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Cosa accade quando l’occhio di un location consultant cinematografico — abituato a scansionare lo spazio per registi del calibro di Tony Scott — incontra le visioni architettoniche di Giovanni Battista Piranesi? La risposta è in Vernet incontra Piranesi, il progetto fotografico che inaugura il 14 maggio 2026 negli spazi della storica galleria Antonacci Lapiccirella Fine Art, a Roma.
Non si tratta di una banale operazione di confronto iconografico, ma di una vera e propria traduzione visiva delle architetture e vedute del maestro Piranesi. Per questo progetto, Marshall Vernet, newyorkese di nascita ma cittadino del mondo per vocazione estetica, ha in particolare selezionato trenta soggetti tratti dalle iconiche Vedute di Roma di Piranesi e ne rintraccia le coordinate nel caos del presente, isolandole attraverso un bianco e nero rigoroso e una profondità tonale che sembra attingere direttamente dalla densità dell’inchiostro piranesiano. È una ricerca sulla monumentalità che esalta il respiro senza tempo dell’architettura romana, spogliandola della contingenza cromatica per restituirne la struttura ossea.

Il progetto si articola su un’interessante continuità materica: ogni fotografia di Vernet è affiancata dalla riproduzione dell’incisione originale, stampate entrambe sulla stessa carta fotografica in cotone. Questo accorgimento annulla la distanza temporale, creando un piano di lettura uniforme dove la pietra romana diventa protagonista assoluta, spogliata dal colore per rivelare la pura struttura e il volume.
Lo sguardo di Vernet porta con sé un’eredità visiva legata intrinsecamente alla costruzione dell’inquadratura cinematografica. La sua lunga collaborazione con Tony Scott per film iconici come Déjà Vu, The Fan e Enemy of the Stateemerge nella capacità di caricare lo spazio di una tensione drammatica. Se Piranesi plasmava Roma attraverso una monumentalità visionaria, talvolta iperbolica e deformata per accentuarne la grandiosità, Vernet risponde con una precisione formale che trasforma il dato architettonico in uno spazio evocativo, quasi metafisico. È un dialogo serrato tra due modi di intendere la luce: quella “scavata” nel metallo dall’incisore e quella “catturata” dal sensore fotografico, entrambe tese a una sintesi che esclude l’effimero.

L’esposizione rappresenta un’incursione selezionata della Antonacci Lapiccirella Fine Art nel territorio del contemporaneo: la galleria, da sempre specializzata nel segmento tra il Neoclassicismo e Realismo Magico, sceglie il lavoro di Vernet proprio per la sua capacità di mantenere un legame serrato con la tradizione, dimostrando come il linguaggio della fotografia possa ancora agire come ponte critico tra la memoria del passato e la percezione attuale dell’architettura.















