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Sarà che molti stanno facendo il raffronto con la – pessima – edizione dell’anno scorso, ma la fiera principale di questi giorni a New York, l’Armory Show, sta riscuotendo pareri tutto sommato positivi. Ed è buona, in effetti, la sensazione generale; la qualità media (pur con evidenti cadute di stile) è decisamente alta, aiutata anche dal focus-Berlino. Le vendite non sono tonicissime, ma non si ascoltano neppure troppe lamentele tra i galleristi presenti. Certo, non c’è lo stand super-interessante, ma l’anno orribile 2009 sembra decisamente lasciato alle spalle.
Buona, poi, per venire incontro a gallerie magari di qualità, ma impossibilitate a spendere cifre monster, la possibilità per gli espositori di prendersi spazi 4×4: piccoli loculi che però permettono di esserci, di presentare una piccola personale o una oculata selezione e che consentono di essere della partita senza svenarsi. Moltissimi i galleristi che hanno fatto ricorso allo stand “small”…
[exibart]












Scrivo da New York. La sensazione, in effetti, e’ che la mestizia dello scorso anno abbia lasciato spazio ad un timido ottimismo, amcora saldamente improntato alla cautela. Armory resta la fiera migliore, con interessanti proposte soprattutto di gallerie non super big. Molto disegno, molta pittura. Convincono i tedeschi, David Schnell in primis, con uno stand personale nella galleria Eigen + Art.
Convince Richard Heller di Santa Monica, dove si vedono i lavori di artisti come Edward del Rosario (in questi giorni in mostra da Carasi, Ernesto Caivano e gli ex Royal Art Lodge Dumontier e Farber. Nello stand di Mizuma, Tokyo, Spiccano i lavori di Tomoko Konoike, con un video che fu parzialmente proposto da Marella qualche anno fa, e Ai Yamaguchi con le sue preziosissime geishe superflat. Delude Zwirner, con uno stand completamente fotografico che lascia l’amaro in bocca per l’assenza di Marcel Dzama. Qui e la’ qualche sprazzo si avverte, ma i Big sono cauti. Non gli si puo’ dare torto. Per avere qualche sbalzo emozionale bisogna andare nelle fiere minori dove, per la verita’, la qualita’ e’ altalenante. Mentre alla Biennale del Whitney si tira un sospiro di sollievo solo nella stanza di Robert William e Condo, a Scope e’ possibile vedere alcune tele del maestro americano, come la famosissima Appetite for Destruction (350 mila dollari il suo valore) che fu retrocopertina dell’omonimo disco dei Guns and Roses. Pulse, oltre all’installazione di Laurina Paperina da Perugi, lascia ben pochi ricordi. Ottima, invece, nonostante l’esiguo pubblico, e’ la mostra personale di Mastrovito all’Istituto Italiano di Cultura, dove vengono proposte due installazioni, una delle quali in progress. Tim Burton al Moma non convince soprattutto per il caotico e direi inesperto allestimento dal quale si evince la totale assenza di selezioni. Sono esposti, infatti, tutti gli schizzi del regista, persino i piu’ insignificanti. La cosa pero’ penalizza i pezzi piu’ riusciti. Se c’e’ una mostra che, invece, rappresenta una boccata di aria fresca e’ quella di William Kentridge sempre al Moma, un’antologica completa e spettacolare che incanta, commuove e convince. Un artista veramente gigantesco. A due metri dal Moma, c’e’ in fine l’american folk art museum. Se si vuole recuperare il gusto per le cose semplici e pure, questo museo offre un’ampia raccolta di opere di autodidatti illustri e anonimi che a mio avviso non fa rimpiangere le artefatte sofisticazioni dell’Armory Show. La New York di questi giorni ha molto da offrire e vale sempre la pena cogliere l’abbondanza di offerta dell’Armory Week. Bye
ciao Ivan, sarebbe stato bello che Bonami avesse inserito uno dei grandi olii di Williams(come quelli che sono stati presentati recentemente da Shafrazi, alcuni dei quali veri capolavori) invece solo qualche acquerello….inutile pretendere troppo, forse e’ gia’ un miracolo che dopo 40 anni di juxtapozition Robert abbia ottenuto questo risultato.
