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Mentre ancora si temporeggia su “quisquilie” come la nomina del direttore per le Arti Visive, la cronaca biennalesca non manca di concentrarsi su schermaglie di carattere generale. Stando a quanto scrive il quotidiano La Nuova Venezia, le ultime riguarderebbero alcuni input indirizzati dal ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi al presidente della Biennale Paolo Baratta.
“Per la prossima Biennale Arti Visive del 2011 – cita il giornale fra i desiderata ministeriali -, quando scatteranno le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, l’ex Padiglione Italia ai Giardini ora ribattezzato Palazzo delle Esposizioni torni al vecchio nome, per ospitare così la selezione degli artisti italiani che sarà fatta dal nuovo commissario Vittorio Sgarbi”.
Ora, è del tutto evidente che il Padiglione Italia come era stato pensato 100 anni fa è oggi patetico e ingiustificabile come spazio per una unica partecipazione nazionale. Non si capisce il motivo per cui l’Italia – paese che ha un peso artistico internazionale pari o ben inferiore a Francia, Spagna, Germania, Regno Unito e Stati Uniti – dovrebbe avere uno spazio dieci volte più grande dei suoi partner.
Si tratterebbe di un atto di imperio ridicolo e provinciale, che eroderebbe spazi alla Mostra Internazionale la quale finirebbe confinata negli spazi dell’Arsenale. Come ridicolo e ignobile è il tentativo, malcelato e reiterato, di smontare l’eccellente lavoro che il presidente della Biennale Baratta ha portato avanti in questi anni dando un assetto stabile e credibile a tutta l’istituzione. Lo stesso ex-Padiglione Italia, oggi Palazzo delle Esposizioni, è un ottimo esempio di riqualificazione: oggi è uno spazio espositivo moderno dotato di un bel bar, di un bookshop e offre alloggio, dopo anni, all’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC). Una riorganizzazione che ha contribuito al record di visitatori dello scorso anno e che ora si vuole rinnegare.
Del resto il presidente Baratta ha già risposto “diplomaticamente” all’imput, segnalando le difficoltà di un trasloco, con “un immediato dietro-front rispetto alla scorsa edizione, dopo aver fatto digerire a livello internazionale la novità”.
Tutte le persone che hanno a cuore le sorti della più grande istituzione artistica del paese, sono a fianco del presidente Baratta nel suo tentativo di resistere agli scempi che si profilano all’orizzonte dal fronte ministeriale, da quello regionale e da quello comunale. (m. t.)
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caro Massimiliano, per fortuna non sono d’accordo con te:
1. il motivo potrebbe essere che essendo il paese ospitante nessuno si sentirebbe “offeso” da una esposizione più importante quantomeno in termini di spazio.
2. partner di cosa? la Biennale non è una joint venture.
3. è giusto che la mostra “generalista” (passami il termine) sia raccolta in un’unica sede, perfetto quindi l’Arsenale.
4. il record di visitatori non deriva dal bookshop o dalla caffetteria ma dal fatto che la Biennale e l’art contemoranea ricevono un’attenzione da parte della stampa sempre crescente,
comunque fa sempre meno spettatori di un weekend del cinepanettone.
5.l’estero la novità l’ha digerita in fretta, la novità vuol dire che il padrone di casa si spara nel piede…qui è stata accettata molto ma molto meno dagli addetti ai lavori.
Dicevo per fortuna, perchè possiamo così avere un incontro dialettico, che è quello che drammaticamente manca all’arte di questi ultimi tempi, infestata solo da polemica e omertà
“Si tratterebbe di un atto di imperio ridicolo e provinciale, che eroderebbe spazi alla Mostra Internazionale la quale finirebbe confinata negli spazi dell’Arsenale. Come ridicolo e ignobile è il tentativo, malcelato e reiterato, di smontare l’eccellente lavoro che il presidente della Biennale Baratta ha portato avanti in questi anni dando un assetto stabile e credibile a tutta l’istituzione”, SANTE PAROLE!
E io sono in parte d’accordo con l’amico che scrisse il primo messaggio. E’ stato un poderoso autogol confinare all(a fine del percorso dell)’Arsenale il Padiglione Italia, Paese ospite e che quindi può concedersi il lusso di pretendere almeno una posizione meno confinata. Mentre preferisco senz’altro che il Palazzo delle Esposizioni continui a esporre la mostra curatoriale, che l’anno scorso era di rara chiarezza intellettuale. Finalmente ho visto (a parte le mai troppo rimpiante Biennali di Szeemann) dopo anni un progetto con un senso compiuto. E, secondo me, anche la planimetria del sito contribuì. Perché Bondi non chiama il Piano per costruire con urgenza un padiglione nuovo tutto per noi?
grazie Massimiliano, come sempre per la puntualità della tua notizia, cosa possiamo fare per evitare l’ennesima figura di cioccolatai a livello internazionale, e tornare indiero di 80 anni? Che tipo di mobilitazone potrebbe bloccare questa insana pensata e venire in aiuto a Baratta? Io sono disponibile nel mio piccolo.
