02 giugno 2026

Costruire comunità 2026: al Madre di Napoli una giornata per il dialogo interdisciplinare

di

Fare del museo un luogo di confronto aperto tra arte, scienza e spiritualità: con questa premessa il museo Madre presenta l'edizione 2026 della rassegna Costruire comunità

Raffaela Mariniello, Tetti di case

Dopo aver indagato nel primo anno le pratiche di potere non gerarchiche al femminile e aver mappato nella seconda edizione le buone pratiche maschili e di co-responsabilità, il progetto Costruire comunità – Officina di speranza, ideato e curato da Monica Coretti, torna al Museo Madre di Napoli questo mercoledì, 3 giugno: una giornata di studio e confronto transdisciplinare concepita come naturale evoluzione delle riflessioni sul bene comune maturate nelle passate edizioni. L’appuntamento, a ingresso libero su prenotazione, si propone come uno spazio di ascolto in cui l’arte dialoga con la scienza, l’impresa e la spiritualità per interrogarsi sulle modalità di costruzione dei legami sociali in un’epoca di profonde transizioni.

Il programma di Costruire comunità si articola in due sessioni distinte. La mattina, dopo i saluti istituzionali della Presidente della Fondazione Donnaregina Angela Tecce e della Direttrice del Madre Eva Fabbris, si alterneranno gli interventi di tre nuove figure tesi a esplorare il confine tra ricerca scientifica e visione esistenziale: il neuroscienziato Leonardo Fogassi (Università di Parma), la teologa, medico e poetessa Debora Rienzi, e la fisica quantistica Paola Verrucchi. Il pomeriggio, dalle 14 alle 18, sarà invece dedicato a una tavola rotonda moderata da Monica Coretti. Il dibattito vedrà i relatori della mattina confrontarsi sul tema della speranza insieme ad alcune voci delle passate edizioni della rassegna, tra cui Anna Ferrino, Laura Mattioli, Sabrina Mezzaqui, Davide Quadrio, Alessandro Sciarroni e Pejman Tadayon.

Ne abbiamo parlato con la curatrice Monica Coretti.

Madre · Museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee. Foto di Amedeo Benestante

Il titolo del progetto unisce l’azione artigianale dell'”Officina” al sentimento della “Speranza”. In che modo il Museo Madre si trasforma, attraverso questa rassegna, da luogo di pura esposizione a laboratorio attivo di cambiamento sociale?

«Da molti anni il Museo Madre, grazie alla presidente Tecce e alla direttrice Fabbris, porta avanti una politica di apertura al territorio attraverso inviti a scuole, laboratori, convegni, seminari e incontri. In questo senso esso è un “museo sentinella” del presente, capace di leggere e interpretare il nostro tempo.

Con Costruire comunità – Officina di speranza, il Madre si configura ulteriormente come laboratorio attivo di relazione sociale e culturale. “Officina” richiama un fare concreto e condiviso: costruire comunità significa mettere insieme esperienze, idee e fragilità diverse. La speranza non è un’idea astratta, ma nasce proprio da questo lavoro comune. In un tempo segnato da chiusure e individualismo, creare spazi di ascolto e confronto diventa essenziale. Il “simposio” nasce proprio con questa idea: non un semplice convegno, ma un luogo di dialogo in cui il pensiero nasce anche dalla relazione».

Lei cita l’urgenza di connettere il museo con il territorio. Concretamente, come fa Officina di Speranza a non rimanere un’esperienza chiusa tra le mura del museo, ma a diventare uno strumento di trasformazione per la città di Napoli?

«Il primo passaggio verso ogni trasformazione, personale o sociale, è l’ascolto del disagio. Poi viene il confronto, e infine il tentativo di camminare insieme, con perseveranza e umiltà.

Officina di Speranza non nasce come esperienza chiusa nel museo, né pretende di offrire soluzioni definitive. Il cambiamento non avviene solo attraverso grandi trasformazioni, ma anche tramite gesti minimi: una conversazione inattesa, una testimonianza che sposta lo sguardo, piccoli gesti ripetuti che non necessariamente pretendono di vedere un risultato immediato. Potremmo identificare queste azioni come gesti di cura. E la cura, in questo senso, non è un atteggiamento privato o sentimentale, ma un principio culturale e politico: responsabilità verso ciò che ci circonda, verso le persone, i luoghi, il mondo vivente e non vivente. È anche un modo diverso di abitare il mondo.

A Napoli esistono già molte pratiche di questo tipo, spesso poco conosciute. Riconoscerle e metterle in relazione, offrendo loro spazi di confronto, come fa il Madre, significa rafforzare un tessuto comunitario già esistente».

Nelle prime due edizioni abbiamo visto l’arte intrecciarsi con l’impresa, la teologia, la musica persiana e la disabilità. In questa nuova fase del progetto, quali sono i nuovi “ponti” sociali o disciplinari che sente l’urgenza di costruire?

«Oltre alla dimensione artistica, in questa edizione si è cercato di costruire un ponte tra esperienza esistenziale, spiritualità e scienza. L’urgenza è quella di superare le separazioni tra i saperi, per riscoprire le connessioni profonde che ci legano gli uni agli altri e al mondo.

La realtà, come ricordava Raimon Panikkar, può essere letta come intreccio tra natura, essere umano e dimensione del divino. Anche la scienza oggi va in questa direzione: siamo fatti della stessa materia delle stelle, della terra e degli altri esseri viventi. Non siamo separati dal mondo, ma parte della sua stessa realtà. La fisica quantistica, con il concetto di entanglement, ci parla di una realtà globale correlata; mentre le neuroscienze mostrano come la dimensione relazionale sia costitutiva dello sviluppo psico-cognitivo.

Anche sul piano umano e spirituale questa intuizione è chiara. Etty Hillesum e Desmond Tutu, in contesti di sofferenza estrema, ci ricordano che siamo profondamente interdipendenti: Hillesum invita a “disseppellire l’umano” in ciascuno di noi; Tutu, con l’Ubuntu — “io sono perché noi siamo” — ricorda che ogni ferita inflitta all’altro riguarda anche noi stessi. In questo senso, il compito dell’arte non è solo estetico, ma conoscitivo: rendere percepibili queste connessioni e aprire spazi di consapevolezza condivisa».

Se dovesse scegliere una singola parola-chiave o una “buona pratica” ereditata dai suoi ospiti per definire l’obiettivo finale di Officina di Speranza, quale sarebbe?

«Se dovessi scegliere una parola-chiave per definire l’obiettivo finale di Officina di Speranza, sceglierei “intreccio”. Gli artisti, gli scienziati e i ricercatori spirituali che abbiamo incontrato sono esploratori delle frontiere dell’umano: capaci di spostare il confine del possibile e di aprire a nuove visioni. Nostro compito è cercare di seguirli, con i nostri passi incerti e sostenendoci a vicenda nei momenti di oscurità. D’altronde, come mi piace spesso ricordare, più scintille fanno luce».

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