“Appetite for distruction” ( da cui proviene il titolo dell’album dei Guns & Roses) e’ un pezzo che dovrebbe stare al MOMA.
by the way… per chi puo’ essere interessato, oggi c’e’ un mega-articolo ( quasi due pagine) sul “New York times” sulla galleria dove avro’ la mia prossima mostra questo aprile.
http://www.nytimes.com/2010/03/07/arts/design/07lowbrow.html?pagewanted=2&ref=design
lo segnalo perche’ si parla di cose molto simili a cio’ di ci si dibatteva qualche giorno fa in calce all’articolo di Sigolo…
impressione o recensione? non sapevo che Quaroni fosse diventato corrispondente di exibart… ovviamente le opere segnalate seguono i suoi gusti ed è totalmente una propria proiezione, di difficile riscontro
mi sembra che da qualche tempo stiano emergendo diversi “luca rossi” che usano nomi di fantasia tipo verlato, quaroni ecc ecc. ; )))))
su una cosa penso potremmo essere tutti d’accordo: jonathan Levine è il Pinguino di Batman.
allora è sicuro: Luca Rossi è Luca Rossi.
E una fiera è una fiera.
Personalmente Williams neanche se me lo regalano lo vorrei in casa. Capisco che tutto fa brodo e il fatto dello sdoganamento del basso sia ormai una tendenza universale. Ma quasi tutto il “pop surrealism” è demenziale.
Nicola, mettere lui al Moma saremme come paragonare l’ironia di Lino Banfi a quella di De Domenicis!
o i guns and roses al rock…
mah…caro Daniele mi sa che ragioniamo su logiche completamente diverse…intanto Williams e’ approdato alla biennale del Withney ( anche se in tono minore ma va gia’ bene cosi’, vediamo poi cosa fara’ Deitch quando sara’ alla direzione del LA county museum, intanto l’ho visto tutto sorridente introdurlo a Bonami , alla inaugurazione di Williams, da Shafrazi a novembre ) , secondo me va avanti, e non credo solo lui … un altro “Lino Banfi” e’ Robert Crumb, con cui Williams aveva aperto Zap Comics negli anni 60, adesso e’ rappresentato da David Zwirner a NY e ha avuto una personale al Ludwig di Colonia poco tempo fa, Basil Wolverton ha avuto una personale postuma da Barbara Gladstone l’estate scorsa e potrei andare avanti cosi’per un po, il “basso” sale e si trasforma e credo che, ottendendo opportunita’ piu’ importanti, migliorera’ anche…
ma, poi, li hai mai visti i quadri di Williams di persona?
Tra l’altro Crumb ha inaugurato una grossa personale da Zwirner venerdì sera.
Speriamo che un giorno anche Wrightson, Frazetta, Wood o Griffin (solo per citarne alcuni) abbiano l’onore che meritano…
cito: il “basso” sale e si trasforma e credo che, ottendendo opportunita’ piu’ importanti, migliorera’ anche..
giusto, ma forse è il caso, più che accodarsi al low brow, dare un’occhiata a quello che succede intorno e non solo oltreoceano. Posto che il pop surrealism è orgogliosamente demenziale e punk (e in questo ha un certo valore), vale la pena di esplorare altre tradizioni legate a fumetto, disegno e illustrazione, magari europee. Lo spagnolo Miguel Angel Martin, il giovane Frederic Coché, senza dimenticare che l’Italia non è stata in grado di valorizzare Pazienza che, scusate, quanti ne varrebbe di Williams e Crumb? Vabbé, il circuito delll’arte italiana non è riuscito mai ad intercettare le energie del proprio underground ed ora si proietta oltreoceano…
piuttosto attenzione a cose come sweet sheets (da Zelle a Palermo), sto* disegnando (di Rotondi), giuda (di Costantini)…
però Gino De Dominicis come nonno Libero sarebbe stato poco convincente
lo spero proprio Gabriele, ma anche il, per me, grandissimo Richard Corben: prima o poi vado a trovarlo a Kansas City per dimostragli la mia eterna gratitudine per quello cha ha fatto e che continua a fare.
