17 maggio 2026

Il gergo aziendale sta diventando una nuova forma di pornografia? Un progetto artistico ne indaga i rischi

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Il collettivo di arte sociale DMAV – Dalla Maschera al Volto presenta Corporate Porn. Fenomenologia dell’oscenità organizzativa e tensioni di resistenza alla Galleria Moitre di Torino fino al 30 giugno 2026. E in questa intervista ci racconta la sua ricerca

gergo aziendale
DMAV, PM, 2026, installazione, plexiglas e metallo, 15x15x40cm

Attraverso opere visive, grafiche, una video-installazione e una programmazione di performance tra Torino, Roncade e Padova, il collettivo di arte sociale decostruisce il gergo aziendale, rivelando dinamiche di potere in un approccio critico, pop e ironico. DMAV – Dalla Maschera al Volto indaga la gerarchia di potere delle organizzazioni che, seguendo l’inerzia di un linguaggio aziendale sempre più paradossale, creano dei circuiti osceni di tensione quasi pornografica. Il collettivo analizza questo modo di parlare e lo trasforma in arte per tutti. Le derive del linguaggio organizzativo, e le loro implicazioni sociali, politiche ed emotive, diventano oggetto di linguaggi visivi, performativi e sonori. Abbiamo intervistato Alessandro Rinaldi, di DMAV.

gergo aziendale
DMAV, ASAP, 2026, manufatto, stampa ad inchiostro su carta e fil di ferro, 60×60 cm

Corporate Porn nasce da una critica molto precisa del linguaggio aziendale. Qual è stato il primo momento in cui avete percepito questa “oscenità organizzativa”?

La ricerca del collettivo è legata da sempre alle comunità territoriali. Ci è capitato di portare l’arte anche nei contesti del lavoro e delle organizzazioni. Alcune di queste fanno uso di un linguaggio decisamente pornografico, utilizzando parole che vengono esibite e diventano meccanismi di potere. Chi parla quel gergo aziendale pieno di inglesismi è spesso chi detiene il potere, mentre c’è una parte della stessa organizzazione che quel gergo lo subisce.

Qual è stato il momento in cui avete sentito la necessità di reagire a questo tipo di linguaggio?

Ricordo quando in un’azienda veneta molto padronale — padrone è la giusta parola in questo caso — un consulente presentò un progetto di business process ingenue, che era assolutamente impronunciabile, e non si preoccupò di spiegarlo: per tutti era un progetto incomprensibile già dal nome. Ho scelto di proporre al collettivo lo sviluppo di Corporate porn, credo quando l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso: è stata un’organizzazione che mi ha detto “per favore forwardami tutto”.

Altri esempi?

Sentiamo sempre più spesso costruzioni come: “ti mando a parlare con l’HR che vuole revisionare il TPI, ma vorrebbe finire con te anche gli OKR, però in una logica di delivery dovresti sforzarti di dare un sì”. Questo linguaggio spesso non significa nulla, diventa un modo per mascherare le problematiche o per dare un messaggio ambiguo.

Le frasi fatte del linguaggio corporate possono risultare lontane dalla realtà delle relazioni di lavoro…

Pensiamo alle frasi fatte: “la mia porta è sempre aperta”, spesso detto da qualcuno di totalmente inarrivabile nell’organizzazione. “Ogni problema è un’opportunità”, classica frase che minimizza quella che a volte è la fatica del lavoro, una vaga accezione romantica un po’ “americaneggiante”, del grande sacrificio. Visto che oggi tante organizzazioni stanno provando a cambiare, a trasformarsi, a decentralizzare il potere, per noi la ricerca è quella di analizzare il linguaggio di quelle organizzazioni che usano il linguaggio per centralizzare il potere, quindi per continuare a creare canali di separazione invece che di connessione.

gergo aziendale
DMAV, DEI (Diversity, Equity and Illusion) 2025, stampa d’arte, 42×29,7 cm

Quindi qual è il rapporto tra pornografia e gergo corporate?

Queste parole vengono esibite in una dimensione di continua performance. Pensiamo ai giovani che oggi hanno un accesso immediato ai contenuti pornografici, il messaggio fuorviante che ne deriva è che nella componente sessuale domini una dimensione fisica di assoluta onnipotenza. Nello stesso modo, questa esibizione assoluta da parte di chi usa l’acronimo meno comprensibile è un’esibizione della parola come corpo del potere, e assomiglia molto all’esibizione della sessualità come forma di dominio. Una dimensione oscena nell’esibizione di queste parole, che sembrano sempre in “capslock”, ovvero in maiuscolo.

