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Le stanze dei sogni dimenticati. Piero Gemelli dà voce ai reperti invisibili di Villa Giulia
Fotografia
Tra memoria e visione, archeologia e fotografia contemporanea, la mostra Le stanze dei sogni dimenticati di Piero Gemelli trasforma il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia in un luogo sospeso nel tempo e illumina il patrimonio museale che spesso non si riesce a mostrare. Il progetto fotografico di Piero Gemelli, a cura di Maria Vittoria Baravelli prodotto da Bokeh Project, nasce dall’incontro di due archivi, quello personale del fotografo e quello silenzioso dei depositi del museo, dove riposano reperti normalmente sottratti allo sguardo del pubblico. Gemelli entra nei depositi del museo, come in una “camera della memoria”, lasciandosi guidare da ciò che attende di essere nuovamente chiamato alla vita e all’attenzione.

I magazzini museali e il suo stesso archivio fotografico custodiscono i “sogni dimenticati”, immagini e oggetti catalogati, destinati al ricordo più che alla presenza. Non si tratta di documentazione archeologica, ma di ascolto; le immagini dialogano con statue, frammenti, teste votive e oggetti antichi, in una sequenza visiva che alterna e sovrappone epoche diverse fino quasi ad annullarle, in una triangolazione visiva di grande suggestione.

Ne emerge un tempo rarefatto, dove esiste soltanto la memoria, la storia, l’illusione. Architetto di formazione, è tra i fotografi italiani più affermati a livello internazionale; Piero Gemelli costruisce da anni un’estetica riconoscibile, in equilibrio fra arte, moda, design e linguaggio poetico. Le sue opere, sospese fra realtà e visione, indagano quel territorio intermedio fra ciò che è accaduto e ciò che potrebbe ancora accadere.

La precisione compositiva, la cura della luce e la ricerca del dettaglio diventano strumenti per restituire umanità agli oggetti dimenticati… «Mi sono sempre innamorato delle cose dimenticate», racconta l’artista. Un’attitudine nata molto prima di Villa Giulia, negli anni delle riviste internazionali e dei set di Vogue, quando a colpirlo non era la perfezione dell’oggetto, ma ciò che gli stava accanto come una piega inattesa, una superficie segnata, o un’imperfezione capace di suggerire una storia. Anche in questa mostra il reperto archeologico smette di essere semplice testimonianza del passato, tornando a essere presenza viva.

Una mano spezzata ritrova gesto, un volto scheggiato sembra sul punto di parlare. Accanto ai reperti compaiono le fotografie di figure femminili contemporanee, immagini che non illustrano il passato, ma lo riattivano nel presente, come immagini di uno stesso volto o azioni di una stessa danza. Il ricorso al linguaggio dell’arte contemporanea, non sovrappone significati al museo, ma ne amplia le possibilità narrative, restituendo a Villa Giulia una dimensione viva e in continua trasformazione, con una continuità dello sguardo umano attraverso i secoli.

La fotografia diventa allora il gesto originario del riconoscimento, atto a salvare qualcosa dall’oblio, concedergli una nuova esistenza attraverso lo sguardo. In un’epoca che accumula immagini ma smarrisce memoria, Le stanze dei sogni dimenticati invita a rallentare, a sostare davanti ai frammenti, ad ascoltarne il silenzio e accettare il mistero come parte della loro verità. Perché, come suggerisce la mostra, non sono gli oggetti a svegliarsi da soli: hanno bisogno di qualcuno che li riconosca.












