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112 artisti invitati in rappresentanza da 45 Paesi, 34 sedi espositive e 9 progetti collettivi. Sono alcuni dei numeri dell’undicesima edizione della Biennale dell’Avana, che apre i battenti questo week end. Dal Gran Teatro de la Habana, fino al centro d’arte Wilfredo Lam, con i lavori, tra gli altri di Jorge Pardo, per poi passare alla mostra di Andres Serrano alla Fototeca.
Pablo Helguera invece è di scena alla chiesa di San Francisco de Paula, con “La exposiciòn bien temperada”, inaugurazione sabato pomeriggio, mentre domenica inaugurerà il Padiglione dedicato a Cuba, con le opere, tra gli altri, di Lia Chaia, Beatriz Lecuona y Óscar Hernández, Nury González, Grethell Rasúa, Aluán Argüelles e Humberto Vélez. Presentazione al Teatro Miramar anche dell’opera di Marina Abramovic ma soprattutto, aprirà la sede degli italiani in mostra, alla Galeria Galiano (per approfondimento si rimanda al Primo Piano firmato dal curatore della sezione Raffaele Gavarro).
Titolo di questa ultima edizione è “Pràcticas artisticàs e imaginarios sociales”, ovvero una relazione, anche oltre l’Atlantico, di come lo scenario contemporaneo si stia modificando e quali siano le sue rivelazioni, attraverso l’arte visiva nella sua dimensione di piattaforma di scambio e spazio sociale per la popolazione, intesa non come un “corpo teorico” o un’entità astratta, ma un pubblico che può esperire anche una dimensione simbolica della realtà attraverso l’arte. Una Biennale quasi sulla scia della kermesse berlinese, e di quello che sarà probabilmente Documenta e Manifesta, quasi che veramente lo spirito comune sia tornato a convogliare in una direzione comune più legata all’esperienza che non allo spettacolo o alle declinazioni di un’arte senza radici, puramente estemporanea.
Una manifestazione, L’Habana Biennale, fondata nel 1984, molto prima che nascesse il boom mondiale delle Biennali a metà degli anni Novanta. La sua prima edizione si è concentrata su artisti dell’America Latina e dei Caraibi che vi vivevano o vi avevano le loro radici sociali e culturali, mentre dalla seconda edizione l’attenzione è stata estesa per includere l’Africa e l’Asia, diventando così il luogo d’incontro più importante per gli artisti dei Paesi non occidentali.













