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Paola Capata, la gallerista romana titolare di Monitor, è molto soddisfatta. Per una settimana è al 215 di Rivington street, stradina quasi di fronte il New Museum. Obiettivo: farsi conoscere a New York, senza necessariamente andare in fiera. «Abbiamo fatto questo tentativo già a gennaio, quando abbiamo portato Francesco Arena e Claudio Verna, ed è andato bene. Per questo siamo tornati. È un modo per stare più sulle cose, un po’ come facciamo a Roma. Per avere un contatto diretto con il pubblico e la verifica del lavoro con l’artista», racconta. E in effetti, ieri per la serata d’inaugurazione, il piccolo spazio in quella che è una delle ultime ex aree industriali di New York oggi convertite all’arte, che però quasi ancora odora di immigrazione e un tantino di miseria, si è riempito in fretta. Sono arrivati curatori e artisti newyorkesi e curatori e artisti italiani, tra cui Alberto Salvadori, Andrea Mastrovito, Beatrice Pediconi, Angelo Bellobono. La mostra presenta Walter Smith, inglese di Manchester (1980) adottato a New York da alcuni anni, ma con qualche legame con l’Italia: Via Farini e il Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti. Una scelta abbastanza in controtendenza con quanto Monitor propone a Roma: pittura per niente compiacente, che quasi sfiora la bad painting, anche se le intenzioni di Smith sono parecchio concettuali: una rivisitazione critica di alcuni mostri sacri come Jeff Koons e Edward Munch con il suo immancabile Urlo, per esprimere la sua ricerca volta ad indagare la pittura come linguaggio politico della simbologia moderna.










