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West, terra di miti e contraddizioni: a Milano un viaggio fotografico nella storia del sogno americano
Fotografia
L’America occidentale, vasto territorio che per generazioni ha nutrito immaginari, sogni e speranze, rimane ancora oggi un crocevia di storie e destini intrecciati. Qui si incontrano il desiderio di cambiamento e le tensioni profonde di una terra che alterna l’illusione della libertà a realtà spesso implacabili. L’Ovest si rivela così promessa e contraddizione: un luogo concreto e simbolico. Da sempre fonte di fascino e confronto, continua a riflettere le questioni più urgenti della società contemporanea, sospeso tra mito, storia e un presente tutto da interpretare.
Da queste premesse si sviluppa la mostra fotografica New American West: Photography in Conversation, un progetto che attraversa idealmente i deserti del New Mexico, le montagne del Wyoming e le coste della California, tracciando una geografia tanto fisica quanto immaginaria. L’esposizione, negli spazi della Galleria 10 Corso Como di Milano, ripercorre l’evoluzione dell’idea dell’American West dall’inizio del Novecento a oggi, ed è curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott.

Fulcro del percorso espositivo è il dialogo tra gli scatti di Maryam Eisler e Alexei Riboud. Nel 2024 i due artisti hanno intrapreso un viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah, lavorando fianco a fianco ma senza mai confrontarsi direttamente. Attraversando gli stessi luoghi in modo indipendente, hanno dato vita a visioni radicalmente diverse, qui messe in relazione. Le loro fotografie si dispongono così in un confronto aperto: da un lato gli scatti di Eisler, caratterizzati da un linguaggio visivo cinematografico, intuitivo ed emotivo, fatto di colori saturi e vivaci; dall’altro le immagini di Riboud, più essenziali e contemplative, costruite su tonalità polverose e su uno sguardo attento alla struttura architettonica e al dettaglio.
Il dialogo tra i due autori si sviluppa lungo l’intero percorso, arricchendosi continuamente attraverso il confronto con le opere di alcuni tra i più importanti maestri della fotografia americana, creando così una narrazione plurale e stratificata che attraversa epoche e sensibilità differenti. Infatti, accanto ai lavori di Eisler e Riboud, la mostra presenta opere storiche provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui fotografie di Ansel Adams, Diane Arbus, Joel Meyerowitz, Arnold Newman e molti altri. L’allestimento, pensato su misura per gli ambienti della galleria, valorizza con eleganza le corrispondenze e i rimandi visivi tra le opere in mostra, creando un intreccio di suggestioni capace di guidare lo spettatore in un percorso immersivo.

Tra i soggetti più emblematici emerge il paesaggio urbano dell’Ovest, reso unico dalla presenza di scritte e insegne pubblicitarie che ne definiscono il profilo visivo e ne consolidano l’identità. Un tratto già evidente negli scatti degli anni Quaranta, come quelli di Arthur Rothstein. Ampio spazio è riservato anche ai grandiosi scenari naturali che popolano l’immaginario collettivo e che, talvolta, si caricano di una valenza astratta: colline che si piegano in superfici morbide, orizzonti che si allungano all’infinito. Il paesaggio si trasforma così in una vera e propria “epidermide”, capace di restituire emozioni profonde come solitudine, silenzio e malinconia.
Edward Weston, ad esempio, trasforma le dune in forme pure modellate dalla luce, eliminando ogni elemento superfluo per concentrarsi sulla struttura del paesaggio, dove natura e astrazione coincidono. Risultati altrettanto incisivi emergono nelle fotografie di Eisler che ritraggono il deserto del New Mexico: qui la sua cifra cinematografica e la vibrante saturazione cromatica elevano il paesaggio a dimensione sospesa, quasi onirica, dove il confine tra sogno e realtà si fa sottile. In Riboud, invece, la plasticità del deserto si traduce in un intenso dialogo tra luce e ombra; grazie a una meticolosa attenzione alla resa delle texture sabbiose, la fotografia supera la mera documentazione per diventare autentico studio formale e contemplativo.