Anche a me piace ( piaceva di piu’ una volta per essere onesti) Pazienza, ma teniamo presente che senza Crumb, Williams, Griffin, Moscoso, Shelton e Bode’e tanti altri, probabilmente lui non ci sarebbe mai stato come lo conosciamo, quella gente aveva fatto tutta la rivoluzione del fumetto underground Americano almeno 10 anni prima delle sue prime pubblicazioni su Alter Alter.
Quello che fa la differenza di Williams rispetto a tutti gli altri, pero’, e’ che Robert ha sempre testardamente fatto quadri.
Se si legge qualcosa dei suoi scritti si capisce che per lui il quadro e’ sempre stato il mezzo per eccellenza, e lo si vede chiaramente nella sua produzione.
La sua importanza credo che sia stata nel formalizzare tutta l’esperienza visiva di fumetti e illustrazioni di quel periodo, e oltre, nella forma “alta’ ( fra virgolette, notare prego) del dipinto ad olio su tela, ( mostruosamente finito dal punto di vista tecnico, a parte la parentesi degli anni 80 e primi 90).
Questo fatto ha generato il movimento Pop surrealista.
Robert Williams ha fondato nel 1994, con Greg Escalante, la rivista Juxtapoz per creare un organo di stampa che desse attenzione all’opera degli artisti a cui si sentiva piu’ vicino, che erano totalmente sottovalutati dal sistema generale dell’arte.
La cosa sembra che cominci a dare i suoi frutti.
ma questo pop-surrealism o lowbrow che dir si voglia va considerato come un contenitore, un circuito alternativo, o una precisa estetica?
Mi attacco ai pensieri di D.W. Pairone e Gabriele per soffermarmi su questo punto: perchè tutti stanno sempre a parlare soltanto di ciò che sta sotto la luce accecante dei riflettori…così si perderà sempre quella grande porzione d’ombra che è altrettanto intrigante. Come quando si fa il brodo ciò che sale a galla è il grasso ciò che si mangia e che nutre (va bè questo discorso esclude i vegetariani) è quello che non emerge. Quanto materiale artistico (e umano) non passerà mai sotto i riflettori (tutt’al più potrà essere illuminato da una piletta)perchè escluso dai processi mercantili. Il mondo dell’arte è pieno di artisti sopravvalutati, punto. Esiste questa grande zona in ombra, latente, che mi piace accostare alla definizione di “errore” di Bataille come cimitero delle forme inespresse perchè scartate da un ordine (il non gerarchizzato da una forma). Lo scarto d’artista (umano ed espressivo di una personalità in ombra) e lo scarto formale (quello cioè che una personalità artistica affermata decide di scartare perchè non ritiene degno di essere invalidato) mi sembrano materiali vivi interessanti. Nessuno li vede sono scarti, sono nulla “Ma cos’è questo Nulla? Una landa desolata, un’assenza perfusa o, invece, una marea vischiosa di orme, una moltitudine biblica di ombre…” (Lea Vergine). Perchè mi attardo ostinatamente a vedere l’artista vero come colui che se ne sta per gran parte del suo tempo in ombra, a faticare, a sbagliare, a sprecare (altro termine batalliano) a raggiungere la sua unica vera dimensione quella di essere “figura inutile” quella di rappresentare un “errore sociale” in grado però di innescare “l’utopia”(ancora Lea Vergine).E’l’ansia per stare sotto quella luce dei riflettori che uccide l’arte quella vera che a volte può anche non emergere.
La lowbrow è semplicemente l’unica antagonista della presuntuosa ed arbitraria highbrow.
