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Ha solo un anno di vita, ma ha già riqualificato il volto dell’Ospedale Sant’Anna e l’Istituto dei Sordi di Pianezza, a Torino. Una scarica di colore, in entrambi gli spazi, a cambiare la percezione dei luoghi di cura, e ad attivare un vero cambiamento dal basso, coinvolgendo attivamente professionisti e degenti e, nel caso di Pianezza, 100 giovani manager che avevano trasformato mille e 500 metri quadrati della struttura. Ma ora il Cantiere dell’Arte, il progetto ormai definitivamente nomade del Dipartimento di Educazione del Castello di Rivoli e della Fondazione Medicina a Misura di Donna, si sposta a Milano. In un “istituto di cura” per l’anima: il Teatro Ariberto, che il prossimo 21 settembre riprenderà la stagione, come spazio ex novo nel panorama dell’offerta culturale meneghina.
E non con un restauro casuale, ma con un intervento di Wall Painting che il Cantiere dell’Arte metterà in atto domani, dove un centinaio di volontari rimetteranno in scena il Centro Culturale Ariberto, da quasi 40 anni a due passi da Sant’Ambrogio e baluardo di una vita che passa da una palestra, la scuola, programmi di cineforum e, appunto, il teatro da 250 posti. Che da domani avrà uno spazio appositamente risemantizzato, con “Parole nuove”.
Sulle pareti dell’Ariberto, sulla scia dell’insegnamento di molti artisti del nostro tempo come Laurence Weiner, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Jenny Holzer, Alighiero Boetti, frasi e parole scelte dalle realtà culturali che animano il Centro prenderanno forma grazie ad un’azione di pittura collettiva, ideata e guidata dal Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli e capitanata da Chiara Continisio, docente all’Università Cattolica, tra le anime della programmazione del teatro: «Da oggi, vorremmo raccontare e sentir raccontare delle storie. Le parole sono pura energia e disegnano il mondo come vorresti che fosse; sono portatrici di esperienza e costruiscono la memoria; trasformano un edificio qualsiasi in un luogo dove le persone si incontrano e portano via emozioni, pensieri forse nuovi, inattesi. I nostri muri non avevano solo bisogno di essere puliti e ridipinti, ma di un nuovo significato, per accogliere, ispirare, richiamare e farsi ricordare. Le parole, si sa, comunicano, e comunicare vuol dire mettere in comune. Per questo vorremmo fare del Teatro Ariberto un bene comune». Perché il nuovo welfare italiano, e non smetteremo mai di dirlo, passa dalla cultura. E dalle idee dei suoi “partecipanti”.














