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Più che una collettiva, l’idea è quella di una mostra di letteratura. E mai tale “appellativo” sembra congeniale. Perché “Parole parole parole” si propone di tracciare quelli che sono oltre cinquant’anni non solo di storia dell’arte, ma anche della comunicazione. Nella sede milanese del Museo Pecci, dal prossimo 28 novembre saranno in scena Acconci e Agnetti, Boetti e Giuseppe Chiari, Chiara Dynys e Peter Fischli & David Weiss, Dan Graham ed Emilio Isgrò, Allan Kaprow e Jannis Kounellis, Kosuth e Kruger, Shirin Neshat e Richard Prince, Ben Vautier e Lawrence Wiener, in una rosa di 40 artisti decisamente internazionali che hanno raccontato decenni dominati dall’impiego di mezzi e tecniche di persuasione sull’immaginario collettivo. E gli artisti hanno raccontato, saccheggiato, sceneggiato e riflettuto sui processi che Vance Packard descrisse già all’inizio degli anni ’50 con I persuasori occulti.
In un periodo storico in cui l’arte si rivolge alla comunicazione per promuovere e diffondere se stessa, dove le parole legate agli scandali o ai “casi” funzionano come modalità e oggetto della ricerca, si è verificata sotto certi versi la premonizione che lanciò Giuseppe Chiari nel 1978: «L’arte sarà di tutti e la parola arte non sarà di nessuno». Ed è anche per questo che forse, “Parole, parole, parole”, potrà essere il modo per riappropriarsi di un linguaggio dell’arte che non tradisca la funzione dell’opera, e che parli al presente in una modalità che eviti di essere autoreferenziale o, peggio, egocentrica. Che, al solito, anziché trasformarsi in una denuncia si ponga come chiacchiericcio.