In New American West: Photography in Conversation la presenza umana emergere prepotentemente come autentica protagonista: una forza viva che continua a modellare questi luoghi, imprimendo su di essi tracce indelebili di storie, relazioni e identità. Una sequenza di fotografie rievoca il mito eterno del cowboy, che con i suoi inconfondibili simboli – il cappello a tesa larga, gli stivali consumati, le cinture ornate da vistose fibbie – diventa una vera e propria “icona”, capace di incarnare lo spirito e le contraddizioni dell’Ovest americano, attraversando tempi e generazioni, e restituendo all’immaginario collettivo una figura che continua a rinnovarsi senza perdere il suo “fascino”. Accanto a queste immagini, si distinguono i ritratti dei nativi americani, scatti che non si limitano a rappresentare volti o tradizioni, ma penetrano in profondità nei vissuti, mettendo in luce storie di resilienza, identità e memoria. Così, la presenza dei nativi diventa l’altra faccia della medaglia: un contrappunto essenziale che invita lo spettatore a riflettere sulle molteplici dimensioni dell’Ovest americano, andando oltre gli stereotipi per abbracciare una narrazione più autentica e sfaccettata.

Il mito del West trova una sintesi intensa nella fotografia scattata da Bruce Davidson sul set de Gli spostati (1961): un’immagine carica di presagi, in cui Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift incarnano il “requiem” della frontiera. Qui l’American West cessa di essere epopea di conquista e diventa scenario di una crisi identitaria profonda. I pionieri si trasformano in figure marginali, anacronistiche, incapaci di trovare spazio in un’America lanciata verso la modernità. A questo West malinconico e disilluso si contrappongono altre visioni della West Coast: la quotidianità rassicurante delle famiglie in roulotte tra le sequoie dello Yosemite, o l’energia libera e provocatoria dei club di San Francisco alla fine degli anni Sessanta. Eppure, tra il divismo delle icone e il fermento urbano, persiste un senso di vuoto, visibile negli interni abbandonati delle aree rurali del Texas, immagini che restituiscono una sospensione quasi spettrale.
Nel complesso, New American West: Photography in Conversation offre un ritratto stratificato e sincero dell’America contemporanea, costruito attraverso il dialogo tra passato e presente, tra visioni diverse e complementari. Non si tratta soltanto del confronto tra due fotografi, ma di un racconto corale che intreccia memorie, miti e trasformazioni. Un viaggio visivo e concettuale in cui il pubblico è chiamato a interrogarsi non solo su ciò che l’Ovest è stato, ma su ciò che continua a rappresentare oggi: un orizzonte aperto, ancora carico di promesse e contraddizioni.
L’America occidentale, vasto territorio che per generazioni ha nutrito immaginari, sogni e speranze, rimane ancora oggi un crocevia di storie e destini intrecciati. Qui si incontrano il desiderio di cambiamento e le tensioni profonde di una terra che alterna l’illusione della libertà a realtà spesso implacabili. L’Ovest si rivela così promessa e contraddizione: un luogo concreto e simbolico. Da sempre fonte di fascino e confronto, continua a riflettere le questioni più urgenti della società contemporanea, sospeso tra mito, storia e un presente tutto da interpretare.

Da queste premesse si sviluppa la mostra fotografica New American West: Photography in Conversation, un progetto che attraversa idealmente i deserti del New Mexico, le montagne del Wyoming e le coste della California, tracciando una geografia tanto fisica quanto immaginaria. L’esposizione, negli spazi della Galleria 10 Corso Como di Milano, ripercorre l’evoluzione dell’idea dell’American West dall’inizio del Novecento a oggi, ed è curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott.
Fulcro del percorso espositivo è il dialogo tra gli scatti di Maryam Eisler e Alexei Riboud. Nel 2024 i due artisti hanno intrapreso un viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah, lavorando fianco a fianco ma senza mai confrontarsi direttamente. Attraversando gli stessi luoghi in modo indipendente, hanno dato vita a visioni radicalmente diverse, qui messe in relazione. Le loro fotografie si dispongono così in un confronto aperto: da un lato gli scatti di Eisler, caratterizzati da un linguaggio visivo cinematografico, intuitivo ed emotivo, fatto di colori saturi e vivaci; dall’altro le immagini di Riboud, più essenziali e contemplative, costruite su tonalità polverose e su uno sguardo attento alla struttura architettonica e al dettaglio.
Il dialogo tra i due autori si sviluppa lungo l’intero percorso, arricchendosi continuamente attraverso il confronto con le opere di alcuni tra i più importanti maestri della fotografia americana, creando così una narrazione plurale e stratificata che attraversa epoche e sensibilità differenti. Infatti, accanto ai lavori di Eisler e Riboud, la mostra presenta opere storiche provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui fotografie di Ansel Adams, Diane Arbus, Joel Meyerowitz, Arnold Newman e molti altri. L’allestimento, pensato su misura per gli ambienti della galleria, valorizza con eleganza le corrispondenze e i rimandi visivi tra le opere in mostra, creando un intreccio di suggestioni capace di guidare lo spettatore in un percorso immersivo.
Tra i soggetti più emblematici emerge il paesaggio urbano dell’Ovest, reso unico dalla presenza di scritte e insegne pubblicitarie che ne definiscono il profilo visivo e ne consolidano l’identità. Un tratto già evidente negli scatti degli anni Quaranta, come quelli di Arthur Rothstein. Ampio spazio è riservato anche ai grandiosi scenari naturali che popolano l’immaginario collettivo e che, talvolta, si caricano di una valenza astratta: colline che si piegano in superfici morbide, orizzonti che si allungano all’infinito. Il paesaggio si trasforma così in una vera e propria “epidermide”, capace di restituire emozioni profonde come solitudine, silenzio e malinconia.