Non credo abbia molto senso procedere per gruppi, definizioni e programmi. Il dato di fatto è un linguaggio affaticato che si manifesta sia nel sistema dell’arte più ristretto e coool, sia (forse soprattutto) nell’underground. I codici linguistici, i ruoli e il format dell’arte, vanno aggiornati ad una realtà molto più veloce (e spesso anche noiosa e superficiale). Pena il perpetuare una burocrazia della creatività, abbastanza spuntata e fine a se stessa. La critica di ikea evoluta non andrebbe sottovalutata.
E’ chiaro che c’è un sistema economico e di gusto che non vuole ammettere la nudità del re. Ma questa è la dinamica del “procedere”. Spesso viene da ridere nel vedere come alcuni operatori si trincerino impauriti. Invece si tratta solo di “riconformare” e non di distruggere.
il concetto espresso da bigfoot tecnicamente si chiama manicheismo
Si, e’ vero , non ha senso parlare di gruppi o manifesti etc si rischia di perpetuare le stesse strutture organizzative ed ideologiche delle “avanguardie” ( dadaismo piuttosto che surrealismo ma anche purismo e nazareni o preraffaelliti e impressionisti).
La Low brow art, o pop surrealism o pop pluralism etc sono solo denominazioni di comodo
che vengono appicicate ad un movimento che ha le sue ragioni d’essere in ben altro.
Il termine Low brow e’ stato inventato da Robert Williams per dare un titolo ad una sua pubblicazione del 79, “The Low brow art of Robert Williams”, e’ una terminologia autoriduttiva che sta ad indicare l’opposizione ad un sistema,( quello del “ciglio alzato” l’high brow) quello che oggi ci appare stanco e incapace di offrire risposte.
La cosa non nasceva nel 79 ovviamente,le sue radici sono molto lontane (come ha puntualizzato Meg Linton nel catalogo della mostra ” In the land of the retinal delights” al Laguna Museum of art) ma da quel momento in poi molti artisti che gravitavano nell’area Californiana e che si riconoscevano nelle posizioni di Williams cominciarono ad adottare quella terminologia per autodefinirsi.
Nel 94,poi, Williams fonda Juxtapoz e il movimento ottiene la sua voce ufficiale.
Tutto normale fino a questo punto.
Un’altra delle possibili espressioni provinciali di cui e’ capace un paese come gli Stati Uniti, si sarebbe detto.
La differenza si manifesta, come ho gia’avuto occasione di dire, quando tutto cio’ si incastra con l’incredibile esplosione di immagini che dalla seconda meta’ degli anni 00 si verifica nella rete.
E’ da questo punto in poi che il cosiddetto movimento Lowbrow ottiene una accelerazione vertiginosa.
Il fatto e’ che la sua validita’ non sta nei programmi ideologici( che non ci sono) e nelle strategie rispetto al sistema ( quelle sono molto semplici, e’ il sistema che ignora tuti gli artisti che non si conformano ai suoi dictat), ma nell’essere caratterizzato da un atteggiamento rispetto all’arte che si sposa perfettamente con i nuovi media di diffusione delle immagini.
Credo che la Lowbrow Art proponga, in termini culturali ed energetici,un nuovo modello artistico che potremmo definire “orizzontale”, “aperto”, “evolutivo” che non può essere scartato da considerazioni inerenti il gusto. Quando Capra afferma chwe le espressioni di questo tipo sono demenziali dimostra di liquidare forse un po’ troppo frettolosamente la questione. Dietro queste espressioni ci sono mondi, culture, subculture e discipline che possono contribuire al rinnovamento delle forme e dei linguaggi artistici. Non è solo una questione sociologica, inerente a ciò che viene dal basso per contaminare la cultura ufficiale. Si tratta di dinamiche che intervengono a rinnovare e adeguare il linguaggio alle caratteristiche di una società che non è più la stessa che ha partorito la Pop Art Storica e nemmeno il Minimalismo storico. La società globale, interconnessa, ibrida, direbbe Bauman “liquida”, ha molto in comune con il linguaggio “lowbrow”. Bisogna osservare attentamente questi mutamenti e forse uscire dal concetto di un arte forzatamente elitaria. Anche la filosofia dovrebbe compiere questo passo. Robert Williams è l’artista che porta il concettuale nella realtà quotidiana della sua America. Lui definisce la Lowbrow col termine di “Realismo Concettuale”. Queste dinamiche non sono più relegate solo all’ambito californiano o in generale statunitense, ma diventano, appunto, “globali” a causa della struttura sociale, economica, culturale del mondo occidentale e di parte di quello estremo-orientale. Io credo che la curiosità dovrebbe sostituire gli atteggiamenti di rifiuto e di negazione nei confronti di questo fenomeno. Naturalemente ognuno ha diritto e dovere di assecondare il proprio gusto e la propria sensibilità, senza per questo creare inutili contrapposizioni.
