15 ottobre 2010

Da Londra: il meglio di Frieze? C’è anche un po’ d’Italia…

 

di

Nathalie Djurberg
L’opera più intelligente di Frieze? Me as warhol in drag with scar, di Gillian Wearing, nello stand di Maureen Paley. Il meglio nello Sculpture Park di Regent’s? Untitled di Franz West, by Gagosian Gallery.
Opinioni soggettive, assolutamente confutabili, utili semmai a livello di segnalazione, o per dare un’idea da verificare e magari rinnegare. A fornirle è Ben Luke, critico dell’Evening Standard, il freepress attualmente più cool di Londra, che ha dato “i voti” dopo un primo giro alla fiera in occasione della preview.
L’opera più “colourful”? Trump, di Chris Ofili, da David Zwirner, mentre per l’artista più divertente – David Shrigley – bisogna cercare lo stand della Stephen Friedman Gallery. Il più caro? Damien Hirst, of course, anche se il suo The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths (2006) White Cube l’ha venduto subito, per 3.5 milioni di sterline. Tocca invece ad Hauser & Wirth la “corona” dell’opera più impressionante e fastidiosa della fiera, Lingam, di Berlinde de Bruyckere.
Ma insomma, cosa bisogna assolutamente vedere a Frieze? In calce al divertente articolo, non manca la Top Ten, con una piacevole sorpresa tricolore. Fra i nomi consigliati, da Jessica Dickinson ad Annika Strom, Tacita Dean, Francis Upritchard, Sarah Lucas, Juan Uslé, Matthew Darbyshire, Gavin Turk, Gary Hume, compare anche quello di Nathalie Djurberg, da cercare nello stand di Gio Marconi…

[exibart]

21 Commenti

  1. : ) siete proprio simpatici. Djurberg è evidentemente un nome italiano. Da londra vi posso assicurare che dal mio giro coolcool
    tacita dean ha degli orecchini italiani comprati a San Giminiamo e che Paolo Zani si è portato dall’italia delle pizzette a forma di cuore che mangia nelle pause pranzo. C’è molta italia in questa fiera.

  2. caro luca rossi
    ma perchè non fai anche delle foto e po inon pubblichi un bel novella2000 dell’arte.
    alla fine a questo si riduce la nostra meravigliosa italia.
    complimenti per l’attenzione ai particolari.
    sei veramente l’artista più coolcool che abbiam

  3. A mio avviso se l’Italia non c’è in questa fiera noiosa e conservatrice dovremmo solo essere felici, a mio avviso. Infatti la mia impressione è che anche le gallerie italiane si siano adeguate un po’ alla fiacchezza generale.
    La galleria più interessante è moscovita, una che davvero mi ha fatto valere la pena della mezz’ora di fila sotto la maledetta drizzle inglese..

  4. Io non starei a contare quanto ITALIANi ci sono; neanche fossimo alle olimpiadi di mussolini. “Esserci” oggi non significa gran chè; molto più difficile (ed è per questo che molti evitano di parlarne) è una semplice analisi dei contenuti.

    Rosa Barba focalizza e approfondisce una certo feticismo del proiettore. Dire quasi un ‘ossessione dove il contenuto video appare come un clichè prevedibile, spesso quasi in secondo piano. C’è quasi un facile nichilismo che gioca nel mettere in discussione il solito proiettore vintage. Questi lavori sono i fratelli del recupero dai mercatini: le decine e decine di artisti che intervengono su foto in bianco e nero; quelli che passano le residenze nel cercare mobili e libri usati, eccetera.

    Certe cose però non si possono dire perchè c’è un sistema di gusto e di mercato che vive sopra una Fede, una certa religione dell’arte contemporanea. E come per tutte le religioni ci sono i tabù.

    Anche Fujiwara con questo progetto degli scavi sotto Frieze non ha convinto. Lo scavo archeologico come ready made. Praticamente un set da film perchè è tutto dichiaratamente fiction. Le propaggini pop degli anni 90 in chiave archeologica; non a caso sembra quasi il continuum del trailer strapop di francesco vezzoli sulla vicenda dell’antico romano Caligola.

    Forse l’arte, in questa fase storica, non ha bisogno di bugie, ma di autenticità..quanto meno per contrapporsi alla diffuse pratiche di finanza creativa che gonfiano illegalmente i titoli. E se proprio si decide di essere cinici, quanto meno per il gusto di andare contro corrente.

