12 febbraio 2001

Artefiera 2001: Art has a point a luci spente

 
Ci è sembrato il caso di fare un paio di riflessioni dopo la chiusura di Artefiera.
Il pretesto per la prima ce lo fornisce l’articolo de Le Monde del 27.01 che dà la misura di ciò che si pensa all’estero…

di

…e cioè che la fiera bolognese, pur essendo la maggiore d’Italia, resta soprattutto un evento di casa nostra e dunque rivolto al mercato italiano, a smentire certi proclami un po’ troppo trionfalistici degli organizzatori. Insomma di strada ce n’è ancora da percorrere per giungere ad avere in Italia un evento internazionale; si dirà che le gallerie internazionali c’erano (un paio di dozzine), ma ciò che continuano a mancare sono i collezionisti.
Ma non sarà che a Bologna si chiede un po’ troppo? Si vuole che presenti l’arte del ‘900 storico e insieme le nuove tendenze, italiane e straniere; di essere, in tutto ciò, ad un tempo la vetrina delle gallerie italiane e internazionali. E così accade che Bologna non assomiglia a Basilea né ne avrà mai la vocazione. E’ inutile girarci intorno: l’arte contemporanea comprende un periodo storico ormai troppo vasto per pensare di risolvere la questione distinguendo i padiglioni in un’unica occasione fieristica. Se una fiera è soprattutto un evento commerciale, allora si considerino i possibili clienti: il collezionismo dell’arte storica e quello dell’arte contemporanea seguono strade diverse, strategie di marketing autonome e frequentano luoghi diversi. Basilea ha fatto la sua scelta puntando decisamente sugli ultimi decenni, Bologna no. Si decida perciò che Bologna si deve occupare dell’arte storica ed in questo campo sollecitare nuove indagini. Già, perché è ben più che una sensazione quella che la presentazione dell’arte del ‘900 si risolva ad Artefiera in una parata di grosse gallerie che mettono in mostra le proprie insegne: qualcosa che assomiglia ad una giostra. Quante volte abbiamo la sensazione di déja-vu di fronte ai Music di Contini, dei Campigli e dei De Chirico di Marescalchi, dei Sironi di Bigai, ecc. (tutti capolavori ben inteso)? Dalle gallerie storiche ci aspettiamo un impegno maggiore profuso nell’opera di riscoperta del ‘900 sconosciuto o, per meglio dire, dimenticato, specie ora che critica, editoria ed istituzioni museali, sembrano impegnate, con alterni successi, nella sistemazione del secolo appena trascorso.
C’è stato poi tutto il resto, l’altra fiera, quella delle correnti artistiche più recenti e delle gallerie di scoperta alle quali forse varrebbe la pena di dedicare definitivamente un appuntamento esclusivo (Torino, Milano?). Un punto di forza quest’anno dovevano essere i due spazi a piano terra, concessi a gallerie selezionate per mostre tematiche. Ciò ha prodotto almeno due conseguenze negative: da un lato ha fatto notizia il polemico ritiro di alcuni espositori per questioni legate ai costi (diversificati) e alla distribuzione logistica degli spazi (la vicenda è già passata agli avvocati), dall’altro ha segnato una marcia indietro rispetto all’anno scorso, per la rinuncia di destinare uno spazio alle opere poco commerciabili, quelle di grandi dimensioni e ambientali.

Ma cosa ha detto di nuovo, globalmente, la sezione dedicata alle nuove tendenze? Poco si dirà; già, e forse la novità sta proprio in questo. Per parlare della giovane arte italiana serve ricordare che la credibilità a livello internazionale è di là da venire e potrei citare di nuovo l’articolo di Le Monde su questo. Tuttavia almeno ora una strada c’è, ed è quella di Cattelan e Beecroft che, imponendosi all’estero, hanno causato in casa nostra un nuovo interesse per i giovani, ivi comprese certe istituzioni museali (dalle Papesse a Rivoli, dal Pac al Centro per le Arti Contemporanee di Roma) e ciò non senza polemiche e scontri, al di là dei quali, come si dice in questi casi, “l’importante è che se ne parli”. Bologna ha confermato questa tendenza e le gallerie, reagendo all’indifferenza internazionale, non hanno esitato a mettere in mostre Basilé, Botto & Bruno, Pusole, Cecchini, Toderi, Marisaldi, Pignatelli, Tesi, Leonardo, per citarne alcuni.
“I soliti nomi” si è sentito dire, eppure credo innanzitutto che le gallerie abbiano il diritto di cercare di consolidare il mercato acerbo che questi artisti muovono, caso mai ci si aspettano ora impegno, promozione ed investimenti sui mercati internazionali. Questa potrebbe essere la prova del nove e servirebbe anche a decidere chi, tra quanti polemizzano, ha ragione. Già, perché non è possibile ritenere già vecchi personaggi che si sono affacciati al grande pubblico (italiano, si badi bene) da qualche anno, né quelli che si presentano ora, leggi Carrocci, Delafon, Ricotta, Pivi, Rabbia, Caira e non ho dubbi che ne verranno altri.
Insomma non mi pare il caso di disperdere tempo e forze in sterili discussioni, piuttosto ci si rimbocchino le maniche e si lavori con rinnovato impegno, almeno finché tutti saranno concordi nel riconoscere la qualità e le potenzialità degli artisti italiani.