sono quella che si attacca alle parole degli altri, vado sempre fuori tema perchè non riesco a stare dentro alle argomentazioni specifiche e per questo sbrodolo parole….però mi diverto un mondo a leggere le vostre…bye-bye i miei preferiti sono Luca Rossi e D.W. Pairone anche Pincopallo e Margaretha però
Sono molto d’accordo con Ivan. Però vorrei sgombrare il campo da un fraintendimento: sono lontanissimo dal Padiglione Italia dei Beatrice. Credo che serva una riflessione trasversale che connetta elite e non elite.Forse il problema è che nessuno è disposto a mettere in discussione quello che ha vissuto, quello che è stato. Per esempio io credo che g.m. montesano e tino sehgal siano gli estremi di una stessa linea. Allo stesso tempo considero ugualmente “pericolose” le soluzioni di matteo basilè e il “turismo/relativismo creativo” perpetuato dai giovani artisti d’elite. Vedo in entrambi una burocrazia della creatività, forse più grave nei secondi perchè sono più “vicini” alla soluzione.
Se il rinnovamento di un linguaggio è realmente tale provoca una ricaduta a cascata sul sistema. Senza bisogno di fare barricate ideologiche. Quello che mi auguro è che gli operatori migliori di ogni “visione” siano abbastanza intelligenti da essere realmente aperti al dialogo e al confronto.
D’accordo con Ivan su tutto, fuorche’ sull’idea di contrapposizione.
Lo so che non e’ mai elegante esibire un atteggiamento di questo genere, soprattutto in Italia dove le cose devono sempre scivolare l’una accanto all’altra senza mai farsi del male, ma mi e’ capitato di parlare molte volte con Williams, Schorr, Barber, Arno ma anche White ed altri, con cui mi e’ capitato di esporre piu’ volte in gallerie e musei, e vi assicuro che l’ide di giustapporsi ad un sistema e’ ben presente nei loro discorsi,( e scritti soprattutto di Williams).
Probabilmente il concetto diventera’ sempre meno importante con il passare del tempo ( una volta che questo tipo di sensibilita’ verra’ legittimata, per cosi’ dire, anche istituzionalmente) ma sicuramente questo e’ stato un sentimento alla base della formazione di una coscienza comune di un gruppo nutrito di artisti che su quella base hanno cominciato a esporre insieme e rivendicare una loro posizione, una “juxtopozizione” per meglio dire.
Credo che la Giustapposizione/contrapposizione appartenga all’infanzia del movimento, ossia agli esordi. Serve, qualche volta, per definire ciò che si è iniziare col definire ciò che non si è, ma alla lunga è un errore. Pensate al lavoro critico svolto in parte da Riva e a come certe suggestioni Lowbrow fossero già presenti nella Nuova Figurazione, così come venivano formulate nella eccellente mostra SUI GENERIS al Pac di Milano. Riva intui’ l’apertura delle arti verso linguaggi limitrofi e marginali (illustrazione, fumetto, b-movies, decorazione, surrealtà, science fiction e molto altro), solo che poi preferì dedicarsi anche ad altri aspetti della nuova figurazione, con derive verso forme capricciose di iperrealismo mediatico.
L’atteggiamento di Riva nei confronti dello Status Quo era appunto antagonista. Più volte lo si è sentito attaccare a viso aperto il circolo dei galleristi potenti,con una linea culturale post e pseudo-concettuale.
