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Nella project room della galleria Mondoromulo arte contemporanea a Castelvenere, provincia di Benevento, sarà ancora visitabile fino al prossimo 2 maggio Nuova Gestione di Vincenzo D’Argenio e Fabrizio De Cunto. I due artisti, rispettivamente classe 1982 e 1987, hanno dato vita a un dialogo a distanza che attraversa sonno, genitorialità e trasformazione, in questo progetto a quattro mani che mette in crisi l’idea di autorialità, reinterpretando il limite come metodo e la delega come pratica creativa.
C’è un tempo che non procede in linea retta ma per accumuli, sospensioni e ritorni. È in questo tempo dilatato che prende forma Nuova Gestione, progetto condiviso da D’Argenio e De Cunto, nato da una relazione geografica distante ma concettualmente ravvicinata. Tra Bologna e Benevento, il loro confronto si è sviluppato come uno scambio lento, fatto di invii, attese e successive rielaborazioni: più che dialogo diretto, un processo di sedimentazione.


L’operazione parte dal tema del sonno che diventa il dispositivo attraverso cui questa relazione si rende visibile. Il sonno, inteso come stato di sospensione e riorganizzazione invisibile, riflette la natura stessa del progetto: una dimensione in cui il controllo si allenta e le immagini emergono da processi non lineari.
Il lavoro di D’Argenio si apre con una polisonnografia: il corpo dormiente viene registrato attraverso parametri fisiologici, traducendo l’esperienza intima in dato, la vulnerabilità in grafico. A questa dimensione tecnico-scientifica si affianca un gesto radicale: la delega. I video realizzati dai figli dell’artista con il suo smartphone introducono uno sguardo disarticolato, casuale, vicino alla logica del sogno. L’autorialità adulta arretra, cedendo il controllo a un punto di vista altro, imprevedibile.

Da questo archivio accidentale che si fa parato nascono anche due stampe: immagini prodotte “per errore” che diventano materia formale, segnando un passaggio decisivo. Non si tratta solo di una scelta linguistica ma di una condizione esistenziale. La pratica artistica si confronta con la genitorialità e con una necessaria ridefinizione delle priorità, trasformando il limite in possibilità generativa.

Su questo terreno interviene De Cunto, in arte Faffiffio, che assorbe e rielabora i materiali, amplificandone le implicazioni. Le sue sculture introducono una dimensione ludica solo in apparenza leggera. Il rotola-campi, pianta capace di disseminare semi nello spazio, diventa metafora di propagazione: i semi sono frammenti visivi, coriandoli di frame che derivano dalla polisonnografia, ormai dispersi e pronti a nuove configurazioni.


Un piccolo plastico, simile a una pista da corsa o una micro-galleria, accoglie invece still tratti dai video dei bambini. Qui l’opera si piega su se stessa, replicando il dispositivo espositivo e suggerendo una mostra dentro la mostra. De Cunto non si limita a trasformare le immagini: ne custodisce la dimensione simbolica, riconoscendo nel progetto una soglia biografica, un momento di passaggio.
Il processo si articola così per slittamenti successivi: dal corpo al dato, dal dato all’immagine, e alla sua disseminazione, fino alla riorganizzazione del tutto nello spazio. La “gestione” cambia continuamente titolare, attraversando soggetti, dispositivi e ruoli.
Nuova Gestione non è dunque solo un titolo ma una condizione operativa ed esistenziale. La project room si configura come un ecosistema instabile, dove ogni elemento è già predisposto a ulteriori trasformazioni. Un luogo in cui il cambiamento, prima ancora che dichiarato, viene messo in atto.

Abbiamo infine rivolto alcune domande agli artisti.
Come nasce Nuova Gestione?
Vincenzo D’Argenio «Si è sviluppato gradualmente, senza un’idea definita fin dall’inizio. La distanza ha rallentato il processo, ma allo stesso tempo lo ha reso più ricco e complesso. Ogni fase richiedeva tempo per essere assimilata e rielaborata».
Fabrizio De Cunto «È stato un percorso fatto di accumulazioni. Non c’è stato un confronto lineare, piuttosto una serie di passaggi progressivi, in cui il lavoro di uno diventava il punto di partenza per l’altro».
Il tema della delega è centrale. Come è entrato nel progetto?
VDA «È emerso spontaneamente, legato alla mia situazione personale. Quando ho capito che nei momenti in cui il telefono finiva tra le mani dei miei figli generava immagini della quotidianità dal loro punto di vista che trovavo meravigliose questa cosa ha comportato per me un cambiamento profondo nel concetto di autorialità».
FDC «Questo passaggio è diventato fondamentale. Mi interessava capire in che modo quel materiale potesse evolversi, essere riorganizzato, pur mantenendo la sua origine».
Che ruolo ha lo spazio della project room?
VDA «La project room di Mondoromulo che ringraziamo per la pazienza e il sostegno, viste le tempistiche di produzione e confronto tra me e Faffi, ci ha offerto un ambiente raccolto che favorisce una dimensione sospesa, simile a quella del sonno.
FDC «È anche uno strumento attivo. Il modellino nasce proprio da questa idea: riprodurre lo spazio espositivo e integrarlo nell’opera stessa».
Il sonno è una metafora o un elemento concreto?
VDA «È entrambe le cose. La polisonnografia è un dato reale, ma apre anche a una riflessione su ciò che sfugge al controllo».
FDC «Il sonno rappresenta il modello del progetto: una condizione in cui le immagini si riorganizzano senza una regia centrale».
Cosa vorreste che il pubblico cogliesse?
VDA «Che l’opera non è definitiva, ma in continuo mutamento».
FDC «Che ogni immagine è già una fase di passaggio, non un punto conclusivo».
