  5. L’analisi e la pratica di luca rossi risulta, purtroppo, inadeguata nel decodificare il contemporaneo

    È inefficace l’utilizzo di un linguaggio logoro e massimalista come quello dei media nella critica delle operatività altrui e nella valorizzazione del proprio “fare”. L’affannarsi di rossi pare gratuito, insincero, come le mille declinazione feticiste dei colleghi italiani (e stranieri). Il be stupid/cretinismo da spot diesel, il superficiale raffronto con le dinamiche finanziare, la crisi come opportunità, la ricerca di dialogo, sono tutte forme di linguaggio che informa grossolanamente un metodologia che sopravvive a se stessa, una metodologia stanca e stancante che oramai continua ad esplicarsi esclusivamente in quanto ineffabilmente riconosciuta.

    Come avanzare critiche ai famigerati CONTENUTI (rassicuranti/…) quando, talvolta fiaccamente, si ripresentano specifiche pratiche fine anni sessanta incentrate sulla distanza e sull’”occupazione fantasmatica degli spazi” (mail art + caderè & C.+ …)?

    Come avanzare critiche ai famigerati CONTENUTI quando s’adottano pedissequamente tattiche degli anni novanta nel tentativo di creare/mantenere una salutare distanza dal sistema attraverso l’ennesimo nome multiplo (Luther Blisset, ….), l’onnipresente blog (pino boresta, pesce…) e alla convenzionale collaborazione con “operatori amici” (l’assenza di critiche al format trussardi della biennale di carrara, la dialettica rassicurante e conformata con flash art, …)

    L’attaccamento di rossi alla propria maschera (pseudonimo/blog) è feticismo come è feticismo l’uso dei proiettori vintage di barba. Rossi ha lottato e ottenuto un paradossale riconoscimento da parte di certi operatori: questo ha comportato un suo prematuro fossilizzarsi entro le proprie inoffensive intuizioni iniziali. Gli stessi meccanismi di normalizzazione/omologazione indifferentemente attivi sui giovani artisti nostrani (e non), agiscono in una modalità inversa sulla critica, sulla creazione e sulla veicolazione di contenuti da parte di rossi: il blog, i commenti, i “lavori”, risultano il consueto e blando specchio deformante di determinate _ ed “eccellenti” _ realtà d’arte contemporanea italiana.

    Rossi sarebbe veramente cretino se si lasciasse tutto alle spalle.
    Rossi sarebbe veramente cretino se maturasse una sana e proficua distanza, praticando una critica che eludesse la castrazione del riconoscimento da parte del sistema: basta con la ricerca di un modesto dialogo, il blog alla C., le autointerviste anni sessanta, l’incensarsi con i soliti nomi…

  6. @jn: Il tono è sicuramente credibile ma i contenuti non sono corretti. Non mi pongo programmi “politici” da realizzare a priori. Purtroppo cerchi di interpretare in base alle tue fissazioni e ossessioni (ricerca del riconoscimento ma critica ad un sistema che te lo nega, vero jn?).
    Comunque.
    Se il mezzo è il messaggio, non credo che gli artisti da te citati abbiano mai potuto usare il mezzo del blog. Come ti avevo già scritto confondi l’informazione con la mail art (pratica orribile). Come se il comunicato stampa che mi arriva da Peep-hole significasse che Peep-hole voglia fare mail art. Confondi l’informazione con la realtà: mai occupato spazi illegalmente, scrivo solo un blog e mi muovo solo per fare lo spettatore. Ma evidentemente è troppo grande la tua foga nello screditare colui che, ai tuoi occhi, ha raggiunto l’agognato riconoscimento. Ripeto per l’ennesima volta: non aspiro al ruolo di artista nei termini tradizionali. Ci sono ruoli molto più stimolanti e soddisfacenti, e certamente non necessitano di tutte queste elucubrazioni programmatiche.

