22 giugno 2026

Le arance della resistenza: Gathering racconta la Palestina a Cagliari

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Alle Giornate del Respiro di Cagliari la compagnia Yaa Samar! Dance Theatre presenta Gathering, un intenso spettacolo tra danza e teatro, per far rivivere la resistenza palestinese e la sua gioia

C’è un’aria gioiosa nel piazzale prima dell’ingresso in sala. Siamo a Sa Manifattura di Cagliari per Giornate del Respiro, il bel festival di arti performative contemporanee di Sardegna Teatro, diretto da Giulia Muroni. Tra la gente alcuni servono tè e biscotti. Subito la presenza accalorata di un uomo che annuncia che siamo qui riuniti per partecipare ai festeggiamenti di un matrimonio palestinese e che gli sposi, Israa e Ali, sono quasi pronti, è un invito a prendervi parte con l’animo allegro. L’avviso che segue è di lasciare le scarpe da parte ed entrare a piedi nudi per chi, liberamente, vorrà poi ospitato a interagire sulla scena.

L’ingresso nel grande spazio rettangolare e la sistemazione ai bordi del pavimento bianco, ci predispongono ad una visione partecipativa, immersiva. A catturare subito lo sguardo è un insieme di arance che vengono ammonticchiate al centro, arance che caratterizzano tutto lo spettacolo. Rappresentano ricordi, il duro lavoro, la forza della terra, il calore del sole, l’individuo e la collettività. Quel frutto funge da metafora per un popolo disperso, narrato nei versi poetici dello scrittore e intellettuale palestinese Ghassan Kanafani in Le Arance Tristi: «Eravamo ammassati lassù, allontanati dalla nostra infanzia, dalla terra delle arance… arance che morivano, ci disse una volta un vecchio contadino, se annaffiate da mani estranee». Sono mani, invece, famigliari quelle che le toccano, le spargono, le offrono, le raccolgono, le fanno rotolare.

L’euforia dei 14 personaggi, il loro muoversi e cantare in cerchio nella tradizionale danza nuziale dabke – sintesi del verbo arabo dabaka, tipica di molti paesi del Medio Oriente il cui significato sta per “battere i piedi” – via via lascia posto al vociare concitato della donna che cerca smarrita il suo sposo. Da qui inizia il toccante, coinvolgente racconto di Gathering della compagnia palestinese Yaa Samar! Dance Theatre, della danzatrice, coreografa regista, drammaturga Samar Haddad King, per la prima volta in Italia.

È la storia immaginaria di un villaggio palestinese sotto assedio e della lotta di una donna per ricomporre i suoi frammentati ricordi, felici e dolorosi: storia di sopravvivenza, di resistenza, di lutti, di perdita e di amore, con dentro, sottotraccia, l’attualità dei traumi, dei soprusi e della violenza perpetrata da sempre in quel territorio conteso. Li esprimono con grande generosità e vigore i magnifici performer, in una forma di teatrodanza dal forte valore politico, dove la poesia del testo, il canto, le raffigurazioni artigianali, si amalgamano sapientemente in una coreografia composita, vivace, dolente, che ingloba la danza tradizionale e contemporanea, ed elementi di hip hop, break e capoeira (i performer, dai diversi stili e linguaggi, provengono da Usa, Giappone, Taiwan, New Caledonia, Marocco, Turchia, Libano e Palestina, al servizio di un ensemble che Samar Haddad definisce «Compagnia palestinese fatta di tanti non palestinesi»).

Nell’alternarsi di danza e recitato, sulla musica delle Quattro stagioni di Vivaldi rielaborate da Max Richter, si dà forma ad altri simboli: come quello dello struzzo, una sorta di personaggio all’interno dell’opera reso tale dalle posture di mani e gambe e con una coda di paglia. «Lo struzzo arabo è l’unica specie di struzzo estinta – spiega Samar Haddad -. È uno dei pochi uccelli che non possono volare, nonostante la loro enorme apertura alare e l’incredibile capacità di correre ad alta velocità. Rappresenta la tensione tra un grande potenziale e i limiti imposti».

I danzatori si dividono le parti con una coralità esemplare manovrando una lunga scala per ascese e atterramenti, tra giacigli da improvvisare e lotte da contendere; tra una corsa per fuggire e un’altra per soccorrere; tra un corpo da abbracciare e uno da deporre; tra un canto per gioire e un lamento per pregare. E sono le parole, poetiche e concrete, buie e luminose, lancinanti e balsamiche, a irrobustire il racconto danzato, ad aprire ferite, a porre domande, a chiedere amore, speranza. E dire dei sogni, quelli grandi e quelli quotidiani – «Avevi il sogno di avere figli tuoi, e ti riempiva il cuore» -, che vengono rubati dalla guerra.

Gathering è una storia «che parla di resilienza e gioia – dichiara la regista -. Nonostante gli orrori, questi personaggi continuano ad andare avanti. La resilienza non è solo parte di quest’opera, è parte dello spirito palestinese».

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