Ora, i lavori di Verlato e Di piazza, sostenuti molto intelligenetemnte dalla Galleria Bonelli, che si è aperta a questo nuovo linguaggio, non sono esempi isolati in Italia. Certo sono forse i più vicini ai colleghi americani, i quali amano l’acribia di una pittura meticolosa e dettagliata, ma a partire dall’esperienza neofigurativa si è sviluppato uno scenario che io chiamo “Italian Newbrow” il quale incarna, con spirito meno low, la lezione della nuova cultura pop globale, influenzata anche dal punk, dal gotico e da altri sottogeneri della cultura urbana, tra cui il Neo Folk.
Si dovrebbe aprire un dib attito aperto su queste cose. Sono lieto che la curiosità di Verlato sia sempre così vivace come la ricordo. Spero che tutti gli addetti ai lavori vorranno avere un atteggiamento più aperto e meno antagonista.
il mio è manicheismo, il tuo è paraculismo. Il basso avanza, inesorabile. Anche luca rossi si dovrà preoccupare.
non mi ero accorto che in Italia le cose devono “scivolare l’una accanto all’altra senza mai farsi del male”…
a parte questo, è curioso che la discussione prosegua una in cui Serafini lamentava l’imperialismo culturale statunitense che, a suo dire, avrebbe imposto la non-objective art. Si tratta di un’argomentazione diffusa fra quanti lamentano lo strapotere (?) dell’arte concettuale. E qual’è l’alternativa che ci venite a proporre? L’ennesimo trend statunitense, para-avanguardista nell’attitudine (contrapposizione alto-basso, opposizione ad un sistema,tendenza a sfumare l’estetica nell’etica) ma assolutamente conservatore e reazionario nelle forme (tanto è vero che fa riferimento ad un immaginario iconografico che risale, come dice Verlato, almeno a 50 anni fa, no, dico, 50!). E noi dovremmo recepire e apprezzare queste produzioni in virtù dell’attuale paradigma tecnologico? Cioè, dovremmo apprezzare Williams o Crumb perché si diffondono bene sulla rete e perché magari utilizzano strategie di comunicazione simil-virali?
Come spero si sia capito da tutti i miei interventi non ne faccio una questione di figurativo o astratto o concettuale (lo dimostrano le mie scelte ed i miei gusti). Dico solo che se la critica che si muove al sistema è quella di aver dimenticato una fetta importante della creatività contemporanea forse non è il caso di incorrere nello stesso sbaglio. Se ora il pop surrealism è “sistema”, questo è un motivo in più per guardare oltre, a lato, sotto, sopra…
Quando osserviamo lo facciamo da una finestra culturale che ci condiziona e contraddistingue. Quando ci sono contrapposizioni e contraddizioni il discorso e le idee sono più vive e a volte penso anche più felice nel testimoniare le poetiche, si crea una maggiore energia.
credo che oggi ci sia una realtà creativa sfumata, eccessivamente percorsa di compromessi, perciò ben vengano le barricate e le parole incisive. meglio così che nella terra di nessuno.
Sto pensando chi in Italia lavora in questa direzione con risultati apprezzabili: mi aiutate?
Qualcuno tipo Fulvio di Piazza? o altri come Sofianopulo… possibile un Cingolani con versione spirituale o è al limite? Guatta?