  7. Rossi programmaticamente distorce ed elude le critiche che gli si avanzano (il che è molto smart e poco cretino):

    si è scritto d’occupazione fantasmatica degli spazi e non d’illegalità
    (nel lavoro di caderé, inoltre, il ruolo dell’artista e dello spettatore paradossalmente coincidevano:
    come nell’attuale lavoro della anonimo C. _ il quale tira in ballo tutta la retorica del superamento del ruolo tradizionale dell’artista, complementarità al sistema, ecc. _)

    sono una pletora gli artisti che usano il blog in una modalità ossessivo-compulsava/feticista, alla rossi, ponendosi come inefficace critica _dialettica_ al sistema: i giovanissi russi del “gruppo” Provdo, buck naked, alla lontana boresta, pesce, ecc

    mail art: l’invio di email ad operatori (de carlo, gioni; ecc.) per comunicare mostre complementari e/o azioni enigmatiche/altro pare un infruttuoso proseguimento di pratiche para-epistolari affermatesi negli anni sessanta.

    La distanza e l’autonomia dell’operazione del nome multiplo/blog sono evidentemente millantate:
    rossi è vittima degli stessi meccanismi di vuoto retorico nella veicolazione della propria critica e del proprio lavoro che imputa ai giovani artisti italiani e stranieri. (vd linguaggio smart diesel, la crisi come opportunità, ecc. + acriticità verso taluni “operatori amici”)

    è interessante l’interpretazione di rossi di una critica argomentata verso la sua operatività come finalizzata ad suo SCREDITAMENTO ed “invidiosa”: come si può screditare colui che non “ambisce ad un ruolo tradizionale dell’artista”?

    L’attaccamento di rossi alla propria maschera (pseudonimo/blog) è feticismo come è feticismo l’uso dei proiettori vintage di barba.

  8. @J: stai portando la discussione fuori tema.

    Nessuno ha mai detto di essere “cretini” anche perchè il solo imporselo significa non esserlo più. Piuttosto agire secondo urgenze reali.

    Caderè abbandonava oggetti nello spazio espositivo. Non riusciva a resistere all’attrazione dello spazio; agiva da artista che in punta di piedi voleva mostrare la sua opera.

    Molti artisti usano il blog e internet. Recentemente anche Luca Trevisani. Ma il blog in questi casi diventa una sorta di sito promozionale, un’opera di web art, un appoggio all’attività classica. In Rossi invece il blog è un principio regolatore della realtà che agisce nello spazio (luoghi reali) e nel tempo (anche in modo retroattivo). Allo stesso tempo viene gestita realmente la distanza dal museo o dalla galleria. Cito dal blog:” Mi sembra più interessante arrivare alla mostra in un momento diverso dall’inaugurazione”.

    mail art: se ragioni così ogni galleria o museo farebbe mail art. Nel caso a cui fai riferimento il contenuto della mostra è I’m not Roberta e l’opera non era presente nella mail, ma nella realtà. Quindi non è mail art. Nel caso di Rossi la mail ha solo scopo informativo.

    Il nome Luca Rossi non mi sembra multiplo (anche se molti lo vestono). Ma questo è un fatto incontrollabile e autonomo. Si continuano a confondere gli strumenti con i contenuti. Il comunicato stampa e le foto della mostra con la mostra reale. Si confonde la cornice con il contenitore del quadro.

    Se Rossi fosse attaccato alla propria maschera avrebbe scelto un nome più esotico e cercherebbe di osteggiare coloro che commentano a suo nome.

  9. – L’attaccamento di rossi alla propria maschera (pseudonimo/blog) è feticismo come è feticismo l’uso dei proiettori vintage di ROSA BARBA. –

    L’operazione di rossi fa coincidere inevitabilmente il mezzo con il contenuto. Il blog e le email sono strumenti che falliscono nel creare e mantenere una distanza dal sistema di cui ci si vorrebbe complementare. Le email, (e nella versione malamente aggiornata, il blog), sono l’ennesima stanca riproposizione di problematiche di fine anni sessanta in cui s’apportava uno spostamento dall’oggettualità dell’opera verso una sua diluizione nella “publicity”. Alla fine degli anni sessanta si utilizzavano cataloghi, articoli/inserzioni, LETTERE, bollettini (pure fantasmatici), Rossi e una serie sterminata di giovani artisti, utilizzano le email ed il blog in modalità velleitariamente autosostenibile (i russi Provdo, buck naked, garga ti, jacopo dell., ecc.). Le modalità d’interazioni del blog con la realtà delle gallerie/musei, di tutti i soggetti citati, quasi fossero interscambiabili uno con l’altro, si fondano sull’agire repentinamente, da un presunta distanza, entro coordinate spaziali/temporali anomale rispetto le consuetudini espositive. (7-8 anni fa, nei soliti USA, l’ennesimo x decideva d’aprire un blog, e fare tutto ciò che rossi realizza oggi _ forse con meno foga argomentativa e meno citazinista_: intere mostre tenutesi al moma negli anni 50 alterate, il castelli anni sessanta… )
    L’apparenza di non promozionalità di whitehouse è un abbaglio: per le finalità di un operatore come rossi, strumenti di critica massimalista verso i colleghi ed azioni/comportamenti falsamente discordanti verso il quieto vivere del sistema sono funzionali al raggiungimento di un’omologante autorevolezza (contributi su flash art interscambiabili con trevisani/altri, acriticità verso “operatori amici”, ecc). In questo si rileva un anacronistico tatticismo molto anni novanta.