E se ripensassimo le sale regionali del 1901?
Pienamente in sintonia con le parole di Giampaolo Abbondio, ottimo gallerista in una Milano che fatica a trovare il giusto assetto istituzionale del suo panorama urbano.
Vogliamo sottolineare il fatto che qualsiasi paese ospitante, in una logica d’equilibri che si rispetti, darebbe maggior spazio al proprio panorama creativo? Cosa ci sarebbe di provinciale se si facesse un grande progetto italiano nel padiglione italiano? Cosa ci sarebbe di sbagliato se si raccogliesse una grande mostra internazionale nell’intero Arsenale?
Molto facile la critica esagitata sotto nickname, decisamente più complesso un ragionamento senza ideologie e dogmatismi, capace di valutare le opere nel loro pieno valore, senza preconcetti e strumentalizzazioni.
La Biennale nasce a Venezia, è cosa italiana. Il padiglione nasce per l’arte italiana. Il centenario ci riguarda. Siamo i padroni di casa. Dov’è lo scandalo?
Anni fa dal padiglione italiano furono esclusi gli artisti italiani per volere di curatrici spagnole. Vigliamo continuare a farci del male?
Sarebbe più elegante e anche sensato che un padiglione italiano non ci fosse proprio.
Non è forse la Biennale di Venezia il ‘mondiale’ dell’arte? E non sono sempre un po’ tristi, ai Mondiali, le vittorie delle squadre ospitanti?
A me il padigione nazionale della nazione ospitante fa l’effetto delle targhe in ottone apposte sulle porte degli appartamenti.
Più chic incontrarli nella mostra internazionale, gli italiani che ‘giocano in casa’.
Credo che la problematica del dove e delle decisioni, corrette o scorrette, eticamente o politicamente sul padiglione Italian sia una digressione dalla prima urgenza biennalistica italiana… la curatela…del bello Sgarbi.
questo macro padiglione, in sè obsoleto, magniloquente e dispervamente vasto per ospitare un’unica presenza nazionale, si troverà ad albergare la curatela del ciuffo Vittoriano mediatico… in sè una gran disgrazia.
Vista l’ineluttabilità di questa imminente sciagurata congiuntura possiamo solo pregare.
L’Italia certo non dovrebbe proseguire la sciocca politica understatement e politicamente umiliante, che l’ha relegata dietro la lavagna dell’evento veneziano; deve certamente ritrovare la propria dignità, non per il suo essere imperioso paese “ospitante” (da decenni la Biennale è un evento collettivo internazionale) ma semplicemente al pari delle altre nazioni.
Dunque: nei giardini e con una collocazione consona.
La remota possiblità di un nuovo padiglione italiano ad hoc, pare di questi tempi un’oniri ca aspirazione… e francamente, visti alcuni esiti e programmatici scempi di architettura recente italiana o straniera in Italia, proprio una cotale opportunità potrebbe rivelarsi un disastroso, ennesimo monumento al malgusto e all’impraticabilità ergonomica e utilitaria.
Forsa, ma questa è solo una mia modest proposal e certo NON una soluzione, si potrebbe pensare di destinare all’Italia, come proprio padiglione, tutta la zona superiore dell’ex padiglione Italia, prevedendo una buona personale nello spazio centrale combinata ad altre scelte negli spazi laterali… Poi, con una separazione dovuta, affidare la parte restante ad una cura esterna.
Per altro la frammentazione di questi spazi non ha mai favorito la fruizione di alcuna mostra, spesso rivelandosi un dedalo di possibilità mancate per eccesso di metratura o vice-versa.
salvo il corretto intervento recente di Nathalie D., la mostra di Twombly e di kentridge a loro tempo, con questo specificando che gli sapzi di cui parlo sono i più semplici.
Un ulteriore problema si pone: Ma cosa ci si metterebbe in questo immenso cenotafio…
questo è il grave quesito: chi sarebbero tutti questi artisti italiani a cui destinare l’immenso, oppure chi mai meriterebbe in modo organico l’intero padiglione per sè?
Vittori deciderà… e temo che questa dovrebbe essere la nostra reale preoccupazione- dopo la mortificante esperienza della passata biennale delle Beatrici, quale affilata arma ci pende sul capo?
un saluto dall’inginocchiatoio su cui resto in ginocchio a pregare.
Billybud
mi verrebbe da dire che forse il problema sta nel contenuto e non nel contenitore……..