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C’era praticamente tutto l’empireo dell’architettura globale. Forse la prima occasione mai capitata, per vedere riuniti tutti insieme personaggi che ormai sono delle vere e proprie superstar, contesi in tutto il mondo come divi del cinema, o cantanti pop. Da Rem Koolhaas a Jean Nouvel, da Kazuyo Sejima a Christian de Portzamparc, Zaha Hadid, Dominique Perrault, Massimiliano Fuksas, Shigeru Ban, Richard Rogers, Thom Mayne, Patrick Berger, Jacques Herzog, Norman Foster, Rudy Ricciotti. Chiamati a raccolta nei giorni scorsi a Parigi dal presidente Nicolas Sarkozy, per l’inaugurazione della Cité de l’architecture et du patrimoine. Ma anche per rilanciare in grande stile, con il suo seducente discorso, e con l’indiretto placet di questa corte dei miracoli, l’ambizioso progetto della Grand Paris, che impegnerà gli sforzi di progettisti ed urbanisti per il prossimo mezzo secolo. Auspicando – a livello teorico – “un’architettura più umana, un’arte del costruire più sensibile, creativa, attenta ai problemi della vita di ogni giorno“. Ed avanzando – su un terreno pratico – due idee di base: l’impegno di architetti ed urbanisti nella lotta contro la miseria dei sobborghi, ed il lancio del progetto Grand Paris, nella direzione di un’integrazione etnica, religiosa e culturale. Un progetto che coinvolgerà direttamente il Comune di Parigi. Che – ha commentato qualcuno, malizioso – in primavera celebra le elezioni per il rinnovo del sindaco, attualmente gay e di sinistra. Insomma, tutt’altro che sarkozista…
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Sarkozista o no, i francesi non guardano se chi vuole fare grande il loro paese è di destra o di sinistra. Ci sarebbe forse qualcosa da imparare.
Il problema è che in Italia la sinistra è proprietaria della cultura e non permetterebbe mai che uno di questi partecipi a progetti della odiata destra.