    Caderè: si confonde la pretestuosità della sbarra con l’introduzione di una dimensione immaginifica nella partecipazione/esclusione alla programmazione/sistema del tempo (la cui conseguenza era un parziale disvelamento delle dinamiche psicologiche e di potere nelle sedi espositive/altro).

    Con il “be stupid diese”l, la “crisi come opportunità”, superficiali parallelismi tra arte e alta finanza, l’utilizzo d’argomentazione imperniate sull”’URGENZA REALE” della propria operatività, ecc., si rossi manifesta un uso del linguaggio logoro ed appiattito su codici comportamentali/… del decennio scorso (l’ennesimo studente del corso di X., che si pone su una dimensione non criticabile, l”’urgenza”, la “necessità” del fare… con tanto d’ennesima citazione di agamben e virilio)

  10. – L’attaccamento di rossi alla propria maschera (pseudonimo/blog) è feticismo come è feticismo l’uso dei proiettori vintage di ROSA BARBA. –

    – quando vedo un giovane rideclinare una maestro finisce che mi rallegro, anche se ripeto che si tratta di un’occasione mancata. – rossi

    è buffo scrivere di giovani artisti che declinano le intuizioni di maestri novecenteschi, quando s’ adottano strategie e tattiche da fine anni sessanta (mail art, occupazione fantasmatica degli spazi, demifisticazione dell’opera feticcio + parziale diluizione del “lavoro” nell’informazione, ecc.) e anni novanta (nome multiplo, infiltrazione “opportunista” in magazine specializzati, ecc.)

  11. Il problema è che questo fantomatico “@” non ha visitato e non parla nello specifico di progetti come I’m not Roberta, Giorgio II o Gost Track. Ma penso anche a One Calder, Expectation, De Carlo 2009 o Yes medio XXX a Palazzo Vecchio. C’è la foga di sminuire e liquidare velocemente luca rossi, evidentemente perchè si teme luca rossi. Molto più rassicurante essere tutti mediocri: ” mal comune mezzo gaudio”. Questo è tipico italiano.

    E come dire che una bravo fotografo copia da artisti degli anni ’60 perchè usa la fotografia. Nel blog convergono tutti gli elementi del sistema, il punto è nei contenuti specifici. Inoltre la dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. Rossi è soprattutto uno spettatore che scrive un blog. Il suo ruolo mi sembra quanto meno originale.

    Poi è molto interessante la responsabilità che viene data allo spettatore. Caro @ tu non puoi giudicare perchè non puoi essere spettatore fino in fondo. Stai giudicando da casa tua inchiodato al tuo computer. E questo mi sembra un antidoto a questa fase storica, senza però perdere una dimensione pop.

  12. -Nel blog convergono tutti gli elementi del sistema, il punto è nei contenuti specifici. Inoltre la dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. – francesco m.

    I blog citati, alcuni da quasi 8 -9 anni, fanno coincidere ogni ruolo del sistema nel blog stesso: spettatore, critico, curatore, gallerista, artista, in modalità più meno evidenti e smart, tentando di creare e mantenere un’autonomia e una complementarità dal sistema. (Forse questi bloggers tendono a smarcarsi con maggiore sincerità, rispetto a rossi, dai parametri novecenteschi di originalità/innovazione e dalle trite dinamiche di riconoscimento nel riferirsi alla propria ambigua e non programmatica operatività). (Per individuare poi questa coincidenza di ruoli, è semplicemente risalire ad alcune pratiche paraconcettuali della fine anni sessanta e/o seguire le vicende “personali/professionali” di alcuni protagonisti della scena new yorkese del tempo _ es. Ko. O Si.)

