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Judy Chicago a Venezia: la materia come linguaggio radicale
Mostre
A lungo Judy Chicago è stata identificata quasi esclusivamente con The Dinner Party: un’opera monumentale, divenuta icona dell’arte femminista e simbolo di una riscrittura della storia al femminile. Ma The Materiality of Judy Chicago, la mostra curata da Allison Raddock presso Galleria Alberta Pane, prova ad ampliare questo sguardo, restituendo la complessità e soprattutto la straordinaria coerenza di una ricerca che attraversa oltre sessant’anni di carriera. Non si tratta soltanto di una ricognizione cronologica tra opere storiche e nuove produzioni. Il cuore della mostra è piuttosto l’idea che, per Chicago, la materia non sia mai stata un semplice mezzo espressivo, ma un territorio politico, culturale e simbolico. La “materiality” evoca la concretezza del suo lavoro quanto rimarca l’importanza del materiale come sostanza stessa del significato dell’opera di Chicago: una ricerca che ha continuamente interrogato le gerarchie tra i materiali, tra le tecniche e, inevitabilmente, tra i corpi e i ruoli sociali associati a essi.
Fin dagli esordi, Chicago dimostra una radicalità rara, quasi ostinata, nel portare avanti le proprie idee. Negli anni Sessanta si iscrive a una scuola di carrozzeria automobilistica, dove è l’unica donna tra centinaia di uomini. È qui che apprende le tecniche di verniciatura industriale che utilizzerà nelle celebri opere aerografate sui cofani delle automobili. La scelta del materiale è tutt’altro che neutra: appropriarsi di superfici e linguaggi legati all’immaginario maschile della velocità, della meccanica e del potere significa entrare in un territorio storicamente esclusivo per sovvertirlo dall’interno. Sulle superfici lucide delle carrozzerie, Chicago introduce forme organiche e sensuali che trasformano un simbolo della cultura patriarcale americana in uno spazio di affermazione femminile.

Già in queste opere emerge un elemento che attraverserà tutta la sua carriera: la volontà di ridefinire il rapporto tra tecnica e identità. Chicago non sceglie mai un materiale per puro interesse formale. Ogni medium porta con sé una storia, un sistema di valori, una struttura di esclusione. L’artista interviene esattamente lì, nel punto in cui il linguaggio materiale coincide con una costruzione culturale. È questo che rende la sua pratica ancora oggi così attuale: la consapevolezza che le gerarchie estetiche riflettono gerarchie sociali e politiche.
Se i cofani d’auto rappresentano l’ingresso in un universo industriale codificato al maschile, lavori come The Dinner Party o il Birth Project compiono un movimento opposto ma complementare: portano al centro della scena artistica materiali e tecniche storicamente relegati all’ambito domestico e decorativo. Porcellana, ricamo, tessitura e cucito non vengono utilizzati come semplici elementi ornamentali, ma come strumenti capaci di mettere in discussione le gerarchie dell’arte occidentale. Chicago comprende molto presto che il patriarcato non stabilisce solo quali storie meritino di essere raccontate, ma anche quali materiali possano essere considerati degni di entrare nella storia dell’arte.
In The Dinner Party, forse il suo lavoro più noto, questa riflessione raggiunge una forma monumentale. I piatti dipinti a mano, i ricami e le tovaglie elaborate non sono semplicemente elementi decorativi: sono il risultato di una precisa strategia di revisione storica e simbolica. Chicago recupera tecniche associate al lavoro femminile invisibile e le porta alla scala e all’ambizione dell’installazione contemporanea. La dimensione collaborativa dell’opera, così come accadrà successivamente nel Birth Project, diventa anch’essa un gesto politico: contro il mito modernista dell’artista-genio isolato, Chicago valorizza pratiche collettive e forme di sapere tramandate spesso fuori dalle istituzioni artistiche ufficiali.

Il Birth Project, realizzato tra il 1980 e il 1985 con il coinvolgimento di oltre 150 ricamatrici, radicalizza ulteriormente questa posizione. Qui il tessile non è più solo medium, ma diventa spazio di autorappresentazione e visibilità per un’esperienza — quella della nascita e del corpo femminile — storicamente marginalizzata nella tradizione artistica occidentale. Lavorando con tecniche come appliqué, quilting e ricamo su scala monumentale, Chicago restituisce autorevolezza a pratiche considerate minori, dimostrando come il lavoro paziente, comunitario e manuale possa possedere la stessa forza simbolica della pittura storica.
La mostra veneziana ha il merito di evidenziare proprio questa continuità. Le diverse serie non appaiono come capitoli separati, ma come articolazioni di uno stesso pensiero. Cambiano i media, ma resta costante la volontà di ridefinire il concetto stesso di monumentalità e di autorità artistica. In questo senso, The Materiality of Judy Chicago evita la lettura retrospettiva tradizionale e costruisce invece un percorso che mette in relazione materiali, processi e idee.
È una mostra che funziona particolarmente bene a Venezia, città dove la materia è da sempre parte integrante dell’identità culturale: il vetro, l’acqua, la luce, le superfici riflettenti. Non sorprende quindi che le nuove opere della serie Lilies/Goddesses, presentate qui per la prima volta, trovino proprio in questo contesto una risonanza speciale. Realizzate in bronzo e alluminio, come anche in vetro grazie alla collaborazione con lo Studio Berengo, dialogando inevitabilmente con la tradizione muranese, anch’essa storicamente dominata da maestranze maschili. Ancora una volta Chicago entra in uno spazio produttivo segnato da una forte predominanza maschile e lo trasforma dall’interno.

Il vetro, il fumo, il fuoco: anche nelle opere più recenti Chicago continua a scegliere materiali instabili e fragili, lontani dall’idea tradizionale di monumentalità. Le ninfee nate dal progetto An Homage to Arles (2024), sospese nella riflessione sulla vulnerabilità del paesaggio contemporaneo, dialogano idealmente con le storiche Atmospheres degli anni Sessanta e Settanta, realizzate con fumogeni colorati e fuochi d’artificio. Se gran parte della Land Art maschile interveniva sul territorio attraverso gesti permanenti e invasivi, Chicago introduceva invece presenze temporanee e atmosferiche, trasformando il paesaggio senza imporvisi. Anche in queste opere, la scelta del materiale diventa centrale: il fumo, elemento effimero per eccellenza, mette in discussione l’idea stessa di scultura come forma stabile, eroica e autoritaria.
È forse proprio questa la qualità che emerge con maggiore forza da The Materiality of Judy Chicago: la capacità dell’artista di restare profondamente coerente senza mai irrigidirsi in una formula. Visionaria ma estremamente concreta, Chicago ha costruito una pratica in cui estetica ed etica coincidono. Ogni materiale porta con sé una storia di esclusione, di lavoro e di potere, e il suo gesto consiste da sempre nel trasformare quella materia in uno spazio di possibilità. La mostra veneziana non si limita quindi a celebrare una figura storica del femminismo artistico. Piuttosto, restituisce il ritratto di un’artista che ha saputo fare della materialità una forma di pensiero critico, dimostrando come la scelta di un materiale possa ancora essere un gesto radicale, capace di mettere in discussione strutture culturali profonde.