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Alfredo Sigolo



[exibart]

19 Commenti

  1. Ma è possibile che non vada mai bene ciò che si fa in Italia? Perchè non cercare di vedere i pregi di Arte Fiera?
    E poi bisogna ricordare che è una fiera in cui le gallerie vogliono VENDERE, non proporre nuove opere (anche perchè sarebbe quasi impossibile trovarle)e quindi GIUSTAMENTE si propongono opere di quasi sicura vendita.
    Diciamolo, le nuove idee non sono mai esistite negli ultimi 20 anni, e quindi……

  2. Una proposta: a Bologna resti l’arte contemporanea (Sironi, De Chirico fino a tutti quelli nati prima della Guerra) e Torino si occupi in maniera sistematica (magri con più manifestazioni all’anno) dell’arte attuale, dell’arte vivente, dell’arte presente (non si chiamerà forse Museo del Presente il nuovo centro contemporaneo di Milano)!

    Ecco quale potrebbe essere la grande divisione:

    Bologna – Arte Contemporanea
    Torino – Arte Vivente
    Milano – le centinaia di gallerie
    Roma – le grandi mostre
    Venezia – l’Arte Internazionale (e l’Architettura, e il Cinema e la Danza…)

    Palermo, Trieste, Napoli, Genova e Firenze trovino immediatamente una vocazione. Specie le ultime due: addormentate!

  3. Per Eugenio: guarda che io sono tra quelli favorevoli ad artefiera, solo che l’idea di creare uno spazio aperto agli artisti, alle opere di grandi dimensioni, all’arte del web, alla video art (alcune cosa già fatte tra Basilea e Bologna e fattibili aprendo un altro padiglione) mi sembra non facciano altro che fare del mercato un’occasione di mecenatismo e un’opportunità di avere un’idea più complessiva delle nuove direzioni dell’arte.

  4. A Janaz: anch’io non vedrei male una soluzione come quella da te prospettata, in linea con le tendenze attuali (Torino, tra artisti nuovi, gallerie interessanti e Castello di Rivoli si sta segnalando bene).

  5. Ci si è chiesti perché le fiere di Basel o di Köln rimangano cosí di peso in Europa, tali organizzazioni “logistiche” sono disposte da persone, dal capitale, dalle connessioni che caratterizzano ciascun settore di mercato, una fiera si apre al mercato e al di la delle Gallerie invitate od ammesse alle metrature degli stand bisogna analizzare e riflettere sulla reale vendita delle opere per ciascun Galleria, non tutti escono allegramente da ciascuna Fiera, vi è un pubblico preciso per ognuna di esse. Considero che il motore di un evento di questo tipo risiede nel capitale, soldi più soldi poi il pensiero chi l´ha visto l´ha visto e da artista preferisco vivere la vivacità dell´underground della vivacitá o gli umori degli ateliers, degli studi, prendete nota ed esempio da un Gallerista come Leo König a New York, No Censured, Bye Bye.

  6. Ma secondo voi è possibile oggi, per come gira il mondo dell’arte, pretendere di conoscere e criticare l’arte contemporanea rifiutandosi di considerare le vicende legate al mercato?
    I nostri 2 italiani, C e B, a cosa debbono la recente fama internazionale? Forse che non vi sono altri italiani al loro livello?
    Il fatto è semplice: loro hanno scelto di trasferirsi in America (come dice Politi, se sia giusto o no lo diremo un’altra volta), sono arrivati ad esporre nelle gallerie che fanno il mercato ma, soprattutto, nelle ultime aste le loro quotazioni hanno superato le previsioni. Ecco perché oggi sono i nostri migliori artisti. Non perché facciano l’arte migliore (per alcuni sarà anche così, non lo metto in dubbio) ma perché hanno sfondato sul mercato americano. Questo è quanto, ma voglio proporvi un altro quesito: il mercato paga la qualità di un artista o di un’opera? Se sì, allora ha ragione chi segue il mercato, perché saprà dove rivolgersi per conoscere i nomi degli artisti destinati a passare alla storia. Se no, allora è bene chiedersi se sia legittimo il successo dei nostri soliti 2 e considerare con occhio critico le inevitabili mostre celebrative che si prepareranno nelle grandi istituzioni museali (mi pare al Mart di Trento la prossima). Credete a me, meglio saperla la storia del mercato di un artista, magari prima di andare a vedere una sua mostra, in cui il curatore o critico di turno farà di tutto, un po’ ipocritamente, per farvi credere che il mercato non c’entra proprio nulla.