    È assolutamente superfluo riferirsi ai specifici progetti di rossi in quanto, come molteplici colleghi contemporanei _ e predecessori degli anni sessanta _, queste operazioni vivono come frammentazione dell’opera nell’informazione, come una moltitudine di segni cangianti e continuamente manipolabili nel blog. (L’argomentazione/critica lineare e puntale circa i “lavori” di un nome multiplo _ rossi, provdo, Jacopo dell. _ non né auspicabile né corretta. Le contingenze dei lavori di rossi (de carlo, gioni, new museum, ecc) sono un estenuantemente declinazione di un linguaggio intrinsecamente rassicurante, essendo strutturato entro anacronistiche coordinate oppositive: vecchio/nuovo, identità/anonimato, successo/fallimento, fruizione tradizionale della mostra/fruizione innovativa della mostra, CHIAREZZA/AMBIGUITÀ, ecc. Forse il rifiuto del dialogo, una delle _ ecumeniche_ finalità dichiarate da rossi, _ ma opportunamente smentibile con modifiche retroattive ai testi del blog, forse il rifiuto del dialogo è una scelta dolorosamente produttiva nella creazione di una distanza/complementarità dal sistema).

  13. dimensione del blog è assolutamente originale se partiamo dal presupposto che il blogger-rossi veste ogni ruolo del sistema. I blogger citati non hanno questa consapevolezza: o sono artisti o sono critici. – francesco m.

    I blog citati, alcuni da quasi 8 -9 anni, fanno coincidere ogni ruolo del sistema nel blog stesso: spettatore, critico, curatore, gallerista, artista, in modalità più meno evidenti e smart, tentando di creare e mantenere un’autonomia e una complementarità dal sistema. (Forse questi bloggers tendono a smarcarsi con maggiore sincerità, rispetto a rossi, dai parametri novecenteschi di originalità/innovazione e dalle trite dinamiche di riconoscimento nel riferirsi alla propria ambigua e non programmatica operatività). (Per individuare poi questa coincidenza di ruoli, basta risalire semplicemente ad alcune pratiche paraconcettuali della fine anni sessanta e/o seguire le vicende “personali/professionali” d’alcuni protagonisti della scena newyorkese del tempo _ es. Ko. O Si.)

    È assolutamente superfluo riferirsi ai specifici progetti di rossi in quanto, come molteplici colleghi contemporanei _ e predecessori degli anni sessanta _, queste operazioni vivono come frammentazione dell’opera nell’informazione, come una moltitudine di segni cangianti e continuamente manipolabili nel blog. (L’argomentazione/critica lineare e puntale circa i “lavori” di un nome multiplo _ rossi, provdo, Jacopo dell. _ non né auspicabile né corretta. Le contingenze dei lavori di rossi (de carlo, gioni, new museum, ecc) sono un estenuante declinazione di un linguaggio intrinsecamente rassicurante, essendo strutturato entro anacronistiche coordinate oppositive: CONSAPEVOLE/INCOSAPEVOLE, vecchio/nuovo, identità/anonimato, successo/fallimento, fruizione tradizionale della mostra/fruizione innovativa della mostra, CHIAREZZA/AMBIGUITÀ, ecc. Forse il rifiuto del dialogo, una delle _ ecumeniche_ finalità dichiarate da rossi, _ ma opportunamente smentibile con modifiche retroattive ai testi del blog, forse il rifiuto del dialogo è una scelta dolorosamente produttiva nella creazione di una reale distanza/complementarità dal sistema).

  14. @note: non sono d’accordo. Io credo che tu confonda la dimensione comunicativa con le proposte concrete di Whitehouse. Ogni galleria, museo e spazio no profit ha la stessa struttura di Whitehouse, non c’è niente di nuovo. Semplicemente Rossi esorbita questa struttura. Per restare ad un confronto recente: le esperienze di spazi no profit come brown o mars sono esattamente come Whitehouse. Invece di una persona si tratta di 3/4 persone che vestono tutti i ruoli. Lo spazio reale può essere ovunque o anche implodere in un una sola foto di documentazione. Però ripeto, questo non è per nulla originale. A mio parere sono molto più interessanti i progetti specifici.

