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Roma Gallery Weekend 2026: un viaggio tra le gallerie della capitale
Arte contemporanea
Roma, 1973. Achille Bonito Oliva immagina Contemporanea, una mostra visionaria, concepita in un luogo insolito, il parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, che riunisce quelli che saranno i protagonisti della scena artistica dell’epoca.
Roma, 2026. A distanza di 50 anni, quello stesso titolo torna a ispirare la quarta edizione della Roma Gallery Weekend, con Contemporanea, manifestazione andata in scena dal 15 al 17 maggio 2026, che ha coinvolto ben 32 gallerie localizzate in diversi quartieri della città eterna, animata per questa occasione non solo da mostre ma anche da eventi e aperture speciali.
L’evento, inaugurato la sera del 14 maggio con una suggestiva Gallery Night, è un’iniziativa ideata e organizzata dall’associazione che riunisce un gruppo di gallerie romane d’arte contemporanea, per creare un momento di relazione tra la Capitale e il suo pubblico e un’occasione di riflessione sulla ricerca che le gallerie stanno portando avanti sul territorio.
Quattro curatori – Gaia Bobò, Matteo Binci, Ilaira Gianni ed Eleonora Milani – sono stati invitati a ridisegnare la geografia della città, immaginando dei percorsi da seguire in piena autonomia, per scoprire nuovi luoghi e realtà stimolanti. «Roma Gallery Weekend – Contemporanea – dicono gli organizzatori – nasce dal desiderio di valorizzare il tessuto delle gallerie private attive in città. Il progetto vuole rendere visibile il lavoro quotidiano che le gallerie portano avanti nella costruzione di un sistema culturale; Attraverso un programma coordinato di mostre, eventi e iniziative, il Gallery Weekend della capitale invita il pubblico a scoprire una Roma contemporanea, caratterizzata dalla pluralità dei linguaggi e prospettive che la animano».

Scegliamo di iniziare il nostro percorso dal centro città, da Galleria Continua, che ha la sua sede romana nello storico hotel St. Regis. È interessante notare come dopo aver attraversato le lussuose sale e corridoi dell’hotel, si viene catapultati in un’architettura completamente diversa, quella dei decadenti palazzi dell’Avana di Carlos Garaicoa.
Ne I Giardini di Piranesi l’artista contemporaneo dialoga con l’artista settecentesco utilizzando il disegno e la pittura su fotografia come comuni denominatori per denunciare l’attuale stato di abbandono in cui versa la realtà urbana cubana, da lui immaginata come invasa da rare specie di piante carnivore. Nella grande installazione site specific Contrapeso, piccoli edifici in ottone, alternati a contrappesi di varie forme, sembrano riprendere il tipico schema calviniano, fatto di continui rimandi a narrazioni sospese e possibili destini incrociati.
Si prosegue con Gagosian che presenta la mostra Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, con circa 50 fotografie “ruvide e senza tempo”, molte delle quali inedite, realizzate da Francesca Woodman (1958–1981) nel corso della sua fin troppo breve carriera. Tra i numerosi scatti in cui il nudo femminile gioca con specchi e oggetti sparsi in tableau tendenti al surrealismo, anche il suo Autoritratto a 13 anni del 1972 e una serie di opere risalenti agli anni trascorsi alla Rhode Island School of Design – RISD di Providence e il periodo di studio a Roma tra il 1977 e il 1978.

Il tour continua da Tornabuoni Arte che, con Passo a due, mette in dialogo storici artisti della propria scuderia attraverso le loro corrispondenze. Nelle tre lettere firmate da Lucio Fontana, ad esempio, si evince tutta la complessa poetica sul tempo e l’uomo, quindi l’amicizia con la giovane olandese Verheyen, con cui realizza l’opera Concetto spaziale, Le Jour esposta in mostra. Estremamente attuale anche la lettera di Gastone Novelli, indirizzata ai fratelli Pomodoro e Achille Perilli, sulle ragioni di non ritirare le proprie opere dalla Biennale del 1968.

Il colore è il protagonista di Spazio Nuovo che ospita Area Specularis, la prima mostra personale in Italia di Rubén Rodrigo, artista spagnolo che realizza delle opere di grande formato dalla vibrante potenza emotiva. La tecnica della pittura ad olio che usa per le sue opere, gli permette di creare delle stratificazioni di colore che raggiungono un equilibrio visivo tra colori caldi e freddi, difficile da ottenere con altre tecniche.
Da Antonacci Lapiccirella Fine Art il dialogo con la memoria storica della città passa attraverso Vernet incontra Piranesi, progetto che mette in relazione le celebri Vedute di Roma di Giovanni Battista Piranesi con le fotografie in bianco e nero dell’artista newyorkese Vernet. 30 luoghi immortalati nelle incisioni settecentesche vengono riletti nel contesto urbano contemporaneo, in un confronto diretto tra passato e presente. Ogni fotografia è affiancata dalla relativa incisione di Piranesi, stampata sulla stessa carta fotografica in cotone, creando una continuità visiva e materica tra le due serie e restituendo una Roma sospesa tra monumentalità e trasformazione.
Seguendo il corso del fiume Tevere, proprio di fronte a Castel Sant’Angelo, si giunge da Andrea Festa Fine Art, che ospita nella main gallery Soft Structures, mostra collettiva di sei artisti americani – Paolo Arao, Courtney Childress, Mark Joshua Epstein, Nicholas Moenich, Danielle Mysliwiec e Cyle Warner – le cui geometrie si fondono e confondono in un dialogo tra linguaggi dai toni semantici eleganti. Nella Sala Nova invece è allestita Sports Section, personale di Gianna Dispenza, che indaga su quelli che sono i labili confini tra i sentimenti, spesso nascosti e in parte influenzati dai valori che vengono solitamente fagocitati durante le prestazioni sportive.

