07 giugno 2026

Other Identity #206, altre forme di identità culturali e pubbliche: Salvatore Matarazzo

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Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo millennio: la parola a Salvatore Matarazzo

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Salvatore Matarazzo.

OTHER IDENTITY:  Salvatore Matarazzo

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Ho scelto la fotografia come forma di espressione perché mi permette di ritagliare pezzetti di realtà che poi unisco ad un grande puzzle che rappresenta un mio pensiero, un percorso attivo, per me è importante che l’arte comunichi qualcosa di importante. Fotografo persone comuni e mi piace far notare ai miei spettatori che tutti siamo profondamente uguali, con i nostri punti deboli, i nostri bisogni e le nostre contraddizioni. Trovo che questa cosa sia spietata ma al tempo stesso straordinaria: viviamo in un unico grande galeone e siamo noi a decidere quale rotta prendere».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Provo ad essere un “esploratore” che vive e assapora con molta curiosità e passione il primo giorno sulla terra. Cerco di non farmi trascinare troppo dai giudizi e dalle situazioni che incontro quando fotografo, come un bambino che vede il mondo per la prima volta, ovviamente non posso farlo con quell’ingenuità ed innocenza, ma cerco di farmi coinvolgere il meno possibile dal me “adulto”. Adoro la spontaneità in fotografia e così cerco il più possibile di evitare di coinvolgere il soggetto all’atto fotografico, provando il più possibile di distrarlo dalla fotografia per farlo rimanere più spontaneo possibile».

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Nel bene e nel male provo sempre ad essere me stesso, senza “apparire”, non mi piacciono le maschere sociali e pubbliche, non a caso nelle mie fotografie ho la tendenza a scardinarle».

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Cerco di essere unico in quello che faccio, oggi non è facile ma mi impegno il più possibile a ritagliare la mia fetta di unicità e autenticità nel mondo della fotografia».

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Non mi definisco un artista, non ho gli stessi valori degli artisti, anzi ho sempre cercato di far diventare “arte” ciò che gli altri artisti non prendono in considerazione. Sto cercando di definire un’estetica tutta mia che va spesso contro ai canoni estetici contemporanei, soprattutto per quanto riguarda il mondo della fotografia, sono una “mosca bianca” e ne vado fiero».

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Mi sarebbe piaciuto provare ad essere un regista, ma sono felice di essere un fotografo, le mie influenze in gran parte arrivano tutte dal cinema: I primi piani di Fellini, i close up di Sergio Leone, le atmosfere sarcastiche e grottesche di Ciprì e Maresco, tutte cose che ispirano la mia fotografia».

Biografia

Salvatore Matarazzo (Viareggio, 1980) è un fotografo professionista membro del collettivo internazionale di Street Photography “Full Frontal Flash”. Il suo tratto distintivo è l’uso originale del flash, con cui scolpisce i volti delle persone che incontra per strada.

Nel 2002 ha iniziato a lavorare come fotoreporter per testate e agenzie giornalistiche ma è la Street che lo ha fatto conoscere come autore: il suo punto di vista unico lo ha portato fra i vincitori del Tokyo International Foto Awards nel 2016, a esporre le sue foto in tutto il mondo (come all’Art Basel di Miami, al Pasa Futura Festival Di Suwon, al Leica Lounge di Firenze e al Trieste Photo Days) e a tenere corsi di perfezionamento sulla Street, in Italia e all’estero. Dopo svariate pubblicazioni su magazine cartacei e online (si ricordano Huffington Post, Progresso Fotografico e Il Fotografo), e le sue pubblicazioni indipendenti (come Carnival, Darwin Is Street e Pocket Beach) a ottobre 2022 è uscito il suo libro, “Street Tales”, una monografia d’autore che racchiude i suoi primi 10 anni di Street Photography, edito da Psicografici Editori.

Nel 2023 Salvatore fonda la ESP Academy Versilia, dove tiene lezioni individuali di Street Photography durante tutto l’anno.

La Street Photography ha aiutato Matarazzo ad espandere le sue competenze anche nel settore della moda. Numerose sono le sue collaborazioni per brand italiani ed internazionali, la più recente è con la prestigiosa multinazionale della moda Diesel, per la quale firma la campagna fotografica dedicata alla capsule “Diesel x Savage x Fenty” e realizzata in Versilia.

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