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VALIE EXPORT: cinque opere estreme per cui ricorderemo la pioniera femminista
Arte contemporanea
di Redazione
Con la morte di VALIE EXPORT, scomparsa ieri a Vienna nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, si chiude una delle esperienze più radicali dell’arte europea del secondo Novecento: performer, filmmaker, teorica e artista visiva, EXPORT con le sue opere ha trasformato il corpo in un dispositivo politico e linguistico, attraversando cinema sperimentale, fotografia, videoarte e performance con una pratica che ha inciso profondamente sulle genealogie dell’arte femminista contemporanea.
Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, alla fine degli anni Sessanta decise di rinominarsi VALIE EXPORT – rigorosamente in maiuscolo – rifiutando sia il cognome paterno sia quello del marito. Quel gesto di autodeterminazione, ispirato ironicamente a una marca di sigarette austriaca, diventò l’atto fondativo di una ricerca che avrebbe interrogato, senza sconti né concessioni, il rapporto tra immagine, linguaggio, corpo e potere.
Dalle azioni pubbliche nei cinema e nelle strade fino alle riflessioni teoriche sul femminismo e l’expanded cinema, mettendo continuamente in crisi i sistemi di rappresentazione dominanti, EXPORT ha costruito un corpus di lavori e interventi estremamente eterogeneo, difficilmente classificabile, che proviamo a ripercorrere in questo excursus in cinque tappe.
Aktionshose: Genitalpanik (1968)
Tra le opere più celebri della storia dell’arte performativa del Novecento, Aktionshose: Genitalpanik è probabilmente il lavoro simbolo di VALIE EXPORT. L’azione venne realizzata nel 1968 in un cinema sperimentale di Monaco: l’artista attraversò le file del pubblico indossando pantaloni tagliati all’altezza del pube e una giacca di pelle nera, portando il proprio corpo reale dentro uno spazio dominato dalla rappresentazione voyeuristica femminile del cinema.
Esiste però una versione molto più estrema di questa storia: in un’intervista del 1979 pubblicata sulla rivista di performance High Performance di Los Angeles, la critica d’arte Ruth Askey racconta che EXPORT realizzò quell’azione in un cinema a luci rosse, portando con sé una mitragliatrice e costringendo il pubblico a toccarla, puntandogli l’arma alla testa. Più che come provocazione, l’opera agiva come rottura violenta del dispositivo dello sguardo maschile: non più donna-oggetto osservata sullo schermo ma corpo reale da toccare e che, con la sua presenza violenta, interrompe la finzione cinematografica.
L’anno successivo la performance venne fissata nella celebre fotografia realizzata da Peter Hassmann, dove EXPORT appare frontalmente con una mitragliatrice tra le mani. L’immagine, poi serigrafata e affissa nello spazio urbano, divenne una delle icone assolute del femminismo artistico del XX secolo.

Tapp-und Tastkino (1968-1971)
Realizzata in diverse città europee tra il 1968 e il 1971, Tapp-und Tastkino (Tap and Touch Cinema) rappresenta uno dei momenti chiave della riflessione di EXPORT sull’expanded cinema. L’artista indossava sul torso una scatola aperta frontalmente e invitava i passanti a inserire le mani all’interno, toccandole il seno senza poterlo vedere.
L’opera ribaltava completamente il rapporto tra visione, desiderio e controllo del corpo femminile. Il cinema, tradizionalmente fondato sul guardare, diventava qui esperienza tattile e relazionale. Allo stesso tempo, la performer manteneva il controllo dell’azione attraverso il contatto diretto con lo sguardo dello spettatore. In un’epoca ancora profondamente conservatrice eppure proiettata verso l’avvenire tecnologico, EXPORT trasformava così il corpo femminile da superficie di rappresentazione a strumento di comunicazione e conflitto politico.

Finger Poem (1968)
Nel breve video muto Finger Poem, VALIE EXPORT affronta il rapporto tra linguaggio, gesto e comunicazione, uno dei temi più importanti delle sue opere. Davanti alla telecamera, senza parlare né muovere le labbra, l’artista costruisce un poema utilizzando il linguaggio dei segni. Soltanto alla fine del video compare il testo scritto in tedesco: «Ich sage die Zeige mit den Zeichen im Zeigen der Sage», “Io dico il segno con i segni nel segno di ciò che è detto”, una libera reinterpretazione di Martin Heidegger.
Il lavoro riflette sull’idea che il linguaggio non coincida necessariamente con la parola orale e che il corpo possa diventare un sistema autonomo di produzione semantica. Mani, silenzi e movimenti sostituiscono la voce, destabilizzando la gerarchia tradizionale dei sensi e mettendo in discussione il predominio della comunicazione verbale. Il corpo viene trattato come medium, come superficie capace di produrre immagini e significati.

MAGNA Feminismus: Kunst und Kreativität (1975)
L’attività di VALIE EXPORT non è mai stata soltanto individuale. Una delle esperienze più importanti del suo percorso è infatti MAGNA Feminismus: Kunst und Kreativität, storica mostra da lei concepita e organizzata nel 1975 alla galleria Nächst St. Stephan di Vienna.
Considerata una delle prime grandi esposizioni europee dedicate all’arte femminista, riuniva artiste come Birgit Jürgenssen, Maria Lassnig, Rebecca Horn, Dorothy Iannone e Ulrike Rosenbach. EXPORT immaginò la mostra come una piattaforma collettiva per «Mappare la sensibilità femminile, l’immaginazione, le proiezioni e le problematiche delle donne».
Il progetto era espressione del manifesto Women’s Art, scritto dall’artista nel 1972, in cui sosteneva la necessità di costruire immagini autodefinite del femminile fuori dai codici patriarcali della cultura dominante. In questo senso, MAGNA non fu soltanto una mostra ma un vero dispositivo politico e culturale dedicato alla costruzione di reti e genealogie femministe nell’arte europea.


Syntagma (1983-1984)
Con Syntagma, realizzato tra il 1983 e il 1984, EXPORT porta la propria ricerca nell’ambito di una sempre più sofisticata sperimentazione cinematografica. Attraverso split screen, sovrapposizioni, fotografie e proiezioni, il film mostra una donna che incontra continuamente la propria immagine, il proprio doppio, in una continua oscillazione tra presenza fisica e rappresentazione.
Il corpo femminile si moltiplica, si frammenta, si adatta agli spazi architettonici e alle immagini che lo circondano. Cinema, fotografia e performance convivono dentro un linguaggio stratificato che mette in discussione la stabilità dell’identità e della percezione. Il corpo è una costruzione mutevole, ridefinita dalle immagini e dai sistemi culturali.





