Ad attenderci aldilà del fiume nella sua veste un po’ futurista, c’è Ex Elettrofonica, che per i suoi spazi dalle forme architettoniche da navicella aliena, invita cinque artisti – Sergio Breviario, Agostino Iacurci, Elena Mazzi, Julie Polidoro e Guendalina Salini a reinventare l’antico oggetto del paravento, utilizzato, in Cina e poi in Giappone, per trasportare e all’occorrenza “salvare” le opere d’arte. In Strutture Impermanenti, i lavori, tutti inediti, giocano sul vero significato del paravento, inteso come vero e proprio dispositivo artistico che come dice Lyotard ne La condizione Postmoderna si evolve «Da barriera rigida a linea porosa e relazionale».

Spostandoci dall’altra parte della citta, nel quartiere San Lorenzo, si prosegue con Monitor, che presenta 50 x 35, personale di Elisa Montessori, longeva pittrice novantacinquenne, la cui ricerca spazia dalla forma del libro, alla scultura e all’installazione. La sua instancabile ricerca trova nuovo vigore in opere recenti, nate dall’incontro energetico di due mondi: la fertilità culturale dell’occidente e quella più segnica e spirituale dell’oriente.
Gilda Lavia ospita invece Hydra’s heads, personale di Petra Feriancová. L’artista costruisce un ambiente installativo in cui il visitatore è chiamato a confrontarsi fisicamente con uno spazio instabile e fragile. Il pavimento stesso della galleria diventa materia viva, simile a una superficie vulcanica o argillosa, costringendo il pubblico a muoversi in equilibrio precario. La ricerca di Feriancová, da sempre legata ad archivi, memoria e stratificazione della materia, trasforma così l’esperienza espositiva in una riflessione sul tempo e sulla percezione, dove la storia si sviluppa non in linea retta ma come accumulo verticale di tracce.

Poco distante, veniamo attratti dall’ipnotico lavoro della pittrice britannica Imogen Allen che porta dell’intima sede di Monti8 la personale Echo. Il suo lavoro si concentra sull’esplorazione del linguaggio fisico del colore, della forma e del gesto attraverso il suo interesse per il mondo naturale. Il soggetto della serie sono le ali di farfalla ma viste come attraverso la lente di un microscopio, con colori brillanti e dai contorni sfumati, per sottintendere a un lavoro di indagine introspettiva e inconscia che riversa su chi le osserva.
Nel quartiere Ostiense, z2o Sara Zanin presenta Nel tuo affondare, la mia forma, seconda personale romana di Guglielmo Maggini, curata da Giuseppe Armogida. Il progetto raccoglie opere inedite realizzate tra il 2025 e il 2026, in cui ceramica, resina e vetro dialogano con l’architettura del nuovo spazio espositivo. Al centro della mostra emergono i temi dell’eredità, del naufragio e della memoria, affrontati attraverso una pratica scultorea che intreccia riferimenti alla tradizione ceramica del Novecento e materiali contemporanei. Le opere si espandono nello spazio trasformando la scultura in ambiente immersivo e relazione fisica con il visitatore.

Penultima tappa è Matèria con Common Ground, un progetto speciale per il Gallery Weekend che fa coesistere le opere di tre artisti, con base a Roma, José Angelino, Fabio Barile e Stefano Canto. Pur avendo tre pratiche diverse – le installazioni, sculture e fotografie dei tre artisti in mostra si sviluppano in maniera aperta e relazionale con lo spazio, creando uno spazio di confronto sui concetti di equilibrio e di percezione delle strutture, intese come sistemi da co-abitare e condividere. Per il programma Vetrina, la galleria porta in uno spazio visibile direttamente dalla strada il lavoro pittorico su tela di lino Alius et idem. Stesa in controluce di Eugenia Vanni in collaborazione con Galleria Fuoricampo di Siena.

Terminiamo il nostro tour nel centrale quartiere Esquilino, con la visita allo Studio Sales di Norberto Ruggeri, al terzo piano di un palazzo di fine Ottocento, che fu in origine l’edificio de la Reale Accademia del Belgio. Qui, in uno degli ex studio in cui gli artisti selezionati dalla corona belga venivano ospitati sulla scia del Grand Tour, Studio Sales ospita Concetto Pozzati. 50 anni dopo, mostra dedicata ad uno dei protagonisti della Pop Art italiana, realizzata in collaborazione con l’Archivio Concetto Pozzati in occasione del cinquantesimo anniversario della storica antologica dedicata all’artista a Palazzo delle Esposizioni di Roma.

La mostra si concentra su una fase meno indagata della produzione del “corsaro della pittura”, in particolare quella degli anni Settanta, fatta di sperimentazioni tecniche e linguistiche, visibili in mostra sia sulle grandi tele che sui lavori su carta. In mostra anche un toccante e intimo racconto di Danilo Eccher che ci avvicina alla personalità del maestro bolognese.





















