03 giugno 2026

Quando i traumi diventano opere d’arte: la grande retrospettiva di Tracey Emin alla Tate Modern

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Fino al 31 agosto, continua a Londra la più grande mostra mai realizzata su Tracey Emin. Tra aborto, malattia, violenza e marginalità, il percorso attraversa quarant'anni di opere nate dalle esperienze più dolorose di una delle più celebri artiste contemporanee

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Tracey Emin A Second Life at Tate Modern installation view. Photo credits Tate (Jai Monaghan)

La retrospettiva di Tracey Emin A Second Life ripercorre 40 anni della sua carriera artistica, senza lasciare dubbi sull’impatto che si propone di avere sul pubblico: all’entrata e all’uscita sono affissi avvisi che invitano i visitatori turbati dal contenuto a rivolgersi allo staff per chiedere assistenza o la disponibilità di uno spazio tranquillo dove metabolizzare quanto appena visto. La mostra alla Tate Modern di Londra, che rimarrà aperta fino al 31 agosto, testimonia l’impatto sia artistico che umano di una delle artiste contemporanee più conosciute a livello globale.

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Tracey Emin: A Second Life Tate Modern installation view with Naked Photos – Life Model Goes Mad 1996. © Tracey Emin. Photo © Tate (Sonal Bakrania)

Utilizzando una varietà di mezzi espressivi, Emin ha tradotto storie personali in arte affrontando esplicitamente temi difficili da digerire come la marginalizzazione, l’aborto, il tumore o lo stoma impiantato sei anni fa dopo una lunga operazione di emergenza dovuta alla degenerazione di un cancro. Sin dai suoi esordi, ha utilizzato l’espressione artistica per affrontare ed esorcizzare i drammi che la colpivano.

La vita di Tracey Emin

Nata nel 1963 a Croydon, nel sud di Londra, è cresciuta con i genitori a Margate, cittadina costiera del Kent. Già da bambina ha dovuto assistere a episodi di razzismo rivolti verso i genitori. Il padre Enver era di origini turco-cipriote e la madre Pam, inglese di origini rom, quando era incinta fu accusata per il fatto di essere in una relazione extramatrimoniale con un uomo non bianco. Gli attacchi continuarono quando la famiglia si trasferì a Margate, dove speravano di trovare una vita più tranquilla.

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Tracey Emin: A Second Life Tate Modern. © Tracey Emin. Photo © Tate (Sonal Bakrania)

Quegli attacchi razzisti, come altre forme di esclusione e violenza, non sono stati nascosti dall’artista ma trasposti su arazzi o video in cui la sofferenza viene trasformata in reazione: una celebrazione della vita nonostante tutto, in cui le ferite fanno parte di un bagaglio da metabolizzare ma non dimenticare.

Second Life: le opere alla Tate Modern

Il video del 1995 Why I Never Became a Dancer (Perché Non Sono Mai Diventata Una Ballerina) racconta delle umiliazioni subite a Margate durante una competizione di danza, terminando con una danza liberatoria sulle note di You Make Me Feel (Mighty Real) di Sylvester.

Al video How it Feels (“Cosa si Prova”) del 1996 viene affidato il racconto dettagliato di un aborto particolarmente traumatico, mentre il rapporto con la madre, rimasto sempre importante, traspare dal dialogo di sei minuti fra le due donne Conversation with My Mum (Conversazione con mia Mamma), registrato nel 2001 al tavolo della casa materna in Kent.

Tracey Emin: A Second Life Tate Modern installation view Keep your Darkness Away (2011) and I could have Loved my Innocence (2007) . Photo © Tate (Sonal Bakrania)

Il percorso della mostra si dipana con frequenti riferimenti a stupri e violenze, attraverso corpi dai volti assenti o irriconoscibili, con opere su carta, tela, tessuto o in bronzo. Immancabile il celebre letto disfatto, My Bed del 1998, che fu esposto per la prima volta alla Tate Britain nell’ambito del Turner Prize. Non vinse, ma quell’opera rimane la più famosa e la più immediatamente riconoscibile di dell’edizione del 1999.

Tracey Emin in 40 anni di carriera

Sono sparse in varie stanze le scritte create da Tracey Emin con luci al neon, che ha iniziato a realizzare negli anni ’90 e sono ora inconfondibili. Alla stazione londinese di St Pancras, i passeggeri provenienti da Francia o Belgio sono accolti dalla sua scritta del 2018 I Want My Time With You (“Voglio Passare Tempo Con Te”): quasi una nemesi per un’artista che agli esordi era confinata ai margini della società. L’altra esperienza traumatica condivisa con i visitatori attraverso un corridoio pieno di foto dettagliate è l’operazione d’emergenza che nel 2020 portò al taglio di parte dell’intestino per la creazione di un dispositivo medico. Anche in questo caso, viene strappato il velo dietro cui i portatori di stoma vengono spesso costretti a nascondersi.

Tracey Emin: A Second Life Tate Modern installation view. © Tracey Emin. Photo © Tate (Sonal Bakrania)

Ampia è la presenza di bronzi, anche di grandi dimensioni, fra cui alcuni di realizzazione recente come I Followed You Until The End (“Ti ho seguito sino alla fine”) del 2023. Dopo anni passati a Londra, nonostante le esperienze negative dell’adolescenza il suo rapporto con Margate non si è interrotto. È lì che ha stabilito una delle sue dimore e ha creato la Tracey Emin Foundation, che offre vari tipi di sostegno ad artisti contemporanei, anche attraverso residenze di oltre un anno.

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Tracey Emin: A Second Life Tate Modern installation view with I Will not Be Alone 2025 and Meet Me In Heaven, I Will Wait For You 2004. © Tracey Emin. Photo © Tate (Sonal Bakrania)

Forse la sintesi di tutto il suo lavoro si trova in un piccolo frammento di tela bianca, in cui viene ripetuta dieci volte una domanda priva di punti interrogativi, o forse un’affermazione: Why Be Afraid (“Perché Avere Paura”), seguita da un “Why” finale: un perché a cui ognuno è chiamato a rispondere a partire dalle proprie vulnerabilità.

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