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Da Basel Social Club l’arte continua dopo l’orario d’ufficio
Mercato
Per capire che cosa sta succedendo alle fiere d’arte oggi bisogna uscirne. I segnali più interessanti si trovano spesso altrove: nei luoghi che occupano le serate, nelle iniziative che intrattengono i collezionisti, negli eventi che trasformano una visita di mezz’ora in una giornata intera. Le opere continuano a vendersi negli stand, ma una parte crescente della competizione si gioca all’esterno dei padiglioni. Basel Social Club è una delle manifestazioni che raccontano meglio questa situazione. Apre già la domenica che precede la preview della fiera madre e la accompagna fino alla fine della settimana, soprattutto fino a tarda notte. Nato nel 2022 da un collettivo di artisti, galleristi, curatori, e architetti in pochi anni è passato da proposta indipendente a tappa obbligata del calendario. Dopo una villa privata, una fabbrica di maionese, una fattoria e una banca, quest’anno occupa un grande complesso per uffici progettato da Diener & Diener Architekten a pochi minuti dalla stazione centrale. Va ricordato che il format rinuncia a gran parte delle strutture di intermediazione e una gestione largamente affidata agli stessi partecipanti.
Un’ampia reception punteggiata di lavori precede nel cortile centrale la scritta Shouldn’t We Be Working? L’anno scorso il tema era il denaro, quest’anno è il lavoro. Smart working, piattaforme digitali e intelligenza artificiale lo hanno modificato molto più rapidamente degli spazi che lo rappresentavano. Intanto lavoro, benessere, relazioni e tempo libero si sono intrecciati fino quasi a coincidere, non per forza con beneficio. Il percorso si estende in open space, archivi, sale riunioni, server room, mense, e parcheggi sotterranei. Le gallerie non hanno nomi ma codici. Compaiono dipartimenti delle risorse umane fittizi, aree di co-working, installazioni digitali, performance di lunga durata e pezzi storici che affrontano automazione, sorveglianza e controllo. Anche i servizi supportano il discorso. Affollatissime le sessioni di pilates, palestra e sauna. Si può persino prenotare una consulenza con iniezione di botox grazie a un’équipe di medici estetici traslati qui per questi giorni.

Le dimensioni raggiunte sono ormai sconfinate, a tratti scoraggianti. Oltre 500 artisti, più di 150 performer e circa 160 espositori tra gallerie, editori, collettivi e realtà off. I corridoi si moltiplicano, i piani sembrano non finire mai e spesso si ha la sensazione di non aver visto nemmeno la metà di ciò che vi accade. Anche il pubblico ricalca un cambiamento generazionale. Accanto ai collezionisti tradizionali si muove un’anagrafica tirata su a festival, social network e cultura esperienziale. È soprattutto a loro che Basel Social Club si rivolge, perché sopra una certa età, del resto, l’entusiasmo tende a ridursi sensibilmente. La selezione avviene su invito e segue una logica più curatoriale che fieristica. Gli espositori hanno il compito di confrontarsi con le forme specifiche dell’edificio, come in una mostra diffusa. Le opere sono in vendita e le trattative avvengono ovunque, anche in coda per l’hamburger, buonissimo peraltro.
Tra le presenze più convincenti quella di FRENCH PLACE con Circa di Marco Siciliano (Catania, 1991). Al piano terra, quasi in dialogo involontario con lo studio di medicina estetica, la serie Myopia indaga il desiderio di vedere e la natura sfuggente delle immagini. Attraverso superfici smerigliate, scene intime e gesti affettivi si lasciano intuire perché per coglierli occorre rallentare e cambiare punto di vista. Nel sottosuolo, prosegue con 23:59 spettacolare installazione immersiva dedicata all’ultimo minuto prima della mezzanotte. Da Barcellona arriva Bombon Projects con Pere Llobera (Barcellona, 1970), Bernat Daviu (Barcellona, 1988) e Josep Maynou (Barcellona, 1980). Spicca soprattutto Llobera, che da anni rilegge la storia della pittura attraverso citazioni, slittamenti autobiografici e un umorismo tagliente. A fare da contrappunto, nel refettorio comune, i tappeti di Maynou contribuiscono a definire un’atmosfera più raccolta e domestica.

Mappa fotografata sullo smartphone alla mano, meritano una deviazione anche ITEM IDEM, che mette in dialogo Jenny Holzer (Gallipolis, 1950), Elaine Sturtevant (1924 –2014), Jonathan Monk (Leicester, 1969) ed Ettore Sottsass (1917–2007) sui temi della copia, della ripetizione e dell’autorialità. Poco distante, Martina Simeti porta For All Intents and Purposes di RM Marco Pezzotta (Milano, 1985), composta da confezioni da sei d’acqua ancora avvolte nella plastica, alcune con il tappo svitato che diventano insoliti vasi da fiori, con steli recisi inseriti direttamente nelle bottiglie. Evocano una natura morta contemporanea, sospesa tra accumulo, estetica e consumo. In molti utilizzano direttamente l’ufficio come materia prima. In The Walking Ceiling Alicia Framis (Barcellona, 1967) mette in scena un gruppo di donne che girano la città trasportando una lastra di vetro di due metri per tre, una metafora insidiosa delle barriere che continuano a presidiare l’accesso ai luoghi del potere. Ernestyna Orlowska (Poznań, 1987), con Making the World Work, smonta invece un computer portatile come un rituale, riportando alla luce materiali e processi produttivi normalmente invisibili.
Molto riuscito anche Poser, Metronome di Reece Cox (Londra, 1985), che mediante una band inventata riflette su come notorietà e percezione pubblica contribuiscano a determinare il successo di artisti, musicisti e figure culturali. Lato attività partecipative Human Resources Bar Nick Doyle (Manchester, 1983) fa del gergo aziendale un gioco collettivo tra gerarchia e rituali da impiegati. Jeremy Deller ricostruisce invece Valerie’s Snack Bar, celebre caffetteria del mercato di Bury a Manchester, per ritrovarsi un attimo. Non manca una vena ironica. In Hole In One Culture, firmato da Kramis e Beni Bischof (Widnau, 1976), un campo da golf indoor tramuta in caricatura tutti gli accessori pseudo-ludici con cui le aziende cercano di rendere avvincente l’ambiente di lavoro. Poco distante Brennan Wojtyla (Windsor, 1991) sostituisce il golf con una rete locale di dieci computer collegati tra loro sui quali gira Counter-Strike: Source, videogioco del 2004 a stimolare pensiero sulla socialità digitale.

Una delle apparizioni più forti è Sexy Robot di Hajime Sorayama. In questo contesto l’opera sembra condensare molte delle ossessioni del presente come la perfezione, la reperibilità costante e l’assenza di vulnerabilità. Non è soltanto una figura fantascientifica, ma un modello comportamentale contemporaneo. L’altro indizio della crescita è l’arrivo di I Never Read, la storica fiera dedicata all’editoria libera e al libro d’artista. Per la prima volta lascia la propria sede autonoma per trasferirsi all’interno di Basel Social Club. Forse il fascino di Basel Social Club risiede proprio in questa ambiguità. Non è chiaro se stia semplicemente proiettando il mondo in cui viviamo o se stia suggerendo, per qualche ora, un’alternativa a quello. In entrambi i casi intercetta qualcosa di reale: il bisogno di luoghi in cui non ogni esperienza debba essere subito produttiva, monetizzabile o finalizzata a uno scopo; luoghi in cui sia ancora possibile entrare senza sapere esattamente cosa accadrà dopo. E uscire con l’impressione di aver raccolto qualcosa che non era previsto.














