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Abitare una dimora instabile: le installazioni di Francesca Pasquali al MAR di Ravenna
Mostre
Nell’immaginario come nella vita reale, la casa può essere prigione o salvezza, mistero o riparo. Il luogo in cui gli avvenimenti più banali si mescolano a quelli fatidici, officina segreta generatrice di ricordi. È sul tema della dimora e dell’abitare che si focalizza la mostra dossier Rifugio plastico. Abitare il confine dell’artista Francesca Pasquali (Bologna, 1980), visitabile fino al 24 maggio. L’Arts & New Media Room del MAR — Museo d’Arte della città di Ravenna, diventa così la sintesi installativa di una riflessione antropologica, sociale e geo-culturale.
La semi-oscurità dell’ambiente allestito, invita subito il fruitore a porre l’accento sulla propriocezione, portato a muoversi entro un paesaggio intimo e alieno. Alle pareti e sul pavimento alcuni grovigli in forma di nidi e di bozzoli sigillati emettono crepitii endogeni, quasi organici, mentre due alti involucri scuri, fonoassorbenti, attendono di essere varcati, esperiti dall’interno.

Le sculture abitabili, i rifugi, composte da elementi tubolari in polietilene, «Sono insieme accoglienti e respingenti — spiega l’artista — la casa c’è e non c’è, un concetto che dialoga anche con i nostri tempi. Sono pensate come crisalidi smontabili e rimontabili, che puoi indossare e portare con te».
Nella promessa di un’attraversabilità e di un’abitabilità ridotte al grado zero, si legge un richiamo agli igloo di Mario Merz. Ma qui l’archetipo domestico si fa fibra e gesto: l’intreccio manuale dei materiali di recupero è rivendicato dall’artista come pratica situata, anche nel proprio essere donna.
L’esposizione, curata da Giorgia Salerno, induce a riflettere sul fatto che la “casa” non è un semplice oggetto-contenitore, ma un soggetto. Le installazioni di Pasquali, immerse nella carenza di luce, sono, infatti, veri e propri personaggi, concreti e onirici insieme, con i quali misurarsi. Dotati, per così dire, di un carattere non impositivo ma – come il titolo della mostra suggerisce – “plastico”; adattabile alle esigenze di chi decide di abitarli.
Ciascun visitatore può scegliere quanto trattenersi nella sala, quanta libertà concedersi, quale confidenza stabilire con le installazioni e, in base a questo, decidere se il concetto di dimora, nella sua astrazione minima e universale, sia spazio identitario da riscoprire o alterità. Un’oscillazione che può accostarsi al concetto di disorientamento teorizzato da Gianni Celati nella sua Alice disambientata, una raccolta di riflessioni tenute al DAMS di Bologna negli anni ’70, dove Alice, come il fruitore e i rifugi plastici dell’artista, è figura instabile, in costante variazione, non ha luogo fisso, cambia dimensione per sfuggire agli ostacoli e diventare sé stessa.

La casa è, certo, anche occasione per comporre l’inventario del proprio passato. «Senza le mie cose, io non sarei stato più io, e senza di me loro non sarebbero state più loro», scrive Michele Mari in un suo romanzo. Nelle installazioni di Pasquali, però, questo inventario viene meno: le strutture sono vuote, prive di oggetti e di possesso. E da questa sottrazione emerge una domanda sul rapporto con le cose: quanto di ciò che siamo resta legato a ciò che abitiamo e che chiamiamo nostro?
Dentro la casa, così come la si esperisce in mostra, c’è il noto e il non noto: è come se fosse il nostro inconscio espanso, la sua continuazione materiale. In un rapporto mobile e reciproco ci appartiene, le apparteniamo.