per mb2..leggi l’intervista molto quotidiana anche se ormai datata a lea vergine sul libro di vegetali ignoti ed.postmedia (scusate faccio un po’ di pubblicità ad amici…)
E in tutto questo Cristian Frosi come si pone? E Massimo Grimaldi? O Patrick Tuttofuoco? E Margherita Manzelli? Giuseppe Gabellone? E diegoperroneesimoneberti??? tatatatatatata….taaaaaaaaaaaaaa
pum pum
Caro Davide, non credo che tu sia obbligato a recepire e accettare alcunchè. L’insorgere di determinate istanze artistiche è un fatto in se’. Tu puoi considerarle oppure no, contrapporti ad esse e proporre istanze opposte o semplicemente diverse. Avverto sempre questa sensazione di “minaccia” ogni qualvolta si parla di Lowbrow e mi riesce difficile capire perchè. Qui non si tratta di un trend (è da molto tempo che questa galassia serpeggia ai margini del sistema artistico)). A proposito e da quando il Pop SUrrealism sarebbe diventato un sistema? Credo che si tratti di un’affermazione avventata. Il potere, caro davide sta da un’altra parte, così come l’establishment. La contrapposizione come attitudine, atteggiamento, che tu introduci con il tuo intervento ci riporta alla solita logica binaria. Aut aut, destra-sinistra, concettuale-pop,mainstream-underground, slow food-fast food e via… La contrapposizione, a cui pure Williams è ricorso, non gli ha impedito di partecipare come curatore e artista alla biennale del Whitney di Bonami. Le contrapposizioni in Italia suona sempre come qualcosa che ha piuttosto a che fare con feudi e feudini. La difesa che ogni critico fa del proprio territorio culturale. Ma questo non è dibattito, è la solita guerra di potere. A me non importa se sorge un’arte opposta a quella Lowbrow. Mi auguro che ci siano sempre nuovi avvicendamenti e fusioni. Quello che so è che l’energia Low (new)Brow è qualcosa di palpabile, è qualcosa di significativo e forte che lascia un segno nella storia delle evoluzioni artistiche contemporanee. Non si può dire altrettanto di molte forme espressive che riflettono i trend del momento. Williams dipinge e customizza macchine dagli anni Sessanta, con o senza il beneplacito del sistema delle fine arts. Certe espressioni restano in virtù della loro necessaria energia.
cara Margaretha, uno lo hai beccato:
infatti, quando Jonathan Levine ( quello dell’articolo del NY times di qualche commento fa) mi ha chiesto di scegliere 2 altri artisti da affiancare al mio lavoro per un three person show nella sua galleria ad aprile ho chiamato, oltre a Eric White, Fulvio di Piazza che ha incontrato immediatamente il suo favore.
Non capisco perché negli articoli si parla di economia e nei commenti di arte e cultura.
“Non capisco perché negli articoli si parla di economia e nei commenti di arte e cultura.”
semplicemente perchè i due mondi sono stati separati alla nascita.
c’è un arte che si è deciso che faccia cultura e ….
c’è un arte che fa mercato.
Questa separazione ha funzionato fino a quando questa crisi non ha messo in luce l’inconsistenza dell’arte della cultura che rimasta senza fondi non sa più come sopravvivere e non ha più niente da rubare.
Ecco perchè questo spostamento di massa verso l’arte del mercato.
Un anno fa, non avresti sentito gli stessi commenti positivi verso la Lowbrow.
ciao Ivan, in realtà mi riferivo alle argomentazioni di Verlato secondo le quali internet sarebbe la garanzia del successo di questo tipo di arte e insieme la condanna di concettuale, relazionale, sensoriale (in senso esteso) ecc. Inoltre facevo riferimento ad un mio post precedente in cui auspicavo maggiore attenzione per l’Europa ed il “suo” new brow (anche se non si chiama così) ed in generale per tutte le pulsioni underground che non si riconoscono in queste opposizioni manichee e che creano percorsi individuali e collettivi assolutamente trasversali (qui forse può entrare un discorso legato ad internet come serbatoio di input). Comunque non sarà “sistema”, ma di certo sta diventando una fetta significativa del mercato e allo stesso tempo si nota una progressiva istituzionalizzazione dei suoi padri nobili. Ecco perché è già ora di guardare oltre e trovare nuove energie.
“a parte questo, è curioso che la discussione prosegua una in cui Serafini lamentava l’imperialismo culturale statunitense che, a suo dire, avrebbe imposto la non-objective art. Si tratta di un’argomentazione diffusa fra quanti lamentano lo strapotere (?) dell’arte concettuale.”