  7. Considera pero’ che per andar bene in USA devi fare quello che piace a loro. Quando parli di Me e di vanessa come i DUE che sono andati in America…ebbene dimentichi il terzo che è Miltos!!! Ebbene lui è venuto…ma i suoi quadri si comprano ancora a 5.000$…Forse che fa cose che sono un po banalucce per questi americani???
    Chillosa’

  8. Tuttaltro, a me Manetas piace pure. E comunque non è detto, adesso, che chiunque vada in America debba per forza sfondare, per esempio considererei, per es., la sospetta, eccessiva americanità della B. Avevo detto “ne riparleremo oltre”, bene, cominciamo ora: è giusto andare a vivere in America per avere successo? A me questo strano allineamento al gusto americano preoccupa un po’.

  9. giusto ono che sia andare in America per trovare fortuna rimane il fatto che le possibilità di riuscita sono molteplici. Se poi si pensa che il collezionsimo fotografico americano ha una radice più consolidata rispetto a quello europeo allora forse si comprenderà perchè. Se poi da questo punto si vuole dibattere sull’egemonia estetica imposta dagli USA ci si deve armare di altri concetti:
    non è forse vero che l’attenzione al nuovo è radicalmente più consistente nelle gallerie di Zio Sam piuttosto che in Italia? Non è dimostrata oramai la disponibilità a “rischiare” nel promuovere opere giovani dell’America rispetto a noi europei? Questo non significa che tutto quanto venga in mostra con passaporto statutinitense sia “valido”, però non si può negare che vi siano sistemi di diffusione, e forse anche di marketing, così ben strutturati e preparati a tavolino da far invidia?? Che sia il caso che l’europa smetta di vivere del glorioso passato e cerchi di analizzare per bene il presente? Perchè l’arte dell’est non trova il giusto accoglimento presso quei galleristi “italiani” così appiccicati al GRANNOME da respingere le potenzialità poetiche di un dinamismo “dopo muro di Berlino” e infognati nel voler riproporre le solite mummie???

  10. Caro Condor,

    le nostre mummie che vengono riproposte sempre a dispetto dell’arte dell’est o di altro sono gente come Luigi Ontani che, guardacaso, inizia in questi giorni una enorme rassegna a lui dedicata al P.S.1….e dove è questo ps1 ? Nella retrograda Vienna? Nella provinciale Berlino? Nella archeologica Roma? Nella inconcludente Milano?

  11. E’ un momento di confusione. La confusione è il primo segnale di un cambiamento in atto. Stanno cambiando i collezionisti, stanno cambiando le strategie dei galleristi, gli stessi artisti, sfogliando le riviste di settore, credo rimangano, come me, abbastanza stupiti e perplessi delle scelte fatte dalle redazioni . Le immagini patinate rimandano un panorama dell’arte per lo meno confuso ( confondendo e mischiando il buyono con il mediocre con l’incomprensibile). Visitando la fiera d’arte di Bologna la confusione se possibile aumenta, la sensazione è che nessuno sappia che pesci pigliare. Pochi coraggiosi sembrano prevalere forti del fatto che la fortuna aiuta gli audaci,, ma quanto durerà la loro fortuna? Il panorama va dallo sconsolante al dissuadente e a parte le opere di Mimmo Paladino e di pochissimi altri quello che se ne ricava è una leggera delusione.
    Tale delusione non viene mitigata dai gatti sbattuti al muro di Torino o da una rassegna milanese che speriamo si riabbia dal suo temporaneo offuscamento. Chi fa arte tenga i denti stretti e continui a lavorare con convinzione e grande fermezza e se possibile comuniachiamoci i malesseri personali. La terapia del tirar fuori il rospo per guarire funziona sempre!

  12. Sono d’accordo con Massimo circa il momento di confusione. D’altro canto di tentare di smuovere un po’ le cose anche in Italia si sentiva il bisogno. Al di là però di inevitabili situazioni spiazzanti o deludenti, nel complesso a mio parere bisogna guardare con favore a questo periodo, auspicando che ne nasca qualcosa di buono (e qualcosa di buono a me pare che in giro ci sia). Perciò, come mi sono da lei distaccato per quanto concerne il pessimismo da lei dimostrato nella parte centrale del suo intervento, così a lei mi riavvicino per le conclusioni: continuino a lavorare gli artisti, ma continuiamo a lavorare anche noi che, nel nostro piccolo, tentiamo di fare un po’ di critica ed informazione e comunichiamo…ma comunichiamo tutti.

  13. Concordo con Condor (quante “C”!) circa l’organizzazione, il marketing, le strutture americane. Fino a qualche anno fa avrei sottoscritto anche il resto; oggi non si può invece negare che ci siano i segnali di un rinnovato interesse per l’arte dei giovani in Europa ed in Italia (si può discutere sulle strategie e le scelte che, nell’ambito di questo panorama si seguono e si fanno). Per quanto riguarda gli artisti dell’est il discorso si fa complesso, preferisco che di questo si tratti nel forum apposito, auspicando che all’epoca della Biennale si trovino stimoli di discussione ancora maggiori (dentro e fuori Ex).
    Io ho il presentimento che ciò accadrà.

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