Edward Weston, ad esempio, trasforma le dune in forme pure modellate dalla luce, eliminando ogni elemento superfluo per concentrarsi sulla struttura del paesaggio, dove natura e astrazione coincidono. Risultati altrettanto incisivi emergono nelle fotografie di Eisler che ritraggono il deserto del New Mexico: qui la sua cifra cinematografica e la vibrante saturazione cromatica elevano il paesaggio a dimensione sospesa, quasi onirica, dove il confine tra sogno e realtà si fa sottile. In Riboud, invece, la plasticità del deserto si traduce in un intenso dialogo tra luce e ombra; grazie a una meticolosa attenzione alla resa delle texture sabbiose, la fotografia supera la mera documentazione per diventare autentico studio formale e contemplativo.
In New American West: Photography in Conversation la presenza umana emergere prepotentemente come autentica protagonista: una forza viva che continua a modellare questi luoghi, imprimendo su di essi tracce indelebili di storie, relazioni e identità. Una sequenza di fotografie rievoca il mito eterno del cowboy, che con i suoi inconfondibili simboli – il cappello a tesa larga, gli stivali consumati, le cinture ornate da vistose fibbie – diventa una vera e propria “icona”, capace di incarnare lo spirito e le contraddizioni dell’Ovest americano, attraversando tempi e generazioni, e restituendo all’immaginario collettivo una figura che continua a rinnovarsi senza perdere il suo “fascino”. Accanto a queste immagini, si distinguono i ritratti dei nativi americani, scatti che non si limitano a rappresentare volti o tradizioni, ma penetrano in profondità nei vissuti, mettendo in luce storie di resilienza, identità e memoria. Così, la presenza dei nativi diventa l’altra faccia della medaglia: un contrappunto essenziale che invita lo spettatore a riflettere sulle molteplici dimensioni dell’Ovest americano, andando oltre gli stereotipi per abbracciare una narrazione più autentica e sfaccettata.

Il mito del West trova una sintesi intensa nella fotografia scattata da Bruce Davidson sul set de Gli spostati (1961): un’immagine carica di presagi, in cui Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift incarnano il “requiem” della frontiera. Qui l’American West cessa di essere epopea di conquista e diventa scenario di una crisi identitaria profonda. I pionieri si trasformano in figure marginali, anacronistiche, incapaci di trovare spazio in un’America lanciata verso la modernità. A questo West malinconico e disilluso si contrappongono altre visioni della West Coast: la quotidianità rassicurante delle famiglie in roulotte tra le sequoie dello Yosemite, o l’energia libera e provocatoria dei club di San Francisco alla fine degli anni Sessanta. Eppure, tra il divismo delle icone e il fermento urbano, persiste un senso di vuoto, visibile negli interni abbandonati delle aree rurali del Texas, immagini che restituiscono una sospensione quasi spettrale.
Nel complesso, New American West: Photography in Conversation offre un ritratto stratificato e sincero dell’America contemporanea, costruito attraverso il dialogo tra passato e presente, tra visioni diverse e complementari. Non si tratta soltanto del confronto tra due fotografi, ma di un racconto corale che intreccia memorie, miti e trasformazioni. Un viaggio visivo e concettuale in cui il pubblico è chiamato a interrogarsi non solo su ciò che l’Ovest è stato, ma su ciò che continua a rappresentare oggi: un orizzonte aperto, ancora carico di promesse e contraddizioni.




