Nel progetto smontate acronimi e mantra manageriali, trasformandoli in dispositivi critici contro le gerarchie tossiche che pervadono il mondo corporate. Cosa rivela, secondo voi, il linguaggio aziendale sul nostro tempo?

Uno degli acronimi che abbiamo smontato e ricostruito è HR: universalmente noto per human resources, lo abbiamo fatto diventare human remorces. Dalla nostra esperienza, spesso, nelle aziende e nelle organizzazioni in cui il management è strumentale al profitto, accadono cose brutte: licenziamenti, trattamenti psicologici gravi nei confronti del lavoratore. Ci sono aziende che hanno creato progetti con il mystery client, clienti fittizi all’interno dell’organizzazione per capire se la capacità di vendita è adeguata, e poi hanno usato questo tipo di feedback per licenziare qualcuno. Altra apoteosi del corporate porn. O considerare normale pensare che una persona lavori 6 giorni su 7, con una reperibilità di giorno e di notte.

Su quali altri acronimi avete lavorato?

DEI, significa Diversity, Equity, Inclusion, e diventa l’opera dipinta Diversity, Equity and Illusion. Oppure CSR, che sta per Responsabilità Sociale d’Impresa: lo abbiamo trasformato in Cosmetic Sustainability Report. La CSR sembra una cosa alla moda, ma queste cose si fanno davvero o è solo marketing? Anche For Your Information, per noi, è Fuck Your Ideas: di fatto c’è sempre una doppia dinamica, sembra che qualcosa di bello stia per accadere, ma nasconde una facciata del “quello che pensi non mi interessa”, il preludio a scaricarti una fetta di problema. PM, project manager > penic management. Un progetto importante, ma che genera stress assoluto, e un’incidenza sul grande tema dei nostri tempi: il disturbo d’ansia managerializzato.

DMAV, HR (Human Remorses) 2025, stampa d’arte, 42×29,7 cm

Quali soluzioni immaginate, anche grazie al lavoro con i vostri partner Decentral e Corporate Rebels, per ammorbidire, scardinare o trasformare dall’interno il sistema linguistico e organizzativo aziendale?

Abbiamo cercato collaborazioni con soggetti avanguardisti nel mondo del lavoro, perché crediamo nella grande rilevanza di questa sinergia tra arte sociale e avanguardia organizzativa.

Quali?

Sia Decentral che Corporate Rebels rappresentano un movimento di organizzazioni che in giro per il mondo, stanno cercando di decentralizzare il potere, rendere le persone più autonome, considerare importante, accanto al profitto, anche la pienezza e la significatività della vita professionale delle persone e delle comunità. Ciò che facciamo è smontare, decostruire, creare attraverso la provocazione uno spazio catartico e capace di generare il dubbio. Se non c’è il dubbio, queste organizzazioni non smettono di ripetere gli stessi copioni organizzativi.

Se il sistema dovesse evolvere nella sua forma più assurda e dispotica, quale sarebbe secondo voi il prossimo livello di “Corporate Porn”?

A quali forme di pornografia potremmo arrivare senza una capacità di pensiero critico? È chiaro che questo è il momento in cui veniamo travolti da una riflessione sulle agency dell’intelligenza artificiale. Probabilmente l’unica strada sana, possibile e sostenibile è quella che indaga la possibilità di una sinergia e di un bilanciamento tra agency dell’intelligenza umana e artificiale. Mi spaventa il modo in cui alcune organizzazioni pensano di poter usare l’intelligenza artificiale per fare qualsiasi cosa.

Quali sono i rischi dell’assenza di un pensiero critico in questa dinamica?

Mi spaventa che la pornografia aziendale possa esplodere. Se l’utilizzo della macchina moltiplica la capacità di accelerare la produzione invece che portarci maggiore pensiero critico, ci ritroveremo sommersi da contenuti porn organizzativi sviluppati da AI e da mani umane. Ne verremo sommersi e sembreremo quelle metropoli che hanno, accanto al centro urbano, migliaia di tonnellate di rifiuti non gestiti: un ipertrofismo del corporate porn autoalimentato dall’AI.

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