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A Reggio Emilia la fotografia contemporanea si confronta con i propri fantasmi
Fotografia
Il presente è abitato. Anche da ciò che non c’è più o che non ha mai davvero avuto un posto gli spettava. Si potrebbero chiamare “futuri perduti”, possibilità che sembravano destinate a realizzarsi, ma che non sono mai accadute. A queste la fotografia può dare cittadinanza. Fotografia Europea 2026 per questa 21esima edizione, (curata da Tim Clark, Walter Guadagnini e Luce Lebart e Arianna Catania) ha scelto il titolo Fantasmi del quotidiano, che dà legittimità alla memoria culturale che non scompare davvero, ma continua a riecheggiare, ripetersi e deformarsi. «I fantasmi sono forme di potere o possono essere i nostri sogni», spiega Marco Mietto, assessore alla Cultura del Comune di Reggio Emilia, «per esempio, siamo davanti al fantasma della più grande crisi energetica della storia. Oppure possiamo ipotizzare nuovi giorni meno drammatici di questi. E allora l’arte può prendere posizione per aiutarci a capire che cosa sta accadendo. Ci può dare indicazioni su come e cosa dobbiamo guardare».

Non a caso, la storia fotografica che apre il percorso ai Chiostri di San Pietro è Bravo, di Felipe Romero Beltrán. Un lavoro che vuole evocare il tema della migrazione. Al centro ci sono le storie dei migranti messicani che cercano di raggiungere gli Stati Uniti attraversando il Rio Bravo. Vediamo scatti che trasmettono situazioni o ritratti collocati in un tempo sospeso, quello dell’attesa. Montati su una struttura di alluminio precaria – che ricorda un confine incerto – rispecchiano la condizione di chi sta per tentare l’impresa. Nelle immagini ci sono oggetti, abitazioni, ritratti eleganti con espressioni di rassegnazione. I video ci riportano nella realtà con la cronaca di quello che accade su quelle rive. Ma i fantasmi del quotidiano non fanno rumore. Vivono nei gesti lasciati a metà. Vogliono essere ricordati.

Come nella storia privata, Mohamed Hassan, con il suo progetto Our Hidden Room che però diventa anche di chi la guarda grazie a una narrazione fotografica fatta di materiale d’archivio di famiglia e di scatti recenti. Un allestimento che mette in dialogo passato e presente nel rapporto con il padre e la sua passione per la fotografia, ma c’è anche uno spaccato dell’Egitto. A partire dal grande scatto che ci accoglie, di un ragazzo con un falco e un video sul Paese. Il “fantasma” che aleggia è quello del padre dell’autore, a sua volta fotografo, con un disturbo bipolare (che la madre, fervente attivista dei Fratelli musulmani, attribuiva alla fotografia). Il modo in cui il passato continua a “perseguitare” il presente come un fantasma, vale anche per la precarietà del mondo del lavoro che incombe da anni ormai, in un universo in molti casi senza diritti. In Automated Refusal di Salvatore Vitale, analizza la condizione dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza legata agli algoritmi, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film è una denuncia delle disuguaglianze e dello sfruttamento generati dall’automazione. Si tratta di condizioni di vita che si ripetono senza diritti e senza orario come ci ricorda un letto al centro della stanza, per evidenziare che chi è impiegato in questo modo non ha orari ne vita privata. I “fantasmi” si presentano nello stile degli autori, come quelli un po’ evanescenti di quelli di Stains and Ashes di Ola Rindal (anche fotografo di moda), che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro quotidiano, che diventano visioni astratte attraverso l’uso della sfocatura dell’immagine.

Giulia Vanelli, in The Season, traduce in immagini sul filo della memoria il suo rapporto con il suo luogo d’origine, collocandolo tra il tempo del ricordo e del presente. Ha preso spunto dal libro di Milan Kundera, La lentezza e lo ha ambientato in un paesino sul mare dove ha vissuto e ritorna, diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne. Un lavoro sullo sguardo, ma questa volta mettendosi nei panni del visitatore, lo porta la fotografa messicana Tania Franco Klein, che in Subject Studies: CHAPTER I, esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore: lo fa ricreando la stessa scena con persone diverse. Esposta al Moma di New York e al Getty Museum di Los Angeles, arriva per la prima volta in Italia. «Un lavoro “antropologico” che viaggia con il “fantasma” di Caravaggio, visti i tagli di luce che usa negli scatti per illuminare i soggetti che mette al centro della scena.

