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L’entente cordiale – o friendly understanding, a seconda da che parte si guardi -, insomma la pace fra François Pinault e la Guggenheim Collection, che pareva lo sbocco naturale dopo il “pareggio” nella gara per la gestione dell’ambitissimo spazio veneziano di Punta della Dogana, pare essere durata poco. Almeno da un punto di vista dialettico. E il quotidiano transalpino Le Monde è diventato una sorta di arena, teatro di uno scambio di “complimenti”, fra i due schieramenti, non propriamente oxfordiano. Ad aprire le ostilità ci ha pensato Alberto Rigotti, presidente della banca d’affari ABM Merchant, e alleato della regione Veneto e della Guggenheim, “un’istituzione che si pone nel novero più grandi musei del mondo. Monsieur Pinault – ha dichiarato fra l’altro Rigotti – è un collezionista privato come migliaia ne esistono nel mondo. Fa pensare a un artista o un commerciante che non riesce a trovare luoghi dove mostrare la propria merce. Se cerca una vetrina, dovrebbe già essere soddisfatto di avere Palazzo Grassi”. La risposta della cordata Pinault – che, ricordiamo, può contare sul favore del Comune di Venezia – non si fa attendere, ed arriva, sempre su Le Monde, per bocca di Jean-Jacques Aillagon, direttore del nuovo Palazzo Grassi. “Questo rilancio è collegato ad un bluff”, affonda senza mezzi termini l’ex ministro della Cultura francese. “La fondazione Guggenheim, a volte raggiungendo il suo scopo, a volte fallendo, ha spesso usato questa tecnica che mira ad impressionare l’opinione pubblica ed i partner politici locali, che saranno, alla fine, quelli che pagheranno. Se la Guggenheim ha un’ottima collezione storica, sul contemporaneo non ha la forza di quella di François Pinault. Ricordo poi che la raccolta del Guggenheim è già destinata alle attività di molte località – New York, Bilbao, Venezia e domani forse Abou Dhabi. La moltiplicazione delle opere – ironizza Aillagon -, come quella dei pani, è un miracolo abbastanza raro…”.
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[exibart]