  15. Rossi sei tutto fumo e niente arrosto, parli di convergenza di tutte le figure professionali su un blog, ma tu sei il primo a distaccarti ipocritamente dal blog dicendo agli altri che giudicano inchiodati al computer.
    La realtà è che per ora hai solo mandato alcune mail e screditato altri artisti, se tu pensi che questi siano contenuti beh non lo sono, non basta far notare che in giro non ci siano contenuti per averne, né scrivere mail a gallerie e critici che anche nel caso ti rispondessero è solo perchè li conoscevi a monte della tua pantomima, inutile dire che è tutto legato alle pr e fare finta di disprezzarle quando tu sei il primo che le usa in modo ipocrita. @ ha ragione ed è stato molto lucido e colto nella sua analisi, mi spiace per te

  16. Mi sono aggiornato ora sul confronto che mi riguarda ma che non c’entra con la notizia. Comunque.

    In questi mesi ho cercato di parlare delle opere, dei percorsi specifici di alcuni artisti, senza screditare, ma entrando nello specifico dei lavori e dei percorsi. Quello che in italia non fa nessuno perchè siete tutti collegati in un giochino ipocritca di compiacimento reciproco. Questo in uno stato di precarietà generale dove nessuno azzarda una critica perchè da quella persona potrebbe provenire il prossimo piccolo ingaggio. Il sistema italiano è troppo piccolo per scimmiottare il sistema internazionale. E questa carenza di confronto protratta negli anni è evidente nella sostanziale “eclissi degli artisti italiani nel circuito internazionale che conta” (cit. Pierluigi Sacco,2009, prima di Luca Rossi). Ma soprattutto nel linguaggio proposto in italia.

    Per le critiche: io uso la comunicazione come lo fanno decine e decine di gallerie, musei e privati. La mia proposta non si finalizza nella comunicazione ma è fruibile nella realtà o comunque in una dimensione “reale”. La comunicazione indica un contenuto; non capire questo significa guardare il dito che indica la luna. Significa cadere in una trappola. Oggi mi sembra tutto comunicazione prima e dopo di “essere reale”, e non ci vedo niente di male. Mi arrivano quotidianamente decine di inviti su Facebook per mostre e fantomatici artisti e ne sono nauseato. Dal grande museo fino a all’artista narciso sono tutti posti nel medesimo calderone comunicativo, si tratta di saper scegliere.

  17. Rossi -La mia proposta non si finalizza nella comunicazione ma è fruibile nella realtà o comunque in una dimensione “reale”. La comunicazione indica un contenuto; non capire questo significa guardare il dito che indica la luna.

    I “contenuti” di rossi sono pretestuosi ed inverificabili, essendo connotati da una rassicurante ambiguità che rende l’operatività dello stesso interscambiabile con la pletora di bloggers e di artisti fin qui citati. È impossibile porsi proficuamente sul “piano dei contenuti” con un nome multiplo _ rossi, Jacopo dell., ecc. _, data la fluidità del blog (“testi modificabili, ecc”), la schizofrenia dell’anonimato e la legittima eterogeneità dei fini che muovono coloro i quali, di volta in volta, indossano la maschera di rossi. La potenzialità del lavoro di rossi si è precocemente fossilizzato a causa di meccanismi di riconoscibilità (“continuo a fare quello che altri si aspettano perché …”) e per l’incapacità di portare fino in fondo la radicalità di certe (non originali) intuizioni iniziali (la distanza, un maccheronico solipsismo, ecc.).

    Ad un contesto artistico descritto come caratterizzato da sovraproduzione, interscambiabilità delle proposte e superficialità degli operatori e della fruizione, rossi si produce in un riflesso squisitamente novecentesco/modernista, tacciando i “competitors/colleghi” come “non abbastanza contemporanei” e/o “originali” rispetto ad un apparentemente monolitico sistema internazionale. Da qui struttura un’impalcatura discorsiva anni sessanta sul ripensamento/superamento della figura dell’arista, attraverso “lavori” che ridecodificano grossolanamente le coordinate ontologiche dell’opera/mostra _ quasi una sorta neo-neo-concettualismo lievemente naif_.

    È buffo che le analisi sul lavoro di rossi siano lette come una meschina reazione contestuale per il mantenimento dello status quo (“italici artisti lottano contro rossi per perpetuare la propria mediocrità”). Si sta facendo semplicemente esercizio di critica.

    È buffo pure come rossi si stupisca di un uso improprio di questo spazio (pare quasi invocare un intervento dall’alto per arginare analisi/critiche al suo lavoro).

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