo tra l’artigianato isolano e le istanze della progettazione moderna. Il percorso non tace nemmeno le ambivalenze della storia, documentando la diffusione, tra gli anni Trenta e Quaranta, di un’immagine stereotipata della Sardegna destinata al mercato nazionale, attraverso le opere di Edina Altara e Alessandro Molari.
Il merito di Forme d’argilla è però anche quello di non limitarsi a una retrospettiva del passato. L’ultima sezione, dedicata alla ceramica artistica contemporanea, con le opere di Michele Ciacciofera, Antonello Cuccu, Caterina Lai e altri, dimostra come la vitalità di questa tradizione non si sia esaurita. La capacità di rinnovamento, visibile anche nel video del duo NARENTE presentato in mostra, testimonia che la ceramica sarda è un linguaggio in continua evoluzione, capace di assorbire i mutamenti del presente.

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