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Se non fosse che le indagini sono iniziate nel 2011 e mai nulla è trapelato finora, per evitare depistaggi e “accanimenti” da parte della stampa, questa storia sembrerebbe un’altra di quelle bufale che spesso aleggiano vicine ai grandi ritrovamenti, un po’ come accadde ai disegni di Caravaggio al Castello Sforzesco. E invece a Monaco Di Baviera, in un appartamento che data la vastità delle opere ritrovate deve essere stato piuttosto grande, sono usciti allo scoperto qualcosa come mille e cinquecento opere appartenenti alla collezione di Adolf Hitler, di cui circa 300 considerate “degenerate”, e confiscate al suolo della Germania durante l’ascesa del Führer.
Ad acquistare in blocco, negli stessi anni, fu il gallerista Hildebrand Gurlitt, che passò in eredità il grande tesoro al figlio Cornelius, oggi ottantenne, che ha tenuto nascosti i quadri nell’appartamento senza destare alcun sospetto, utilizzando per vivere il ricavato dalla vendita di alcune opere d’arte senza essere mai scoperto.
Paradossale. O forse no. Fatto sta che nel 2010 su un Intercity di spola tra Zurigo e Monaco la polizia ferma Gurlitt per un normale controllo, e becca nelle mani del vecchietto un mazzetto di banconote da 500 euro, per un totale di 9mila. Che fa con questa somma? Cornelius Gurlitt non lo spiega esattamente. Da qui, come in un romanzo, si dispiega una delle “cacce al tesoro” più incredibili degli ultimi decenni in Germania. E, incredibile ma vero, in un appartamento degno del peggior programma-verità di Real Time, gli agenti scoprono nel 2011 un caveau domestico dove tra sacchi della spazzatura, al buio e all’umido sono stipati i tesori dell’umanità spazzolati via da gallerie e musei dai Nazisti, in una delle tante attività delittuose dell’epoca dove Gurlitt senior fu uno degli esperti d’arte incaricati da Goebbles di raccogliere l’arte “malata” che era esposta nel Paese. Quello che lascia decisamente a bocca aperta, però, appare la vita contemporanea completamente al buio di Cornelius: completamente sconosciuto alle autorità non possedeva alcun codice fiscale, non pagava le tasse e nemmeno la mutua. Le rare volte che usciva dall’appartamento partiva in taxi e tornava in taxi. Un homeless, in senso metaforico, che aveva come compagni di stanza Beckmann, Chagall, Dix, Klee, Kokoschka, Liebermann, Kirchner, Marc, Matisse, Nolde, Picasso e molti altri, per oltre un miliardo di euro. Meike Hoffmann, storica dell’arte, sta cercando ora di scoprire la provenienza delle opere d’arte, di cui ancora non esistono liste complete, e che sono state depositate nel luogo più segreto della dogana bavarese, alle cui collezioni probabilmente finiranno quando questa storia, decisamente assurda, sarà risolta.



















