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Le forme del dopo: un’antologica di Rosaria Matarese al Museo FRaC
Arte contemporanea
Insignita del 66mo Premio alla Carriera Bugatti Segantini lo scorso 7 giugno, Rosaria Matarese è protagonista di una mostra antologica a cura di Massimo Bignardi presso il Museo FRaC Baronissi di Salerno, che ne ripercorre l’operato dalle sperimentazioni pittoriche di sapore informale dei primi anni Sessanta fino alla più recente produzione di disegni-sculture a cui Matarese lavora assiduamente dal 2021.

La rilevanza dell’occasione si misura almeno su un duplice fronte: da un lato – e in estrema coerenza con una vocazione che compete al Museo FRaC da lungo tempo – nella necessità di organizzare storiograficamente il percorso di un’artista su cui hanno impattato in maniera tutt’altro che marginale le specificità e tensioni del contesto artistico-culturale campano del secondo Novecento. Dalla militanza nel gruppo di Linea Sud con gli amici Mario Persico, Luciano Caruso, Enrico Bugli, alla forte vicinanza poetica con le tendenze oggettuali che hanno avuto a Napoli sviluppi originali e significativi, la ricerca di Matarese è segnata da quelle stesse riflessioni, convinzioni, attitudini che un’intera generazione, nel pieno rigoglio delle neoavanguardie, ha condiviso secondo l’urgenza di ripensare la pratica artistica in senso politico, nel costante confronto con il proprio territorio e con il proprio tempo.

In questo senso, la presenza in mostra di opere come In mille culture è nato il 103 (1965) e Di una pompa per il cuore (1966) a cui risponde frontalmente la scultura praticabile Eliminate tutti i possibili (1965) evoca non soltanto un momento della carriera individuale dell’artista bensì definisce il tono entusiastico, libertario, elettrizzante, di un’intera stagione attraversata da una forte tensione utopica, in cui l’arte si misura con l’idea – allora ancora pienamente operante – di poter intervenire sulla realtà e sui suoi assetti attraverso la costruzione di nuovi linguaggi e nuove forme di esperienza condivisa.

Sul modo in cui quell’orizzonte di fiducia trasformativa abbia continuato a riverberarsi negli sviluppi successivi del lavoro a forte impronta oggettuale di Matarese ma anche sul suo personale ritorno alla pittura dalla metà degli anni Ottanta, la mostra offre ampia testimonianza, dimostrando secondo una scrittura espositiva limpida e lineare come Matarese abbia mantenuto il proprio fare sempre in osmosi con la materia, la voce, gli odori e gli umori di Napoli: alla presenza di opere come È guerra (2003), Io nel Duemilaunidici (2011), Crocifissione (2013), diventa chiaro come il lavoro di Matarese, nella totale indistinzione tra linguaggi, si sia progressivamente definito come una sorta di grande archivio di residui, scarti e frammenti intercettati e sottratti al tessuto urbano, quindi riattivati all’interno di una pratica che procede per accumuli, deviazioni e ricombinazioni, verso una complessità della visione.
«Rosaria Matarese» scrive Pasquale Ruocco, direttore del Museo FRaC «ha ritrovato nell’oggetto non un semplice materiale operativo, ma un interlocutore polemico, ironico e spesso dissacrante: manichini, bambole, frammenti lignei, ferri arrugginiti – i cascami insomma di un mondo in rovina – diventano nelle sue mani dispositivi di denuncia sociale».

Allo stesso tempo, la presenza ambientale dei disegni-sculture più recenti, ancora inediti, scompagina il rigore di una scrittura prioritariamente storicistica e apre sul presente la discorsività irriverente di Matarese: scrive Massimo Bignardi, curatore della mostra: «dall’oggettualismo della seconda metà degli anni Sessanta, all’attenzione al segno con chiari spunti di una sensualità “organica”, Matarese è approdata a un dettato compositivo ove pone in evidenza le capacità narrative proprie del segno».

In un’eco originale rispetto alle grandi installazioni realizzate tra la seconda metà del decennio Sessanta e i primi anni Settanta, queste figure manieristicamente stirate e torte dallo spazio circostante, riattivano alcune premesse operative della ricerca di Matarese riformulando in chiave attuale un’attitudine disegnativa che non ha mai coinciso con la sola definizione del segno su superficie, cercando invece estensione nello spazio per fingervi una possibile coincidenza tra visione e realtà, tra la luce dell’utopia e le derive oscure del nostro presente.
«Contro una società» ancora Bignardi «che ci proietta verso le “non cose”, nuova realtà che si fa sempre più pressante, Rosaria riprende la mano, quale strumento di lavoro e di azione».




















