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Dietro le linee di Mondrian: il restauro accende una nuova luce su un capolavoro
Arte contemporanea
di Redazione
Per i musei, le grandi mostre non sono soltanto occasioni espositive. Sempre più spesso rappresentano anche momenti cruciali per la ricerca, la conservazione e la rilettura delle opere, alimentando una rinnovata conoscenza sul patrimonio. È quanto accaduto alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, dove si è appena concluso un articolato progetto di studio e restauro dedicato a Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 / Composizione con rosso 1939 di Piet Mondrian, uno dei capolavori della raccolta veneziana. Dopo oltre cinque anni di ricerche interdisciplinari, il dipinto torna ora visibile al pubblico nell’ambito della mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, aperta fino al 19 ottobre 2026.
L’iniziativa si inserisce in una più ampia tradizione di studi e interventi conservativi che negli ultimi anni hanno coinvolto alcune delle opere più significative della collezione. Tra i progetti più rilevanti figurano infatti il restauro di Alchimia (1947) di Jackson Pollock, quello de Lo studio (1928) di Pablo Picasso e il complesso lavoro di conservazione della Scatola in una valigia (1941) di Marcel Duchamp. Interventi che hanno permesso di preservare le opere e di approfondirne la conoscenza storica, tecnica e materiale.

Storia di un quadro dal doppio nome
Il caso di Mondrian si è rivelato particolarmente significativo. Realizzato tra il 1938 e il 1940 durante il soggiorno londinese dell’artista, alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il dipinto rappresenta uno dei punti più avanzati della ricerca neoplastica. In questi anni Mondrian porta all’estremo il proprio processo di semplificazione formale: linee nere orizzontali e verticali definiscono una struttura rigorosa di rettangoli bianchi e campiture ridotte ai colori primari, nel tentativo di raggiungere un equilibrio universale capace di trascendere ogni riferimento naturalistico.
Particolarmente affascinante è la vicenda legata al doppio titolo del dipinto. Composizione n. 1 con grigio e rosso 1938 allude infatti a una prima versione dell’opera che comprendeva un piccolo riquadro grigio successivamente eliminato dall’artista. Il mistero di questa modifica accompagna da decenni la storia del quadro. Già nel 1943 l’architetto e designer Max Bill, amico di Mondrian, ricordava la presenza del riquadro nella composizione originaria. La stessa Peggy Guggenheim, che acquistò l’opera nel 1939, suggerì in seguito che l’artista fosse intervenuto nuovamente sul dipinto negli anni del suo trasferimento a New York. Le nuove indagini hanno contribuito ad arricchire ulteriormente questa storia di continue revisioni e perfezionamenti.

L’intervento ha permesso di restituire una comprensione più profonda della concezione spaziale, luminosa e percettiva elaborata da Mondrian in uno dei momenti più delicati della sua esistenza. In un’epoca segnata dall’incertezza della guerra imminente, Composizione con rosso appare oggi ancora più chiaramente come una ricerca ostinata di ordine, armonia ed equilibrio universale.
Piet Mondrian e Peggy Guggenheim
Il dipinto occupa inoltre un posto particolare nella storia del collezionismo di Peggy Guggenheim. È infatti a Londra, nel 1938, che la mecenate americana entra in contatto con il lavoro di Mondrian, rimanendone profondamente affascinata.
L’artista olandese diventa rapidamente una delle figure centrali della cerchia di avanguardie che gravita attorno a Guggenheim negli anni immediatamente precedenti alla guerra e contribuisce in modo significativo alla formazione del suo sguardo sul modernismo europeo e sull’astrazione. La loro amicizia è costellata di episodi raccontati dalla stessa collezionista nella sua autobiografia Una vita per l’arte: dal sorprendente entusiasmo di Mondrian per il jazz e il ballo, nonostante avesse già superato i 70 anni, alla sua partecipazione alla vivace vita mondana dell’epoca.
Guggenheim acquistò l’opera nel novembre del 1939, quando il dipinto era ancora in una fase di elaborazione da parte dell’artista, contribuendo così a farne una delle testimonianze più significative del rapporto tra il maestro del Neoplasticismo e una delle più importanti collezioniste del Novecento. Il dipinto fu anche esposto anche in occasione della epocale mostra tenutasi nel Padiglione della Grecia alla XXIV Biennale d’Arte di Venezia del 1948 – il Paese si trovava nel pieno della Guerra Civile – insieme ad altri capolavori della collezione Guggenheim, di artisti come Jackson Pollock, William Baziotes, Mark Rothko e Clyfford Still.

