10 giugno 2026

Le Luchadoras di Elena Ketra da New York a Venezia: la parola all’artista

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Dopo la residenza all’ISCP di New York, Elena Ketra porta alla Fondazione Marta Czok di Venezia una nuova edizione di Luchadoras: l’intervista sull’evoluzione del progetto dedicato all’autodeterminazione

Il percorso recente di Elena Ketra fa registrare un momento di accelerazione, sia in termini di circuitazione internazionale che di ricezione critica. L’artista multidisciplinare ha da poco concluso la residenza all’ISCP – International Studio & Curatorial Program di New York, un’esperienza che si è intrecciata con la sua selezione alla mostra Rebel a Brooklyn, curata da The Kollection Foundation, dove ha esposto il progetto Luchadoras. In terra statunitense, la ricerca di Elena Ketra si è misurata con un contesto sociale storicamente reattivo, offrendo una piattaforma di dibattito avanzata per due dei suoi ultimi progetti: Sologamy e Luchadoras.

A pochi giorni dal rientro, questa urgenza espressiva si è riattivata a Venezia. La nuova personale alla Fondazione Marta Czok si collega direttamente con l’esperienza oltreoceano, presentando una Special Edition di Luchadoras concepita per trasmettere un reale senso di agency e di empowerment politico e sociale. L’allestimento trasforma lo spazio della fondazione in una sorta di ring concettuale, un territorio di negoziazione in cui le opere rivendicano la propria autodeterminazione e interpellano direttamente il pubblico. Abbiamo approfondito con lei le dinamiche di questo asse geopolitico e le prossime evoluzioni della sua pratica.

L’ISCP di New York, uno dei programmi di residenza più accreditati e selettivi a livello internazionale, è un osservatorio privilegiato per l’arte contemporanea. Come si è sviluppato il confronto con il contesto americano rispetto a progetti complessi come Luchadoras e Sologamy, e in che modo la residenza ha influito sulla loro evoluzione?

«La selezione per l’ISCP di New York ha rappresentato uno snodo cruciale nel mio percorso di ricerca. New York ha un ritmo incredibile e un modo molto diretto di affrontare le cose, i temi sociali e il dibattito sui diritti si respirano ogni giorno, fanno parte della quotidianità. Durante la residenza è stato fondamentale il dialogo con curatori di rilievo internazionale: analizzare insieme i miei progetti mi ha dato un confronto critico solido e importante. Questa esperienza mi ha portato nuovi spunti e visioni che hanno amplificato il mio lavoro, dandomi nuovi stimoli anche sul modo di svilupparlo. È stato poi un grande piacere ricevere in studio la visita di Claudio Pagliara, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York. Abbiamo fatto una bella chiacchierata sull’arte e sugli artisti italiani in America, avere il suo punto di vista e il suo supporto è stato un valore aggiunto».

Negli Stati Uniti il dibattito sui legami non normativi ha una sua storicità e radici profonde. In che modo Sologamy, l’atto di sposare se stessi che scardina i modelli relazionali tradizionali, si è interfacciato con il contesto newyorkese e cosa ha innescato rispetto alla percezione che ne abbiamo in Italia?

«Come dicevo, a New York questo lavoro ha trovato subito un terreno fertile, è interessante come uno stesso progetto possa accendere riflessioni molto diverse a seconda del contesto. In Italia Sologamy ha sollevato un dibattito nazionale, ma spesso è stato percepito come una provocazione pop o una stravaganza egocentrica, senza approfondirne la reale filosofia e il progetto. Oltreoceano c’è una maggiore abitudine a confrontarsi con legami alternativi e forme di convivenza non convenzionali, il pubblico quindi è andato dritto al punto. È stato chiaro fin da subito che non si trattava di un atto di narcisismo o show autocelebrativo, ma di un discorso incentrato sull’indipendenza e sulla libertà di scelta personale. In un ambiente così aperto a ridiscutere i modelli tradizionali, l’idea di un giuramento a se stessi è stata recepita in modo naturale».

Tornando alle Luchadoras, la maschera è storicamente un dispositivo di sottrazione dell’identità o di finzione. Nel tuo lavoro, invece, sembra innescare un paradosso concettuale potente che azzera i canoni estetici tradizionali. Come opera questa dualità?

«Il nucleo del progetto vive esattamente di questo paradosso e di questa dualità. Da un lato, la maschera compie un atto di sottrazione: nasconde l’identità anagrafica, cancella i tratti somatici e azzera quei dettagli visivi su cui la società cerca di esercitare un controllo, un giudizio o una mercificazione. Dall’altro lato, però, questa cancellazione non indebolisce il soggetto, ma ne estremizza l’identità profonda. Nel momento in cui non sei più incasellabile in un canone, diventi potenzialmente chiunque, puoi esprimere la tua versione più autentica, essere semplicemente te stesso o proiettarti in una dimensione di forza collettiva. Diventa uno scudo e, al tempo stesso, un moltiplicatore di libertà. Smetti di essere un corpo da guardare in modo passivo e diventi un soggetto che agisce».

Appena rientrata, hai inaugurato la personale alla Fondazione Marta Czok a Venezia, dove proponi una Special Edition di Luchadoras composta da 9 grandi manifesti. Come nasce l’idea di questo specifico formato e come si relaziona con gli spazi della Fondazione?

«Volevo portare l’urgenza della strada e dell’attivismo dentro uno spazio istituzionale. Con la Fondazione Marta Czok c’è una bellissima sintonia da tempo, e per questo progetto l’obiettivo era dialogare direttamente con il contesto di Venezia in questo specifico momento. In questi mesi la città è un catalizzatore incredibile di mostre, eventi e addetti ai lavori per la Biennale d’Arte, c’è un’attenzione altissima e un flusso continuo di pubblico specializzato. Il manifesto ha per sua natura un linguaggio pubblico, diretto. Non sono opere da osservare passivamente, ma occupano fisicamente lo spazio e impongono una presenza. Attraverso queste figure iconiche, la mostra diventa un terreno di riflessione sul self-empowerment e sull’autodeterminazione».

Guardando al lavoro in Italia dopo l’esperienza all’estero, quali saranno le prossime tappe della tua ricerca e quali ulteriori sviluppi o metamorfosi prevedi per il progetto Luchadoras?

«La priorità adesso è far crescere i miei lavori con una prospettiva più ampia. Questa esperienza mi ha spinto verso un approccio esteso, ed è con questa mentalità che voglio sviluppare e strutturare i prossimi progetti. Luchadoras non è mai stato un lavoro statico o concluso: lo considero un continuo work in progress, un progetto aperto che si evolve e si rimodula costantemente a seconda del contesto storico e dei territori con cui entra in contatto. È nato con la performance e come spazio di relazione, e proprio per questa sua natura in movimento deve continuare a trasformarsi. Sto lavorando a soluzioni più partecipative, capaci di attivare comunità specifiche e di assorbire le urgenze del momento. Il focus profondo resta lo stesso, ma la forma cambia con il tempo: intendo l’arte come un dispositivo relazionale e di condivisione, uno strumento per scardinare narrazioni precostituite e attivare nuove forme di consapevolezza collettiva».

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