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Alessandro Mendini a Villa Giulia: le cose, le stanze, il progetto
Design
Affacciata sul Lago Maggiore, una villa ottocentesca apre le sue porte, o meglio le sue stanze, a uno dei più grandi progettisti italiani del Novecento. Non è solo un gioco di parole. Nella mostra Alessandro Mendini. COSE. Stanze come mondi, a Villa Giulia, la stanza diventa la chiave per attraversare l’universo di Mendini: non un semplice spazio espositivo, ma il luogo in cui gli oggetti – o meglio, le “cose” – entrano in relazione con chi li guarda. Curata da Loredana Parmesani, l’esposizione raccoglie 130 opere e sceglie di raccontare Mendini attraverso una sequenza di ambienti, ciascuno costruito attorno a un’opera capace di generare un mondo.
Villa Giulia, costruita nell’Ottocento in una delle posizioni più scenografiche di Verbania, offre un percorso in cui le opere di Mendini sono distribuite secondo la successione delle stanze. Ogni ambiente offre un tema diverso: la stagione Radical, la Poltrona di Proust, il redesign, gli stilemi decorativi, il rapporto con Alessi, l’abito, la casa. Villa Giulia diventa quindi un luogo che permette di leggere Mendini attraverso una dimensione domestica, vicina alla sua idea di progetto come esperienza quotidiana e affettiva.

Mendini, del resto, non è stato soltanto un designer: è stato architetto, artista, teorico, critico, direttore di riviste fondamentali come Casabella e Domus, e una delle figure più libere del dibattito italiano sul progetto. Ha attraversato il Radical Design, il postmoderno, il redesign, la decorazione, l’industria, l’artigianato, senza lasciarsi chiudere in una sola definizione. Proprio per questo la mostra sceglie la forma della stanza, perché per Mendini non è soltanto uno spazio fisico, ma un modo per mettere in relazione gli oggetti con chi li osserva.
Il percorso si apre con la stanza Radical, dove la Poltrona di Paglia del 1974 introduce il clima degli anni Settanta e il ruolo critico che il design poteva assumere in quella stagione. Mendini riduce la poltrona a una presenza essenziale, quasi elementare, e mette in discussione l’idea stessa di seduta come oggetto comodo, rassicurante, destinato semplicemente all’uso. Nella stanza della Poltrona di Proust, protagonista è la bergère di gusto rococò trasformata attraverso una decorazione puntinista ispirata a Seurat, fino a diventare un oggetto in cui convivono letteratura, pittura e design. Mendini diceva che, quando progettava, partiva dal testo più che dal disegno, e la Poltrona di Proust rende evidente questa attitudine: prima ancora della forma, c’è un immaginario da costruire.

La stanza cubista prende avvio dallo specchio e introduce un altro tema fondamentale della sua ricerca: il redesign. Mendini guarda alle avanguardie e in particolare anche al cubismo cecoslovacco: lo specchio diventa un oggetto perfetto per parlare di moltiplicazione dei punti di vista. Nella stanza degli stilemi si parte dal Mendinigrafo, strumento in legno non solo attrezzo da disegno, ma raccoglitore di segni e motivi ricorrenti della sua produzione. Anche il rapporto con il ricamo e con tecniche come il tombolo rientra in questa visione: il progetto non nasce solo dall’industria, ma anche dal dialogo con saperi artigianali, tempi lunghi e competenze manuali.
La stanza dedicata ad Alessi ha un legame con il territorio. Non lontano da Verbania, a Omegna, si trovano infatti alcune architetture realizzate da Alessandro e Francesco Mendini con l’Atelier Mendini grazie alla committenza di Alberto Alessi, all’interno di un rapporto durato molti anni. In questa stanza il rapporto con Alessi emerge attraverso i cento vasi di 100% Make Up, progettati da Mendini e decorati da cento autori diversi: il tema non è il singolo oggetto, ma la forza dell’insieme.

È qui che la parola “cose” diventa centrale. L’oggetto appartiene al mondo della funzione, della produzione, della catalogazione, mentre la “cosa” porta con sé qualcosa di più umano. Una cosa può essere usata, certo, ma può anche essere ricordata, amata, interpretata, trasformata in racconto.
La stanza dell’abito sviluppa un altro aspetto importante del suo lavoro: il rapporto tra corpo, oggetto e identità. Mobili per Uomo: Giacca, realizzato con Bisazza, trasforma l’abito in mobile e scultura. Con i cavatappi Alessi vestiti in modi differenti, Mendini prende un utensile domestico e lo trasforma in un personaggio. Non sono soltanto oggetti utili, ma presenze familiari e riconoscibili, capaci di portare nel quotidiano un elemento di ironia, travestimento e racconto. L’ironia di Mendini non è mai fine a sé stessa: serve a mostrare quanto gli oggetti partecipino alla costruzione dei nostri gesti, delle nostre abitudini e perfino della nostra immagine.
L’ultima stanza porta il discorso verso la casa, forse il tema più intimo del percorso. Mendini non ha progettato molte abitazioni per sé, ma ha lavorato a lungo sull’idea dell’abitare come costruzione di atmosfere e relazioni. La casa, per lui, non è soltanto il luogo in cui si collocano mobili e oggetti, ma lo spazio in cui le cose entrano nella vita delle persone e diventano memoria e affetti.

Il titolo Alessandro Mendini. COSE rimanda inoltre a un progetto più ampio, concepito con le figlie Elisa e Fulvia Mendini per custodire e trasmettere nel tempo il suo pensiero attraverso gli oggetti. Non si tratta soltanto di conservare un’eredità, ma di mantenerla attiva, anche attraverso nuove produzioni, edizioni limitate, collaborazioni con artigiani e un lavoro d’archivio in continuo aggiornamento, pensato per continuare a far circolare idee, forme e progetti.
Alla fine del percorso, la mostra a Villa Giulia restituisce un Mendini radicale e ironico, colto e popolare, teorico e domestico, capace di togliere al design l’obbligo di essere soltanto utile, elegante o funzionale, per trasformarlo in un linguaggio capace di raccontare desideri, memorie, contraddizioni. Uscendo da Villa Giulia, resta l’impressione di aver attraversato non solo una retrospettiva, ma un modo diverso di guardare le cose. E forse è proprio questa la lezione più attuale di Mendini: ricordarci che gli oggetti non sono mai davvero muti, se qualcuno sa ancora ascoltarli.