Cosa è emerso dal restauro dell’opera
Dietro l’essenzialità visiva si nasconde una complessa costruzione materiale e percettiva. Proprio questo aspetto è emerso con forza durante il progetto avviato nel 2021 dal dipartimento di conservazione della Collezione Peggy Guggenheim e guidato da Luciano Pensabene Buemi, Head of Conservation and Technical Research del museo, in collaborazione con il dipartimento di conservazione del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, istituti di ricerca internazionali e alcuni dei maggiori studiosi dell’opera di Mondrian.
L’indagine nasceva dalla necessità di valutare gli effetti di un importante restauro eseguito a New York nel 1968. In quell’occasione il dipinto era stato pulito, verniciato, rintelato e montato su un supporto a nido d’ape, ricevendo inoltre una nuova cornice. Interventi che avevano modificato sensibilmente la percezione dell’opera, alterando il delicato rapporto tra superfici opache e riflettenti e appiattendo quella complessa costruzione luminosa che Mondrian aveva elaborato con estrema precisione.

Le ricerche hanno mostrato come le celebri linee nere non fossero semplici elementi grafici ma strutture materiche costruite attraverso molteplici strati di pittura e vernice. Mentre le superfici bianche e colorate mantengono una texture opaca e una pennellata visibile, le linee nere erano concepite dall’artista come zone lucide e otticamente attive, capaci di modificare la percezione dello spazio. «Sai che le rendo lucide, altrimenti diventano morte», scriveva Mondrian già nel 1920.
La pulitura è stata realizzata utilizzando sistemi gelificati sviluppati nell’ambito del progetto europeo GREENART, dedicato alla sperimentazione di materiali sostenibili per la conservazione del patrimonio culturale. L’intervento ha permesso di recuperare l’equilibrio originario tra opacità e riflessione luminosa, restituendo profondità e leggibilità alla composizione.

Accanto alla conservazione, un ruolo fondamentale è stato svolto dalla ricerca scientifica. Grazie alla collaborazione con i laboratori del CNR ISPC e SCITEC nell’ambito dell’infrastruttura europea IPERION HS e della piattaforma MOLAB di E-RIHS, il dipinto è stato sottoposto a sofisticate indagini diagnostiche non invasive. Le analisi hanno permesso di individuare modifiche compositive, ripensamenti e tracce di stati precedenti dell’opera, confermando come Mondrian tornasse frequentemente sui propri lavori per perfezionarne gli equilibri formali.
Mondrian vs Mondrian: l’analisi comparativa
Un’altra parte significativa del progetto ha riguardato il confronto con oltre venti dipinti realizzati da Mondrian durante il periodo londinese e americano, conservati in importanti istituzioni internazionali tra cui il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la Fondation Beyeler e il Kunstmuseum Den Haag. Questo studio comparativo ha permesso di approfondire materiali, finiture superficiali e sistemi di incorniciatura utilizzati dall’artista negli ultimi anni della sua carriera.
Proprio la cornice si è rivelata uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca. Le fonti storiche e il confronto con altre opere hanno dimostrato come, dalla fine degli anni Trenta, Mondrian concepisse la sottocornice come parte integrante della composizione. L’artista utilizzava infatti sistemi arretrati e nastri telati dipinti per dissolvere il confine tradizionale tra dipinto, parete e ambiente circostante. La cornice installata nel 1968 è stata quindi rimossa e sostituita da una ricostruzione filologicamente fondata della struttura originaria, realizzata in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Grazie a questo lungo lavoro di studio e conservazione, il dipinto torna ora a dialogare con il pubblico nelle condizioni più vicine possibili a quelle immaginate dal suo autore, confermando come la conservazione sia uno strumento essenziale per continuare a interrogare il significato delle opere nel presente.














