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L’attesa è già l’opera per Luigi Presicce, classe 1976, salentino doc, come il quasi compaesano Carmelo Bene, di scena ieri sera nello spazio interrato della Galleria Bianconi a Milano, dove dalle 19 alle 21 ha presentato L’invenzione del busto, primo e unico atto della nuova performance che s’inserisce nel ciclo intitolato Le storie della Vera Croce, ispirata alle vicende del Sacro Legno: un tema centrale nella storia dell’arte del ‘300 e ‘400 affrescato da Agnolo Gaddi (1350-1396) in Santa Croce a Firenze e da Piero della Francesca (1416-1492). Come altre precedenti performance dell’artista leccese anche questa prevedeva l’ingresso di uno spettatore alla volta che, fornito di un tagliando con un numero, come in banca, attendeva pazientemente l’entrata nel caveau della galleria. Ogni visitatore è stato accompagnato davanti alla scena da una “vestale” di nero vestita, concepita come una sorta di tableau vivant formato da tre personaggi -come vi avevamo anticipato in una news pochi giorni fa: il primo rappresenta il portiere del palazzo in cui il sensitivo Roi ritrovò il busto di Napoleone, la seconda simboleggia la “tremenda legge” di Roi, e la terza figura, l’uomo resuscitato da Sant’Elena attraverso il miracoloso contratto con la croce di Cristo. In un’unica scena di metafisica fissità lo spettatore avrebbe dovuto non tanto capire in un minuto l’intera leggenda della Vera Croce, cogliendo rimandi trasversali, alla storia dell’arte antica e moderna, ma anche del cinema, dalla misteriosa ed enigmatica simbologia mistica. Presicce non si racconta ma lo si vede perché annulla lo spazio cronologico tra il passato e il presente nell’attimo in cui appare. Osservando questa visionaria pièce, manierista e surreale, barocca e più che illuminista, illuminata, ieratica e per qualcuno misticheggiante e ipnotica, l’intento è di iconizzare, “archeologizzare” la performance, altrimenti effimera, con un video che sarà presentato il 9 ottobre, sempre nella stessa galleria in occasione della seconda mostra personale dal titolo Privata Vanitas. Tanto rumore per nulla?
Guardare prima di giudicare: allo spettatore l’ardua sentenza! (Jacqueline Ceresoli)




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