Sono 106 scenari casalinghi che creano una sorta di lungo storyboard», spiega il curatore Tim Clarck. Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland espone Vestiges du futur, che travolge chi attraversa lo spazio con le immagini in movimento e i colori forti. Immagine e suono creano un’esperienza sinestetica catturate in 35mm e Super8 con al centro il tema del rapporto tra visibile e invisibile e la relazione tra civiltà e natura. La natura irrompe anche in Le Jardin d’Hannibal della fotografa francese Marine Lanier. Qui il Giardino del Lautaret, sulle Alpi francesi, uno luogo di biodiversità alpina e centro di ricerca scientifica, si mette in mostra con immagini che trascendono il dato reale, essendo rappresentate con colori forti e anche fluo. A voler farsi ricordare come natura da preservare.

Come sempre Fotografia Europea coinvolge tutta la città. Prosegue a Palazzo Da Mosto, dove la collettiva Ghostland, curata da Arianna Catani è un’esplorazione sull’epoca ipermediata. Attraversiamo quindi le sale inondati da immagini che in diversi allestimenti evidenziano il tema della mostra: lo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti. Alisa Martynova (ANIMA) crea personaggi che ci accompagnano in un corridoio di lamiere, hanno un colto sintesi di una foto d’archivio e l’intelligenza artificiale. Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti. Sono solo alcuni degli artisti che potremo vedere in questo spazio.

La storia della fotografia trova spazio in due mostre molto preziose. Quella curata dallo storico della fotografia Walter Guadagnini a Palazzo Scaruffi, (edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, in collaborazione con la Camera di Commercio dell’Emilia), dal titolo 200×200. Due secoli di fotografia e società. La seconda è quella a Palazzo dei Musei, dedicata a Luigi Ghirri e al suo rapporto con la musica. Entrambe ci ricordano come le fotografie creino mondi, così come i miti che rimangono per sempre. Come alcune foto leggendarie che hanno creato il mito di Parigi, o quella di Gilles Caron, con il ragazzo che lancia un sanpietrino, ancora oggi simbolo del ‘68. Guadagnini li inserisce come capitoli fondamentali in un questo viaggio quasi epico tra milioni di immagini, con il quale festeggia il compleanno di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Veduta di Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce). Lo stupore si moltiplica di continuo con foto anonime che si alternano a capolavori e oggetti simbolo: dai grandi maestri come Daguerre, Nadar, Curtis, Man Ray, Berenice Abbott, Dorothea Lange, Walker Evans e Gilles Caron alla Rolleiflex Planar 3.5. «Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male», conclude il curatore.

A Palazzo dei Musei, invece, l’esposizione Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori (a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere, fino al 28 febbraio 2027), ci restituisce un clima che significava un modo di stare al mondo, di due generazioni: quella che pensava di cambiare tutto per cui la musica era spesso una compagna di ideali che Ghirri esprime nella passione per Bob Dylan (in mostra ci sono gli appunti per un libro su di lui) e quella che con la musica ha raccontato le ribellioni quotidiane: da Lucio Dalla a Luca Carboni. Ma ci svela anche un aspetto più segreto della molteplicità creativa di Ghirri: la passione e la grande conoscenza della musica che accosta anche alla fotografia.

Tra le altre mostre “partner” spicca una dedicata a Francesco Guccini con il titolo Canterò soltanto il tempo, allo Spazio Gerra. Invece, Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou, Heaven’s truth, con una nuova produzione ispirata al fotoromanzo, l’artista mette a nudo le ambiguità della comunicazione.
Il futuro è contemplato in diverse mostre con i “risultati” di open call, premi e laboratori. Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio. Anche il lavoro di Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro collettivo per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”. Le esposizioni dei Chiostri si concludono con Keep the Fire Burning, a cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Un altro lavoro dedicato alle donne è alla Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata: Elena Bellantoni, con Ghostwriter, evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne.

Sempre a Palazzo dei Musei, ci sono i vincitori della tredicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana #13 | Premio Luigi Ghirri 2026 – Voci / Voices a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Susanna De Vido con Quando torneremo a guardare le stelle, Karim El Maktafi con Archivio del mare, Alice Jankovic con Green Paradox, Cinzia Laliscia con Finalmente posso andare, Anie Maki con Milk, Weight, Gravity, Eva Rivas Bao con Una storia italiana e Federica Torrenti con La fortezza. A Palazzo da Mosto, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico. Emilia Martin in The serpent’s thread curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Il festival a Reggio Emilia rimane un osservatorio significativo per fare il punto sul presente e il futuro della fotografia contemporanea attraversando diversi territori semantici. Senza chiudersi a un pubblico di solo addetti ai lavori.
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