Ogni volta che faccio un riferimento alle decine di miliardi di dollari offerti “generosamente” alle fondazioni che controllano l’arte, tutti girano la testa dall’altra parte, le discussioni si spostano… Fa comodo a tutti tirare in ballo il “mercato” ed ignorare la vera fonte del sistema. Ormai sono rassegnato, anche la Polveroni si è chiusa nella omertà quando ho tentato di farle una semplice domanda sulle fondazioni.
Per quanto riguarda la rete, lo strapotere del sistema non regge alla rete, d’altronde i peggiori sistemi dittatoriali sono minati dal web, perché dovrebbe essere diverso con il sistema artistica?
equiparare il sistema delle fondazioni ad uno stato dittatoriale rivela meglio di ogni mia argomentazione quanto di ideologico ci sia nei discorsi di Serafini. Le fondazioni hanno difetti strutturali evidenti, legati alla mancanza di professionalità, alle derive soggettivistiche ed a interessi particolari. Tuttavia hanno spesso finanziato progetti artistici slegati dalle urgenze del mercato (in grande, ciò che fanno certe associazioni coraggiose).
In ogni caso ho fatto precedentemente riferimento ad una collezione in particolare, legata all’industria del tabacco. Lì si sollevavano un po’ di dubbi su certi dogmi (alla gente comune piace il figurativo, agli intellettuali l’astrazione ed il concettuale), come mai non ha risposto Serafini?
Sul web: certo che è uno strumento di democrazia e diffusione di idee, ma da qui ad affermare che veicola meglio il low brow e quindi determinerà il gusto futuro ce ne passa eccome!!!
Caro Pairone, prima di tutto ho risposto immediatamente alla tua domanda sulla azienda del tabacco, ho citato l’Altria group.
Per il resto non c’è nessuna ideologia nel valutare le cifre, basta paragonare l’ammontare del capitale messo a disposizione delle fondazione e il capitale messo in movimento dal mercato. Se il mercato muove da 3 a 10 volte meno denaro delle fondazioni è facile fare una semplice deduzione. Senza contare che le fondazioni condizionano in gran parte il mercato…
Per tornare alla Lowbrow, le “lowbrow” sono decine ed esistono da tempo, un Norman Rockwell o un Gil Elvgreen non hanno mai avuto un minimo di riconoscimento dal sistema, anche la Lempicka è sempre rimasta ai margini e guardata con sospetto.
Il sistema artistico è stato un sistema dittatoriale e nepotista, si può dimostrare facilmente, e non basta la timida apertura di questi ultimi anni per smentirlo. Perché gli ex amanti della Peggy sono diventati i grandi geni dell’arte? Oggi certi 35 enni diventano grandi curatori…
Voglio ricordare l’esclusione ideologica ed arbitraria di Freud dalla passata biennale di Venezia da parte di Bonami.
Per chi si volesse rinfrescare la memoria:
http://video.google.com/videoplay?docid=5165120081977755811#
chiedo venia ma non trovo nessuna risposta al link che postai giorni fa. Ma non importa, perché anche quest’ultimo mio intervento viene ignorato nel merito: senza le fondazioni non esisterebbero progetti artistici che hanno fatto la storia, né collezioni che testimoniano percorsi significativi. Non è un sistema perfetto, ma da chi vorreste far gestire il transito dal mercato alla musealizzazione? A Telemarket?
L’arte è vissuta benissimo senza le fondazioni (e senza telemarket) per 15 mila anni. È facile dare un valutazione artistica gloriosa, significativa e meritevole quando uno se le canta e se le suona da solo. Per il mio parere l’arte promossa da un secolo dalle fondazioni non ha più valore di telemarket o Vanna Marchi. Il sistema americano delle fondazioni è basato sugli sgravi fiscali della legge 501c3 che permette alle multinazionali e ai loro dirigenti di non pagare le tasse sul redito. Se a loro fa comodo portare Rothko o sua zia a 200 milioni di dollari, lo fanno. Non mancano i critici e curatori pronti a giurare il vero per un tozzo di pane. Ora questo continuo presentare le fondazioni come i salvatori dell’arte disinteressati non se ne può più. Tanti soldi investiti sono lì ne per caso, ne per bontà. Almeno che qualcuno non creda nelle favole.