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Nelle opere di Arcangelo la memoria del Sud è materia pittorica: la mostra a Napoli
Mostre
Viaggi e percorsi che non smettono mai di lavorare dentro. Per Arcangelo, artista nato ad Avellino nel 1956, cresciuto a Benevento, poi milanese di adozione da oltre 40 anni, Napoli è sempre stata questo: una destinazione rituale, carica di odori e di storia, vissuta da bambino nei pomeriggi in cui il padre lo portava a esplorare Spaccanapoli, il Cristo Velato, i presepi, la Napoli sotterranea, Capodimonte. «Non è importante quello che ho visto, ma quello che ho sentito»: a scriverlo è lo stesso artista che torna a esporre nel capoluogo partenopeo, dopo la personale del 1982 allo Studio Trisorio. Un ritorno a un tempo – a cura di Maria Savarese – è la prima personale di Arcangelo alla galleria Al Blu di Prussia, lo spazio multidisciplinare fondato da Giuseppe Mannajuolo e Mario Pellegrino. La mostra, visitabile fino al 17 luglio 2026, è promossa dalla Fondazione Mannajuolo in collaborazione con l’archivio dell’artista.

Tre cicli, tre strati di memoria: la mostra di Arcangelo a Napoli
La mostra si svela intorno a tre nuclei di opere su tela, scelti con una logica non cronologica ma stratificata, come la memoria stessa, e come il territorio che Arcangelo continua a frequentare concettualmente e fisicamente, mantenendo uno studio nella sua casa di campagna a San Nazzaro, in provincia di Benevento.
Il primo gruppo è quello dei grandi dipinti dedicati a Pompei. Realizzati nel 1993 nell’ambito del ciclo omonimo, i dipinti fanno parte di una delle serie che Arcangelo ha sviluppato a partire dagli anni Ottanta, quando il suo esordio internazionale passava attraverso incontri determinanti come quello con la gallerista Naila Kunigk. Lavori storici, di grande formato, in cui la materia pittorica è fortemente fisica: Arcangelo si caratterizza per una pittura che utilizza anche le mani, non solo i pennelli. Dominante il colore rosso che richiama, come evocazione ma anche fisicamente, quello dei mattoni delle case della cittadina romana ai piedi del Vesuvio. Il pigmento, infatti, è ricavato proprio da mattoni pompeiani. L’antica città sepolta dalla lava non è in questo caso un soggetto archeologico, nel senso documentario del termine, ma una sensazione, un richiamo a quello che l’artista aveva assorbito da bambino, nelle sue gite al sito monumentale, e che continua a riconoscere come parte della propria grammatica visiva.

Il secondo nucleo, una serie di piccoli dipinti realizzati nel 2022, è dedicato alla Madonna Addolorata di Cervinara, un paese dell’Irpinia famoso anche per il culto antichissimo e radicato della sua Vergine. Una di quelle presenze domestiche che Arcangelo ha portato con sé dall’infanzia e che ora restituisce in pittura, tra la sensazione di un’immagine appesa al muro di casa e il richiamo alla processione periodica come forma di comunità. «L’estremo sentimento religioso del Sud», come lui stesso lo definisce, non è mai separabile dal paesaggio né dalla storia.

Il terzo ciclo è quello delle Magnolie del 2025, presentate qui per la prima volta in assoluto. Un’evoluzione della ricerca artistica sul motivo floreale, iniziata molti anni fa con i Fiori di croco. Nel lavoro di Arcangelo, questo elemento non è mai decorativo: è un segno, quasi un guardiano del territorio, un punto di contatto tra la superficie visibile del mondo e qualcosa che sta sotto. Le magnolie sono grandi, materiche, cariche di quella stessa forza poetica che attraversa tutta la sua produzione.

Un unicum nel panorama italiano
Arcangelo lavora per cicli fin dagli esordi: Terra Mia, i Pianeti, i Sanniti, Pompei, poi i fiori, le madonne. Ogni ciclo è un capitolo autonomo eppure legato agli altri da un filo che non è stilistico ma essenziale: la relazione con la terra, la memoria sedimentata nel paesaggio, la trasmissione di un sapere che è insieme visivo, storico e affettivo.

L’artista insegna pittura all’Accademia di Brera a Milano da decenni, ed è una presenza peculiare nel panorama artistico italiano, per il suo modo di tenersi lontano dai movimenti, coerente nel tempo e riconoscibile senza essere ripetitivo. «Tutto il mio girare e scoprire, tra storia, odori e sapori, l’ho inserito nel mio lavoro», scrive Arcangelo. Ed è proprio questa geografia sentimentale ad attraversare l’intera mostra.












